Calenda: Protezioni, investimenti e conoscenza le mie parole d’ordine

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Intervista a Carlo Calenda di Luca Telese – La Verità

 Carlo Calenda a sinistra pare l’uomo del momento: ha acceso le polveri con un contestato decalogo sul Foglio. Paolo Gentiloni lo ha indicato come il primo con cui realizzare la sua «alleanza per il cambiamento».

La fa arrabbiare prendersi del «Pariolino»?

«Tecnicamente non lo sono. Abito in un altro quartiere».

Ma è il figlio di una upper class romana, vive di rendita. «A 16 anni sono diventato padre. Non era previsto. Una sera torno a casa, i miei mi fanno trovare la porta sbarrata».

E dopo quanto rientrò?

«Mai. Andai dai nonni. Mio padre spiegò le nuove regole: “Al mantenimento di tua figlia pensiamo noi. Al tuo ci pensi tu”. Ho lavorato a 18 anni per pagarmi l’università. Vendevo polizze».

Ora mena fendenti sul gruppo dirigente del Pd

«Sono incartati. Il partito è in stato comatoso. Fazioni, sospetti: il Pd sembra l’Europa, non decide perché non ci fidiamo uno dell’altro».

Perché ha preso la tessera il giorno dopo la sconfitta?

«Pensavo avrebbe dato una scossa. Siamo spiazzati da un riflusso violentissimo contro i progressisti in tutto l’Occidente. È un punto di non ritorno. Per la prima volta nella storia i tempi della rivoluzione tecnologica che rischiamo di essere travolti».

Qualcuno dice che il suo manifesto è anche millenarista

«Entro 10 anni il 20% dei vecchi lavori sparirà. il 75% di quelli nuovi non esiste ancora. Le persone espulse non avranno possibilità di riconvertirsi in tempo a meno di rimettere in campo lo Stato».

Conseguenza politica?

«L’umanesimo liberale è in crisi. I nostri ragionamenti ai sono fondati sulla certezza che i diritti, il progresso e l’economia sarebbero progrediti insieme. Per la prima volta il congegno si è rotto: il mercato ha portato benessere nel mondo, molto meno in Occidente, dove ha polarizzato vincitori e vinti. L’innovazione sembra essere sul punto di prendere il controllo sull’uomo, la paura si diffonde, la democrazia diventa a rischio».

Cos’è successo con Renzi?

«Eravamo e siamo amici, la sintonia si è interrotta di colpo. Un giorno ha smesso di rispondermi. Poi, alti e bassi».

Ma perché?

«Pur stimando Maria Elena Boschi e Luca Lotti, penso di essere entrato in rotta di collisione soprattutto con loro».

Non faccia l’agnellino: lui pensa che lei faccia sponda con Gentiloni per farlo fuori.

«Gentiloni lo conoscevo poco finché lui non lo ha indicato come premier. Renzi è uno dei migliori presidenti del Consiglio recenti e un pessimo leader di partito. Ora c’è un riavvicinamento. Sul referendum e alle elezioni io mi sono rotto la schiena…».

Ma vi Parlate?

«Ci sentiamo spesso ma parliamo poco di politica. Ha tanti difetti ma un pregio: l’ambizione di fare cose grandi, per il Paese».

Il Giglio magico?

«Hanno molte capacità. Ma la loro dimensione è sempre: con me o contro di me».

La risposta di molte classi dirgenti progressiste alla perdita di protezioni sociali in questi anni è stata: “È il mercato, bellezza!”

«Risposta idiota e semplicistica».

Vira a sinistra?

«Se non hai il capitolo “proteggere” nel programma non puoi fare politica, ma a sinistra non riusciamo a pronunciare la parola «protezione». Invece protezioni, investimenti e conoscenza sono le mie parole d’ordine».

Definì i manager della Embraco «gentaglia».

«Se fuggo dall’Italia, per andare in un altro Paese europeo che usa fondi strutturali per rubare lavoro, senza dare il tempo di trovare alternative, mi comporto da malfattore. Non avevo progettato lo strappo, ma sono fiero: della posizione dura, non della parolaccia. Infatti poi abbiamo trattato e chiuso».

Facciamo un altro esempio di gestione della crisi.

