Le proposte del Partito Democratico per la famiglia

 

 

 Assegno a sostegno della natalità e delle famiglie
Un assegno unico per sostenere la natalità e aiutare i genitori. Una misura per tutte le famiglie, dando di più a chi guadagna di meno e per tutti gli anni in cui il figlio è a carico. È quanto prevede la proposta di legge del Partito Democratico: “Delega al governo per riordinare e potenziare le misure a sostegno dei figli a carico attraverso l’assegno unico e la dote unica per i servizi” presentata nella Sala stampa di Montecitorio.

 All’incontro il segretario reggente del Pd Maurizio Martina, i capigruppo di Camera e Senato, Graziano Delrio e Andrea Marcucci, il senatore Tommaso Nannicini e l’onorevole Stefano Lepri.

 Per Graziano Delrio : “L’istituzione di un assegno unico per i figli a carico e di una dote unica per l’acquisto di beni e servizi per l’infanzia. E’ questo, in sintesi, il contenuto della proposta di legge presentata oggi dal Pd in conferenza stampa a Montecitorio, con l’intenzione dichiarata di sfidare la maggioranza e il governo sul terreno della concretezza e di confrontarsi sul merito delle misure da introdurre per il sostegno alla famiglia e alla natalità”.

 “Quella di oggi – ha spiegato il capogruppo a Montecitorio – non è una misura contro la povertà, ma mira a potenziare il sostegno alle famiglie con figli e a invogliare a farne chi non ne ha. Le famiglie – ha proseguito – non hanno sostegno stabile e serio. Altri paesi europei sono riusciti a invertire la caduta demografica.

La denatalità è una malattia del nostro Paese. Questa proposta mette a sistema una serie di proposte che abbiamo fatto in questi ultimi anni.

Il Pd – ha spiegato – ha un’agenda sociale, che non guarda alle polemiche e agli annunci ma ai bisogni. Quanto sia urgente un’agenda sociale lo dicono i dati Istat“.

 “Rivendico l’alternativa politico-culturale che attraversa le nostre proposte – ha detto il segretario reggente del Pd Maurizio Martina – che sono proposte più eque e più realistiche, che danno la misura della realizzabilità, di interventi realistici e non propagandistici. Questa proposta è figlia di un percorso con le associazioni costruito dal Pd. La portiamo all’attenzione del governo e della maggioranza, sfidandoli. Se sono in condizione di discutere in queste aule – ha aggiunto – noi ci siamo. Se l’obiettivo è essere concreti noi battiamo la maggioranza”.

Assegno universale e una dote di servizi
“Concretamente si tratta di un assegno universale per tutti i figli e una dote di servizi per tutte le famiglie che scelgono di avere figli”.

Insomma, “un accompagnamento dalla nascita fino alla maggiore età perché crediamo che questa sia una vera emergenza sociale, il fatto che il Paese ha smesso di credere nel suo futuro”, ha concluso Martina.

 Andrea Marcucci: “Questa proposta è la conseguenza della presa di coscienza di quali sono i problemi del Paese, facendo proposte che sono anche suggerimento. Dall’altra parte c’è un decreto che è stato fatto con i criteri d’urgenza, che io non vedo, perchè l’urgenza la vedo su queste cose”.

La proposta di legge del Pd
La proposta di legge del Pd prevede il riconoscimento di un assegno unico mensile per i figli a carico di importo massimo pari a 240 euro per quelli minorenni e 80 euro per i maggiorenni fino a 26 anni. Il beneficio viene assegnato in base al reddito, prevedendo una progressiva riduzione dell’entità fino al suo azzeramento per quelli superiori a 100.000 euro annui”.

Inoltre, si dispone “l’istituzione di una dote unica per un ammontare fino a un massimo di 400 euro al mese per ogni figlio fino ai tre anni – e in forma ridotta sino al compimento del quattordicesimo anno di età – utilizzabile per il pagamento di servizi per l’infanzia come asili nido, micronidi, baby parking, personale direttamente incaricato.

Beneficiari
La platea dei beneficiari sarebbe costituita dalla grande maggioranza delle famiglie con figli a carico, come hanno spiegato Stefano Lepri e Tommaso Nannicini, sottolineando che “più della metà delle risorse che mobilitiamo andrebbe al 20 per cento dei contribuenti più poveri”.

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Proposta per estendere il reddito di inclusione
Lotta alla povertà: potenziare ed estendere il reddito di inclusione – l’articolo e il video della conferenza stampa

Intervista a Virginio Merola di Giuseppe Alberto Falci – Corriere della Sera

«Condivido le parole di Nicola Zingaretti al Corriere della Sera. L’esigenza non è partire da un nome ma da un’idea collettiva su come far fronte a questa situazione».

Virginio Merola, sindaco di Bologna, quale situazione?

