Pittella: “Sciogliere il Pd? Macché: serve una grande lista da Macron a Tsipras”

Intervista a Gianni Pittella di Carlo Fusi Il Dubbio

Sciogliere il Pd. Anzi, no: rifondarlo. Fare un congresso subito: macché, dopo le elezioni europee. Trovare un candidato alternativo a Nicola Zingaretti: però a cena a casa di Carlo Calenda, assieme a Renzi, Gentiloni e Minniti. E il segretario Martina? Non c’è spazio, magari nel dopocena… Il Pd prova a scrivere il suo futuro ma è come se non sapesse più leggere la realtà e si consegnasse al metodo Braille. Gianni Pittella, a lungo capogruppo del Pse nel Parlamento europeo e ora senatore, una sua ricetta per risollevarsi ce l’ha. Questa: una grande lista con sopra scritto Pse che si presenti alle Europee e che unisca da Macron a Tsipras.

Senatore, c’è già chi vuole cambiare il simbolo al Pd. Ci si mette pure lei?

«Non sono d’accordo a cambiare simbolo al Pd. Piuttosto è il messaggio alternativo a quello gialloverde che deve arrivare, chiaro e forte. Per questo, se potessi, nel simbolo ci aggiungerei “PSE” per testimoniare l’appartenenza ad una famiglia politica europea. Dalla quale dobbiamo partire, nonostante le difficoltà del momento, per costruire una grande alleanza che vada da Macron a Tsipras».

Nell’attesa, il segretario Martina ha annunciato le primarie per febbraio. Concorda?

«Le primarie si facciano quando è stato deciso ma non trasformiamole in una conta su nomi o filiere. Su questo Orfini esprime una preoccupazione legittima. Il congresso, meglio se unitario, deve farsi sulla politica, su ciò che una moderna forza progressista deve fare per restituire fiducia ad una comunità in cui prevale paura e rancore».

Tuttavia il refrain più gettonato nel Palazzo e nel Paese è che “manca l’opposizione”. Nel mirino c’è soprattutto il Pd. Poche idee o leadership inadeguate?

«Il Pd è come un pugile che ha subito un colpo tremendo sul ring e sta faticando a riprendersi. A volte insegue scorciatoie, altre volte, e questa è una critica che faccio anche a me stesso, consumiamo le giornate in guerre di tweet mentre serve presentare al Paese una proposta alternativa a quella gialloverde. Faccio un esempio. Il governo gialloverde proverà a fare una finta flat fax e una piccola elemosina ai giovani. Noi dovremmo proporre misure alternative come il finanziamento di infrastrutture materiali e immateriali e la loro manutenzione, soprattutto al Sud, dove è prioritario allungare l’Alta Velocità da Salerno a Reggio Calabria e fino in Sicilia, altrimenti non saremo mai la piattaforma logistica del Mediterraneo e le navi provenienti da Oriente preferiranno sbarcare i loro prodotti nei porti spagnoli e greci».

Scusi, ma sul congreso devo insistere, per chiarezza. Quando sarebbe giusto farlo, prima o dopo le elezioni europee? Lei appoggia la candidatura Zingaretti o pensa che debba tornare Renzi?

«Come ho detto, il congresso si faccia ma con assunzione solenne di responsabilità a non trasformarlo in una guerra fratricida per acquisire posti di comando senza proporre idee ai cittadini. Altrimenti è meglio non farlo. Chiamiamo comunque i nostri iscritti e tutti gli italiani che lo vorranno a un grande referendum sulle proposte che il Pd vuole lanciare alle prossime elezioni europee per archiviare le politiche di austerità, per istituire il Ministero delle Finanze europeo, per lanciare gli eurobond, per creare un’indennità di disoccupazione europea, per tassare i giganti del web, per eleggere direttamente il Presidente della Commissione Europea. Apriamo una discussione su questi punti, facciamo le primarie delle idee più che la corsa per questo o quel candidato, e soprattutto concentriamoci nello smascherare il vuoto e le contraddizioni di chi oggi governa il Paese. Anche per questo è importante una grande partecipazione alla manifestazione a Roma del 30 settembre».