«L’accordo sui cali center. Nel settore lavorano 80.000 persone. A breve l’evoluzione tecnologica creerà i centralini a risposta automatica».

Da 80.000 posti a zero?

«Il punto è il tempo: in due non è socialmente gestibile».

Anche Lega e M5s dicono di voler proteggere.

«Ma in modo diverso. Parlano di presente. Mai di futuro. Un progressista fa l’opposto».

Di Maio mette la tassa sulle delocalizzazioni.

«Idiozia: se imponi una penale del 200%, le imprese straniere smetteranno di investire. Bisogna investire su competenze e tecnologia ma anche salvare l’alluminio dell’Alcoa e l’Ilva con 5 miliardi di investimento privato».

Sull’Ilva Di Maio chiede due mesi per studiare il dossier.

«Follia! Da due anni il M5S si oppone al progetto: non l’hanno manco letto? Possiamo permetterci 70 milioni di perdite per le ripetizioni a Di Maio?».

E i dazi?

«Non hanno funzionato nemmeno negli anni Trenta. Siamo un Paese esportatore e trasformatore. Nell’agroalimentare autarchia vuol dire chiudere un settore. E non ratificare il Ceta è un errore. I dazi si mettono quando c’è concorrenza sleale».

Per Renzi lei è un traditore. Ha pure fatto a botte per portarla a Bruxelles!

«E gliene sono grato. Un aneddoto: avevamo litigato, era un periodo terribile, doveva tenere una relazione cruciale. Mi sveglio e dico: cancellatemi tutta l’agenda. Gli scrivo un discorso con tutti i temi del mio futuro manifesto».

E cosa ha tenuto Renzi?

«Nulla. Dice l’opposto e mi scrive: “Non condivido nulla”. È un figlio della “terza via”: che va bene se non diventa lettura semplificata».

Ma lei da quando è diventato pessimista?

«Sullo stato delle liberaldemocrazie, da molto. Brexit, Trump, il referendum hanno accelerato tutto».

Lei viene dal privato, conciliarsi col mercato dovrebbe esserle facile.

«Non lo è. Esempio: noi importiamo acciaio a basso costo per fare prodotti ad alto valore aggiunto a prezzi vantaggiosi. Però il settore dell’acciaio scompare dall’Occidente e restano i disoccupati. Non possiamo sempre permetterci la giustizia, ma non può sempre vincere l’efficienza. Se l’industria che sparisce non viene sostituita, crolla tutto».

Facciamo un altro esempio.

«Amazon e i colossi del Web: non hanno nulla a che fare con il libero mercato».

Renzi pensa il contrario, ha preso un ex ceo, Diego Piacentini, a Palazzo Chigi.

«Amazon si basa sulle aspettative del raggiungimento del monopolio. Ciò consente loro di fare dumping grazie all’uso dei dati e a una tassazione risibile. Invece deve pagare».

Ma poi la pagano i consumatori, la tassa…

«Pure il barista le paga le tasse, e loro no? È contro il mercato. Queste imprese hanno ottenuto di essere un porto franco: non condivido».

L’ultimo punto calendista?

«L’aumento della velocità dei cambiamenti richiede enormi investimenti in cultura: l’analfabetismo funzionale è la fine delle democrazie. Poi si arriva alla battaglia di Lega e M5s contro i vaccini…».

E scusi, perché non avete fatto questi investimenti?

«Ci abbiamo provato con la “buona scuola”, ma è stato un mezzo fallimento».

Matteo Salvini chi è?

«Un furbacchione che gioca su Facebook con le paure. L’Italia ha sempre avuto un problema di percezione di scarsa serietà della classe dirigente. Di Maio e Salvini rappresentano il punto più basso».

È arrabbiato con Salvini perché la ha tolto la scorta?

«Figuriamoci, ha fatto benissimo. La rabbia arriva per l’Ideai Standard. È andato dagli operai dicendo che mi avrebbe chiamato per una soluzione. Si è dimenticato…».

Com’è arrivato in Ferrari?

«Con una raccomandazione. Mio padre conosceva Montezemolo. Entrai con stage non pagato di un anno: il miglior investimento della mia vita».

Dalla Fgci a Montezemolo.