«Mi sembra evidente che le batoste elettorali, a partire dal referendum, dimostrano che bisogna riflettere molto e, soprattutto, capire le ragioni della sconfitta».

Chi è il responsabile numero uno di queste sconfitte?

«In questo momento mi trovo a Monghidoro, paesino sull’Appennino, che fino agli anni 50 si chiamava “Scarica l’asino” perché si incontravano le carovane di merci portate con i muli. Ecco, è ora che la sinistra scarichi i suoi asini».

E chi sono?

«Bersani, ad esempio, ha perso milioni di voti pur arrivando al 25%».

Ce ne dica un altro.

«Penso a Renzi che ha ridotto il Pd al 18%. La sua linea politica è stata sconfitta. E andato contro corrente senza tenere conto dei forti segnali che sono arrivati dalle scadenze elettorali».

Si deve andare oltre il Pd?

«Bisogna aprire una nuova stagione della sinistra italiana e del Pd».

Come?

«Va ricostruito un Pd radicalmente democratico dove gli iscritti non votino solo i nomi ma anche i contenuti e i programmi».

E poi?

«Occorre ripartire dalla gente, dalla loro vita quotidiana. Altrimenti è finita».

Congresso subito o dopo le Europee?

«Subito, ma deve essere accompagnato da una costituente di tutta la sinistra. Non mi pare infatti che Bersani abbia ottenuto molto da una scissione».

Immagina una sorta di Ulivo 2.0?

«Le spiego: i partiti non sono più autosufficienti. Ma la costituente non può essere una mera somma di sigle. Altrimenti non si va da nessuna parte».

E allora cosa sarà?

«Bisogna partire dal basso, dai comuni, dalla società civile. È un percorso lungo, non mi illudo che basti poco. Pensare che basti aspettare gli errori degli altri sarebbe controproducente».

Cosa ne pensa del Fronte Repubblicano proposto da Calenda?

«Penso che non si tratti di costruire qualcosa contro o a favore».

Voterà Zingaretti al congresso?

«La sua candidatura è un fatto importante ma, come dice lo stesso Zingaretti, ancora prima del nome serve un documento programmatico dentro il Pd».

Il 7 luglio andrà all’assemblea?

«Sì, certamente, perché è essenziale fissare una data del congresso».

“Credo che questo sia un governo pericoloso. Non perché durerà trent’anni. Anzi, se uno lo dice, è perché teme di non arrivare a dodici mesi”
Intervista a Paolo Gentiloni di Fabio Martini – La Stampa

Ha ottenuto un piccolo ufficio, tre metri per quattro ricavati dentro un ex convento di suore, a due passi da Montecitorio e proprio dentro questo austero contesto spunta un Paolo Gentiloni tagliente come mai prima d’ora: «Credo che questo sia un governo pericoloso. Non perché durerà 30 anni. Anzi, se uno lo dice, è perché teme di non arrivare a 12 mesi. Ma perché anche in poco tempo si può far male all’Italia in modo consistente, incrinando gli sforzi compiuti negli ultimi anni da Monti in poi per risalire la china. Una cosa è certa: non possiamo continuare a dipingere questo governo come una compagnia di buzzurri e sprovveduti. Credo invece che dobbiamo prendere sul serio la novità che rappresentano».

 A sinistra si è detto: il governo più a destra della storia, ora dentro il decreto-dignità qualcuno scopre anche piccole dosi di Cgil…

«Se dobbiamo contentarci delle definizioni circolanti, quella di nazional-populista mi pare la più convincente. Questo populismo danneggia l’economia. Fino al minidecreto dell’altro giorno non era stata presa alcuna decisione economica. Tuttavia se uno facesse il costo economico degli annunci di questi 2-3 mesi, registrerebbe già alcuni significativi danni alla nostra economia, che si possono stimare già in svariati miliardi».

 Miliardi?

«Se il governo fa certe affermazioni sul nostro debito e sulle regole europee e tutto questo raddoppia lo spread passato da quota 120-130 del 2017 a 230-240 questo significa l’1 per cento in più rispetto allo stock dei titoli di Stato che dobbiamo vendere quest’anno: un “costo” di circa 5 miliardi e mezzo in più. Se tu dichiari la pace fiscale, facendo riferimento ad un condono al di sotto dei 100mila euro, di fatto collochi una mina molto significativa sotto la cosiddetta rottamazione. Secondo la stima degli addetti ai lavori, con un costo enorme. Se poi aggiungi il rinvio di misure come lo split payment, la fatturazione elettronica, quanto costano questi rinvii? Qualche altro miliardo».

 Il decreto-dignità si occupa di diritti dei lavoratori. Il Pd non si sente spiazzato?

