di seguito la relazione conclusiva del Segretario regionale Giovani Democratici, Marco Di Geronimo eletto il 09 maggio 2026:
Care compagne e cari compagni,
deve riempirci di orgoglio il Congresso di oggi, perché abbiamo restituito una soggettività politica alla nostra generazione, che viveva da anni ai margini del dibattito pubblico. Nonostante le difficoltà e gli indugi, abbiamo risposto con responsabilità e oggi siamo in grado di dire: i Giovani democratici sono di nuovo al lavoro.
Permettetemi di ringraziare i nostri dirigenti che hanno voluto essere qui o che comunque ci hanno tenuto nell’avvicinarsi online alla nostra comunità. Ci emoziona anche l’abbraccio dei dirigenti lucani del nostro partito, dai quali avvertiamo una rinnovata attenzione ai problemi dei giovani e alle vicende dell’organizzazione giovanile.
E tutta la nostra riconoscenza va a chi ha governato questo lungo lavoro di ricostruzione e a chi sta per offrire il suo contributo al servizio della nostra comunità: penso a Vincenzo, a Marco, a Michele, a Federica, a Giuseppe, a Simone, ai compagni e alle compagne che comporranno la Segreteria regionale, a partire dai nostri Vicesegretari: Pippo Sambogna, che assumerà la qualifica di vicario, e Antonio Mastrangelo che avrà la delicata responsabilità dell’organizzazione. Tutti hanno dato e daranno una mano nella ripartenza dei GD Basilicata.
Non nascondo tutta la mia emozione e anche la mia apprensione nel raccogliere l’eredità politica di Marco Zampino. Sotto la sua guida i Giovani democratici sono stati il motore di un largo movimento politico, che ha avuto impatti ben più estesi dei loro confini. Oggi la nostra responsabilità è recuperare quella esperienza, e siamo chiamati a farlo in uno dei periodi più complessi della storia recente.
La fase è difficile. Stiamo attraversando una grave crisi delle politiche neoliberali, che fa seguito alla fine della globalizzazione. Il mercato non è più aperto: la competizione si sposta sul controllo delle terre rare, e l’economia globale precipita verso quello che alcuni intellettuali hanno chiamato il capitalismo della finitudine. È tornata la guerra, che ha assunto vesti nuove e terrificanti: i bombardamenti telecomandati dall’intelligenza artificiale, il genocidio dei palestinesi in diretta Instagram, il braccio di ferro sullo stretto di Hormuz. È tornata la logica di potenza, ma non per questo è diventata accettabile: a Mosca come a Washington, il disordine va respinto. Anche per questo dobbiamo lottare contro le parole folli di Tajani, sul diritto internazionale che vale fino a un certo punto. È evidente che il primato della forza non costruisce nessun futuro: occorre un nuovo ordine globale, e occorre una grande forza della pace che concorra a costruirlo.
La strada è il socialismo europeo e il socialismo europeo siamo noi. Siamo noi ad aver costruito il modello sociale dell’Europa e siamo noi che possiamo indicare al mondo una nuova strada di benessere e di cooperazione. Lo abbiamo dimostrato a Barcellona qualche settimana fa, alla mobilitazione promossa dall’Internazionale socialista, dal Partito socialista europeo e dall’Alleanza progressista, con la partecipazione di Lula che afferisce, a sua volta, al Forum di San Paolo. Possiamo essere il baricentro di un mondo nuovo, un’alternativa che costruisce la pace attorno alla cooperazione contro il cambiamento climatico, alla coesistenza con il Sud del mondo, alla lotta contro questa società della solitudine.
Una delle novità più inquietanti del presente è proprio la solitudine, lo smarrimento davanti a un pianeta che sembra non avere più senso, l’assurdo come costante dell’esistenza. Noi giovani conosciamo bene la realtà dell’emergenza psicologica: quando la società liquida inghiotte i legami sociali e scioglie l’immaginario collettivo, cosa rimane? Rimane il vuoto. E sul vuoto non si costruisce un’esistenza degna di essere vissuta. Si diceva una volta: Vogliamo il pane e le rose. Soprattutto le rose. Oggi è questo il primo bisogno che la politica deve soddisfare: restituire un orizzonte di senso alla vita, un futuro per la quale vale la pena impegnarsi, una causa comune attorno alla quale ritrovarsi. Nessun nostro coetaneo potrebbe accontentarsi di qualche emendamento. Per rivolgerci a loro dobbiamo dimostrare che siamo qualcosa di più: siamo persone che lottano per un mondo migliore.
