Calenda: Ammettiamo i nostri errori e costruiamo una proposta all’altezza di questo momento storico

L’intervista all’ex ministro di Mario Ajello – Il Messaggero

Sono andate molto male queste elezioni per il Pd. Colpa di Renzi?
«Ma figuriamoci», taglia corto Carlo Calenda. «E in atto un profondo cambiamento di fase in tutto l’Occidente. I progressisti vengono sconfitti ovunque. Pagano l’errore di aver rappresentato i cambiamenti degli ultimi trent’anni in maniera semplificata e ottimistica. Abbiamo dato l’idea che chi prova paura è un ottuso retrogrado che non capisce le luminose sorti progressive della modernità. Il Pd non l’ha capito».

Quindi?
«Questa è la prima cosa che bisogna cambiare: il modo di parlare con le persone e il modo di parlare delle paure delle persone. I prossimi decenni saranno persino più dirompenti degli ultimi: l’innovazione tecnologica farà scomparire un quarto dei posti di lavoro. Certo li sostituirà, ma la sostituzione avverrà con il tempo. Attraverseremo un gigantesco choc di trasformazione della società».

Rispetto a questo il Pd che cosa deve fare?
«Non può pensare di impostare l’opposizione sulla retorica del “fascista dietro la porta”, come ha fatto dal ’94 in poi con Berlusconi e come sta facendo ora, rispondendo a ogni fesseria di Salvini. Bisogna invece ammettere i nostri errori e costruire una proposta adatta al momento storico che stiamo vivendo».

Ma il Pd sembra sfasato e culturalmente non attrezzato. Non crede?
«Sì. Gli italiani non sono razzisti e non sono fascisti, chiedono protezione di fronte agli tsunami continui che li colpiscono: la crisi finanziata, la crisi migratoria, la crisi da trasformazione tecnologica. Chiedono uno Stato forte che li accompagni in questa tempesta. Il governo lo ha fatto ma il Pd ha dato un messaggio completamente diverso. Anche per questo il gradimento di Gentiloni non si è trasformato in voti».

Lei dice che bisogna andare oltre il Pd. Ancora con l’oltrismo?
«È presuntuoso credere che il Pd possa oggi rappresentare tutte le forze civiche, politiche, associative che sono contro il sovranismo. E ovviamente queste forze non sono disposte a entrare nel Pd ma sono pronte a mobilitarsi insieme al Pd, per costruire qualcosa di nuovo».

Sta riproponendo il fronte repubblicano, come quello spagnolo che fu sbaragliato nel ’36?
«Non sono affezionato al nome. Ma all’idea. Che dev’essere quella di una grande lista nazionale che coinvolga il movimento dei sindaci di Pizzarotti, persone che rappresentano mondi importanti come quelli che si occupano di sostenibilità, e penso a Giovannini, la scuola, le parti più avanzate del sindacato con Marco Bentivogli, i sindaci che ha riunito Giorgio Gori, Sala e tanti altri soggetti. A tutti quelli che si vogliono spendere, non puoi offrire un prodotto preconfezionato, ma qualcosa che possano contribuire a costruire».

Alla guida di tutto, un triumvirato Gentiloni-Minniti-Calenda?
«Tre persone non bastano. Ma certamente Gentiloni può essere il punto di riferimento e io sono pronto sicuramente a scendere in campo al suo fianco, così come Marco. Per il Pd fare una battaglia congressuale oggi sarebbe un suicidio. Significherebbe ancora parlare di noi, e non parlare al Paese. Ci vuole invece una segreteria costituente larga che progetti una grande assise rifondativa per ottobre. Occorre muoversi, sono pronto a scommettere che le elezioni verranno presto».

Con quali nuove parole?
«Proteggere, investire, conoscere. Il punto di partenza è tenere in sicurezza l’Italia finanziariamente e geopoliticamente. E poi investire in tecnologia e cultura. Le democrazie scompaiono perché il cambiamento è troppo veloce per esser compreso e gestito. Dobbiamo mettere in grado i cittadini di capire quello che accade e di trovare la propria strada dentro quello che accade. Il primo punto è fare un Piano Marshall per sconfiggere l’analfabetismo funzionale e così riassociare il futuro alla speranza».

Che cos’è Salvini?
«È un bravo politico tattico, che può dire tutto e il contrario di tutto».

E Di Maio?
«Sta dimostrando una grande fragilità, non riesce a prendere decisioni sui dossier che gli competono da Ilva a Alitalia. Poche decisioni e molto settarismo. Per certi aspetti, è simile alla Raggi».

Si può partire proprio da Roma per costruire una nuova politica?
«Si deve ripartire da Roma. Questa è la Capitale e vive una situazione di sbando che nessuna capitale ha mai sperimentato. Ma anche qui, la formula non può essere quella del Pd. Che in particolare a Roma ha una classe dirigente del tutto inadeguata».

Sarà lei l’anti-Raggi?
«Non si possono fare trecento cose insieme. Io voglio dare un contributo al centrosinistra a livello nazionale. Ma non credo che il prossimo candidato sindaco di Roma possa venire dall’attuale classe dirigente del Pd».