«No, perché partendo da due obiettivi sacrosanti incentivare le imprese a non delocalizzare, aiutare il lavoro stabile rispetto a quello saltuario l’effetto è quello di creare ostacoli. Se anziché aiutare le imprese, le ostacoli, il saldo di questa operazione è avere meno lavoro e meno investimenti in Italia. Se un’impresa deve decidere se investire nel Sud, dove i nostri governi hanno creato un insieme di vantaggi straordinari e qualcuno gli dice che questo insieme di opportunità è subordinato nei prossimi cinque anni ad alcune rigidità, all’imprenditore non resta che preparare il suo studio legale… Investire al Sud è una sfida, non c’è la coda. E il rischio? Che te ne vai in Bulgaria, in Albania, in Ungheria…».

 Con voi sono diminuiti gli sbarchi di migranti in Italia ma alle elezioni il Pd ha preso una batosta, mentre Salvini senza emergenze ma cavalcando il tema ha un boom di consensi: che significa?

«Il boom? Se dopo un mese non ci fosse un aumento dei consensi, questo sì che sarebbe insolito. Ma Salvini sembra che voglia fare una Lega con i nemici dell’Italia e il primo effetto potrebbe essere quello di “regalare” il Brennero all’Austria. Che non sarebbe il massimo per chi voleva sostituire l’inno di Mameli col “Va’ pensiero”!».

 Nel Mediterraneo la chiusura dei porti alla lunga non può diventare un deterrente?

«Da quella sponda c’è un altro rischio altrettanto serio: da decenni l’Italia è considerato il Paese campione del dialogo. Ma se cominci a prendere a male parole quelli della sponda Nord e della sponda Sud, se diventi un Paese minaccioso, l’eredità che hai conquistato non è per sempre. Un Paese in cerca di guai, può avere dei guai. Rischia di diventare non un Paese più sicuro, ma un Paese a rischio».

 Davanti a questo governo il Pd sembra avere un lessico stanco e ripetitivo, quasi coltivasse un retro pensiero: aspettiamo che si facciano male da soli. La stessa disputa se fare il congresso tra 9 o fra 12 mesi si commenta da sola, o no?

«Non vedo cosa ci sia da aspettare. Questo è un governo pericoloso, che non va sottovalutato, la sua tenuta potrebbe rivelarsi più breve di quel che si pensa. Dobbiamo essere pronti. Preparando un’Alleanza per l’alternativa. Con un lavoro che non sarà facile, per mettere assieme forze diverse e numerosissime. Non solo partiti, ma forze civiche, movimenti impegnati per l’ambiente e la legalità. E un Alleanza tutta da costruire».

 Nel Pd si è fatto avanti il governatore del Lazio Zingaretti: non le pare che sia un ottimo leader da tempi ordinari? Per far rinascere il Pd non servono carisma, visione, struttura?

«Se 3 anni fa qualcuno avesse detto: servono due leacter carismatici, a nessuno sarebbero venuti in mente Di Maio e Salvini, che lo dico da appassionato del “genere” ha fatto un’operazione politica con i fiocchi. Le qualità di chi sceglieremo, le scopriremo, vivendo. Alle Europee 2019 il Pd lotterà per essere il primo partito e potrebbe diventarlo, con significative conseguenze anche sulla politica italiana».

Intervista ad Anna Rossomando di Daniela Preziosi – Il Manifesto

Senatrice Anna Rossomando è normale convocare oggi un congresso per il prossimo anno, come farà il Pd?

«Se intendiamo la chiamata ai gazebo certo sarebbe surreale. Ma per congresso io intendo una discussione ampia, non solo tra gli iscritti, una rigenerazione del centrosinistra e della sinistra da avviare al più presto. Per ripartire abbiamo bisogno di dare voce a un civismo che c’è e vuole partecipare. Abbiamo subito la più grande sconfitta dal dopoguerra, dobbiamo affrontare le disuguaglianze e le ingiustizie che la globalizzazione ha provocato, a scrivere un manifesto di valori e un programma. Tornare al Pd delle origini non basta: perché già nel 2008 è arrivata la crisi a cambiare tutto. O ripartiamo dalla crisi sociale, o non ripartiamo».

Ma fra autosufficienza, segretario candidato premier e amalgama non riuscita, non c’era già un baco in quel Pd?

«Era una proposta calata in quel tempo. Oggi va rivista. Il Pd, anche per la nuova legge elettorale, non può e non deve far passare l’idea di autosufficienza. Ma una cosa deve essere chiara: il partito serve. E anche per questo serve un segretario a tempo pieno. Non possiamo parlare della ‘nostra comunità’ e poi non chiamarla per nome. Oggi la destra dà risposte, sbagliate ma le dà. Ma dà anche molta identità. La sinistra sta rinunciando a farlo. Ci accusano di aver spinto sui diritti civili e trascurato quelli sociali. È vero che abbiamo sottovalutato la richiesta di tutela che veniva dal lavoro. Ma noi, la sinistra, in tutto il mondo siamo quelli che tengono insieme diritti civili e sociali. Dobbiamo rivendicarlo».