E questo mondo si costruisce respingendo le politiche della destra, che coltiva un modello produttivo che si basa sull’estrazione della rendita e finisce per smantellare le basi della convivenza civile. Perché chiudere gli ospedali, moltiplicare le classi pollaio, abbandonare a sé stesse le persone in difficoltà, distrugge la convivenza civile. Questa prospettiva non può restare al centro del dibattito pubblico. Dobbiamo scalzarla con un modello diverso, che orienti la competizione del mercato sulla qualità del prodotto, che ricostruisca la crescita dei salari promuovendo l’innovazione tecnologica. E dobbiamo raccogliere, attorno a quel modello, tutta l’energia inespressa della nostra società.
In questa lotta, la destra è un avversario insidioso. Il suo disegno è preciso: l’erosione della democrazia. La delegittimazione delle istituzioni rappresentative, la violazione delle regole istituzionali più elementari. Lo abbiamo visto con i decreti riscritti all’ultimo momento, con le riforme costituzionali approvate a colpi di maggioranza, con il vergognoso diniego del diritto di voto ai fuorisede. Tutto punta a smobilitare l’elettorato, a tagliare le gambe a ogni progetto politico veramente trasformativo, che ha bisogno di ampi consensi.
La situazione si fa ancora più grave nella nostra Basilicata. La Basilicata è nella storia. C’è chi ci crede luogo impermeabile al presente, ma non è così. Negli ultimi anni abbiamo subito pesantissime ricadute dagli urti del sistema. Il nostro tessuto produttivo versa in una profonda crisi e ha bisogno di tutta la nostra attenzione. Anche come giovani democratici dobbiamo imparare a partecipare alle vertenze, a sviluppare un nesso profondo con il mondo sindacale. Senza queste orecchie si vive nel vuoto: abbiamo perso la nostra base estesa, e dobbiamo ricostruirla piano piano, strada per strada, casa per casa, partendo da chi rischia il posto di lavoro, e ha una famiglia, e attende risposte dalla politica.
La destra lucana è una distratta curatrice fallimentare del nostro territorio. Anni e anni senza una politica industriale presentano il conto, mentre rischiamo la conversione silenziosa di ciò che resta del nostro tessuto industriale all’economia di guerra. Intanto assistiamo alle difficoltà del commercio, dell’artigianato, dell’impresa, sui quali pesa la sfiducia del credito sulle attività economiche meridionali.
Davanti a questi scenari serve uno scatto di responsabilità nel partito. Occorre superare ogni ripiegamento interno e offrire risposte alla comunità. In Basilicata come in tutto il Paese la sfida è superare le alleanze elettorali numeriche e costruire una coalizione nella società. Riprendere il rapporto con tutti i soggetti sociali che rappresentano l’elettorato che vogliamo difendere. È una sfida nuova, perché oggi i partiti non sono grandi e centrali come erano un tempo. Oggi i partiti sono diventati soggetti piccoli: non riescono più a guidare blocchi estesi della società. Però possono svolgere una nuova funzione: possono collegare tutti questi pezzi che si interrogano sul presente, che immaginano soluzioni, ma che, da soli, hanno difficoltà.
Questo scenario nuovo pretende il protagonismo politico dei giovani. Ma i giovani non vanno evocati, vanno radicati. Solo così si produce un rinnovamento che va oltre la mera sostituzione anagrafica. E radicare le ragazze e i ragazzi di oggi è una sfida enorme. Soprattutto nella nostra terra, dove i tassi di emigrazione universitaria hanno raggiunto picchi senza precedenti. Esiste un enorme buco demografico tra gli studenti medi e i giovani lavoratori, e questo complica il lavoro dell’organizzazione. È un problema che dovremo imparare a gestire, difendendo l’Unibas da un declino che si può arrestare, e costruendo intanto una rete nazionale per tracciare e sostenere la partecipazione politica dei nostri fuorisede. È innanzitutto questa la priorità che deve affrontare la nostra organizzazione, che deve avere, come principale pretesa, quella di riempirsi di ragazze e ragazzi, di preparare nuove leve per il partito.