È convinzione unanime che le prossime elezioni europee segneranno uno spartiacque: o con i sovranisti o contro. I primi viaggiano alla grande mentre i pro-Ue ansimano…

«Noi possiamo e dobbiamo vincere contro i sovranisti perché il nazionalismo è un virus pericoloso. Mitterrand diceva: «Il nazionalismo è la guerra». Ma possiamo farlo a condizione di non proporre la difesa dogmatica di questa Europa. Loro vogliono distruggerla. Noi per salvarla dobbiamo profondamente cambiarla. Serve un’Europa che privilegi i bisogni e i diritti delle persone».

Perché la sinistra, europea e mondiale, non riesce più ad essere attrattiva?

«Dobbiamo essere severi con no istessi. Non abbiamo compreso pienamente che la globalizzazione e lo sviluppo tecnologico avrebbero portato non solo benessere ma anche sacche di grave ingiustizia, un’ingiustizia geografica tra centro e periferie e un’ingiustizia tra chi ha competenze professionali compatibili con i cambiamenti in corso e chi non ce li ha. Se ripartiamo da dove siamo nati, e cioè dalla battaglia di giustizia e di libertà, e dalla difesa dei più umili e degli ultimi, noi torneremo a essere una forza vincente. Non dobbiamo però neanche trascurare il danno che divisioni pregiudiziali e personalistiche ci hanno fatto dove, a cominciare dal referendum sulle riforme costituzionali del 2016, le divisioni interne hanno oscurato buoni risultati e il potenziale riformatore dei Governi Renzi e Gentiloni».

Lo scoglio più grande su cui l’Europa sembra essersi incagliata è la gestione dell’immigrazione. Perché è così difficile affrontare in modo adeguato questa vicenda? E perché in particolare la sinistra appare priva di strategie e visione?

«La mobilità delle persone è un fenomeno fisiologico esistito in tutti i tempi, ma in Occidente è stato percepito come minaccia drammatica per una serie di ragioni. Perché nel frattempo gli standard di servizi pubblici scuole, sanità, trasporti, sicurezza – venivano ridotti, cresceva la disoccupazione, si ripetevano sul suolo europeo episodi tragici di terrorismo. Si è creato un clima di paura e di avversione anche alimentato da una propaganda violenta e vergognosa della destra razzista europea. La nostra risposta non deve essere soltanto accoglienza e diritti, ma anche sicurezza per la nostra comunità. Le prove muscolari di Salvini non servono a nulla se non a pacificare la pancia di una parte del Paese, mentre invece serve da parte del Pd una visione a medio-lungo termine che proponga lotta ai trafficanti di esseri umani, distribuzione di richiedenti asilo in tutti i paesi europei, canali legali e concordati per i migranti economici e un patto di sviluppo e investimenti con l’Africa».

In Italia, la maggioranza gialloverde è sempre più divaricata e anche in Europa Lega e M5S votano in modo difforme. Significa che siamo alla vigilia di una esplosione che porterà alla crisi oppure i due partiti continueranno a governare assieme per anni?

«Io credo che al di là di singole espressioni di una cultura di sinistra, la Lega e i Cinquestelle abbiano un collante ideologico assai forte che è costituito da una concezione molto particolare della democrazia. Quando si dice anche nelle aule di Camera e Senato alle opposizioni “voi non potete parlare perché avete perduto le elezioni” si mostra il vero volto di una cultura della rappresentanza nella quale si può eleggere per sorteggio il Parlamento e si può fare a meno delle regole costituzionali perché si è investiti del mandato popolare.

 

 

Piazza E. Gianturco, 4  - 85100 Potenza
Telefono 0971/52797 - Fax 0971/56403

www.basilicatapd.it

© 2018 Partito Democratico di Basilicata