«Sì. Da ragazzo ero iscritto alla Federazione giovanile comunista, al Mamiani. Il leader era Ignazio Vacca, figlio di Beppe, direttore del “Gramsci”. Un’estate lavoravamo al ristorante della festa dell’Unità di Modena. Ero al forno delle pizze. Arriva Pietro Folena. Il Pci aveva perso punti. Noi lo serviamo al tavolo egli facciamo una pizza con scritto sopra -3%».

E lui?

«Si incazza e ci catechizza. Aveva ragione. C’è una foto che mi ha rimandato Gotor dove io e lui leggevano L’Unità insieme. Ci sono affezionato».

Torniamo in Ferrari.

«Avevo un capo inglese che poi è diventato mio testimone di nozze, Road Loder. Aveva imparato un italiano curioso, con cadenza piemontese, pieno di parolacce. Diceva “Carlo, porca troia, perché questa cosa la facciamo così male, porcaccia la miseria?”. Io arrivavo in fabbrica elegante, con la pochette…mi ha svegliato. In un anno sono passato dalla condizione di stagista a quella di manager. Era partito Internet. Mi inventai un sito per i clienti. Andai da Montezemolo a spiegare e lui mi disse: “Bello. Assumi le persone che ti servono e realizzalo”».

Com’è Luchino?

«Immagine folgorante: lui che smadonna sui piazzali perché c’è neve sulle macchine in consegna. Una maniaco dei dettagli, grande gestione».

Momento di svolta al Cavailino?

«Il lancio della 360 Modena, eccellenza italiana, telaio fatto da Alcoa. E poi il rilancio di Maserati».

Per questo si è impegnato per l’azienda sarda?

«Quegli operai hanno orgoglio e coraggio. Vado anche io orgoglioso di avere introdotto la loro partecipazione ai profitti. Dicono che è demagogia? No, è un esperimento che va allargato!».

Su Alitalia, però, Montezemolo merita critiche?

«E stata gestita malissimo e l’ho detto. E le colpe erano in gran parte dell’ad. Ma non potevo fare distinguo su Montezemolo, e non ci siamo parlati per un po’. Poi siamo andati a prendere un caffè quello sì, ai Parioli e lui ha capito».

Direbbe, come Renzi: «Con Marchionne, senza se e senza ma»?

«Marchionne aveva ragione, ma non puoi dire così di nessuno, stando al governo».

Perché nessuno critica la Fiat che annuncia di portare la produzioné della Panda fuori dall’Italia?

«Dopo l’annuncio mi ero preparato con i sindacati con un piano in cui spiegavo che l’apparente diminuzione dei costi derivata dalla delocalizzazione in Polonia poteva essere compensata da un piano di ammortizzatori, incentivi, formazione e crediti di imposta. Conviene restare, numeri alla mano, pure a loro. Critiche senza azioni non servono».

Lo dica a Di Maio!

«Gli ho lasciato il progetto, gliene parlerei volentieri. Non ha avuto tempo. È il limite del M5s: come la Raggi a Roma, non decidono».

Scontri epici con la Raggi..

«Io le dicevo: studiamo i dossier insieme. Lei chiedeva 3 miliardi. Non funziona così».

Come è essere figlio di Cristina Comencini?

«Mia madre è… valdese. Sobria, minimale, severa».

E suo padre?

«Mi ha insegnato molto. Educazione, cultura, poi fai quello che vuoi ma al meglio».

Così i figli crollano…

«Ho avuto le mie defaillance…».

Ha fatto due turni politici: in uno trombato, e in uno non si è candidato.

«Ho cofondato Scelta civica e mi sono autotrombato, mettendomi in un posto che pensavo sicuro. A questo giro ho preferito evitare».

II Pd potrebbe rigettarla?

«Se cacciano me prima di Michele Emiliano mi arrabbio! Scherzi a parte, se fai campagna elettorale per gli avversari e combatti contro il tuo governo, dovresti avere dignità di andartene».

Peggio il Pd romano o la confindustria romana?

«Il Pd. Non sono in grado di organizzare una mobilitazione contro la Raggi. Fallo sulle buche, su Spelacchio, sul bilancio, ma fallo, santo Dio! Un partito che non porta in piazza nessuno non è un partito».

E vero che lei ha un caratteraccio?

«Sì, sono un passionale e mi va bene così».