Per costruire una simile organizzazione, però, serve un partito attrattivo. Dobbiamo superare l’immagine caleidoscopica che trasmettiamo sui quotidiani, e che respinge tutti, non solo i giovani, dalle nostre sezioni e dai nostri circoli. Dobbiamo cambiare atteggiamento, e tornare alla disciplina pubblica e al lavoro costante sui territori, unendo e organizzando chi si dà da fare per accendere luci nuove nei propri paesi. Serve soprattutto che le sezioni accolgano i ragazzi, li ascoltino, e li responsabilizzino con il lavoro politico. La nostra è una generazione implacabile, che non sopporta il giudizio altrui e cerca un legame tangibile al di là della tessera. Anche per questo è necessario un forte e ampio segnale di rinnovamento, una discontinuità unitaria che siano proprio gli attuali protagonisti del nostro soggetto a costruire. Oggi che il mondo è cambiato, è ora che cambi anche il PD. Il nostro auspicio è che il partito lo faccia da solo, senza scaricare su di noi la responsabilità del ricambio: l’organizzazione giovanile non è un trampolino di lancio, deve occuparsi del radicamento delle giovani generazioni e non può trasformarsi nel mattarello che induce gli anziani alla responsabilità.
Il lavoro che ci attende è durissimo e richiede tutti i nostri sforzi. L’organizzazione giovanile racchiude i ragazzi che hanno dai 14 ai 30 anni: sono sedici, lunghi anni di militanza, nei quali la persona si trasforma e mille e mille fattori possono allontanarla dalla politica. Trattenere i ragazzi e le ragazze nel nostro perimetro è un’impresa pari soltanto a quella di attirarli, che bisogna perseguire nelle scuole, nelle associazioni, nelle altre sedi della vita giovanile. Un lavoro che ci vede ancora molto indietro tra le ragazze e che non si può pensare di risolvere con la logica ipocrita della quota: in un mondo patriarcale come il nostro, anche la nostra è un’organizzazione patriarcale, e per superare questo problema non basta il mero pareggio degli organi dirigenti, ma un radicamento ragionato della componente femminile.
Eppure, anche queste difficoltà si possono superare suscitando l’entusiasmo dei ragazzi e delle ragazze che sono nostri coetanei. Si possono superare costruendo un ambiente dove si studia, ci si confronta, si sostiene chi si sente indietro e vuole recuperare categorie con cui interpretare il mondo. Si possono superare moltiplicando le occasioni di condivisione delle esperienze dei giovani amministratori: passare dal candidare i giovani ai Consigli comunali al preparare i giovani ai Consigli comunali, con una nuova leva che non si sviluppa per caso e in solitudine, ma che cresce insieme e arriva attrezzata nelle stanze dei bottoni.
Tutto questo è un lavoro difficile, anzi, è un lavoro impossibile senza disciplina e senza rispetto dei ruoli: è questo che distingue un simbolo da un’organizzazione, un’idea di collettivo da una forza organizzata che influenza il presente.
Sono felice della vostra fiducia, ma molto preoccupato per la grande responsabilità della quale vengo investito. So bene di non essere Marco Zampino, di non avere le sue capacità politiche e la sua preparazione. Ho sempre pensato di essere tra coloro che non possono condurre, ma devono essere condotti.
Ma il presente è complesso. E non ammette astensioni. Ho accettato di occupare questo ufficio credendo di adempiere a un dovere, perché mai come oggi è necessario che ognuno faccia la sua parte. Dobbiamo essere consapevoli che occorre avanzare uniti, che serve superare ogni rigidità, perché la posta in gioco è alta e verremo giudicati per la maturità che dimostreremo in una fase tanto difficile.
La Storia è nostra. Facciamola bene.