Però M5s ha vinto contro il vostro jobs act e contro la vostra legge Fomero. La sinistra Pd, a cui lei appartiene, non ha nulla da rimproverarsi?

«Noi dal 5 dicembre 2016 abbiamo provato a discuterne nel Pd, proponendo un tagliando al jobs act. Anche la nostra piattaforma congressuale, la cosiddetta mozione Orlando, conteneva proposte su questo».

Il manifesto di Calenda per andare «oltre il Pd» le piace?

«Ogni contributo alla discussione va bene. Nel merito, ci sono cose che mi convincono e altre no. Soprattutto la sfida della destra deve essere sul sociale ed è lì che dobbiamo trovare la nostra nuova spinta».

Nicola Zingaretti sarà il vostro futuro candidato?

«Il congresso ultimamente è diventato primarie sul leader. Vanno cambiate le regole: la fase costituente dev’essere la prima fase del congresso. Zingaretti è autorevole e ha dimostrato sul campo la capacità di unire il fronte del centrosinistra. 11 Pd non può non essere un fattore aggregante».

Di Maio iniziato ad affrontare la questione dei rider. Perché voi che eravate al governo non l’avete fatto?

«Abbiamo sbagliato. Le pur buone cose fatte non sono ancora sufficienti. Tanto che due giorni fa abbiamo presentato una serie di proposte su occupazione e welfare. Fra queste il tagliando a jobs act e Fomero. Siamo comunque in ritardo, non c’è dubbio».

Così per voi fare l’opposizione non sarà facile.

«Ma quando porteranno le loro proposte? Dal reddito di cittadinanza alla flat fax, assistiamo a un continuo rinvio. Nel 2013 no. nostante la ‘non vittoria’ e l’elezione del capo dello stato, di questi tempi noi stavamo votando la legge sul voto di scambio mafioso, su proposta del Pd. Loro propongono ma non fanno».

Puntate sul loro fallimento?

«No, non faremo opposizione come l’hanno fatta loro. E comunque non è automatico che il loro fallimento ci riporti il consenso. Per questo serve una proposta nuova e forte».

Sui migranti, al netto delle affermazioni incivili di Salvini, la linea del governo è quella inaugurata da Minniti. Che una volta si era fatto scappare anche la proposta di chiudere i porti.

«Non è così. Minniti investiva sulla collaborazione sia dei paesi del Mediterraneo che quelli dell’Ue. Qui siamo agli antipodi. Difficile cambiare il trattato di Dublino, firmato quando Maroni era ministro dell’interno, litigando con tutta Europa».

Sui vitalizi al senato cosa succederà?

«Intanto è inaccettabile affrontare il tema senza coordinamento e accordo fra le due camere. Alla camera la scorsa legislatura abbiamo stabilito un contributo di solidarietà sui vitalizi alti senza incorrere nel rischio di incostituzionalità. Non porsi questo tema, oltre a quello dei costi effettivi, significa fare propaganda».

C’è un problema di presenza femminile nel gruppo dirigente Pd? Che vi succede?

«A Renzi va riconosciuto il merito di aver chiamato molte donne al governo, e solo giovani donne capolista alle europee del 2014. Ma poi c’è il tema dello spazio che si dà all’elaborazione femminile. Personalmente, il riconoscimento di luoghi autonomi di elaborazione sarà uno dei fattori su cui sceglierò il prossimo segretario. Abbiamo lasciato deperire la Conferenza delle donne. Penso che debba essere ripresa proprio come era: un luogo di elaborazione aperto anche alle non iscritte».

Intervista a Carlo Calenda di Luca Telese – La Verità

 Carlo Calenda a sinistra pare l’uomo del momento: ha acceso le polveri con un contestato decalogo sul Foglio. Paolo Gentiloni lo ha indicato come il primo con cui realizzare la sua «alleanza per il cambiamento».

La fa arrabbiare prendersi del «Pariolino»?

«Tecnicamente non lo sono. Abito in un altro quartiere».

Ma è il figlio di una upper class romana, vive di rendita. «A 16 anni sono diventato padre. Non era previsto. Una sera torno a casa, i miei mi fanno trovare la porta sbarrata».

E dopo quanto rientrò?

«Mai. Andai dai nonni. Mio padre spiegò le nuove regole: “Al mantenimento di tua figlia pensiamo noi. Al tuo ci pensi tu”. Ho lavorato a 18 anni per pagarmi l’università. Vendevo polizze».

Ora mena fendenti sul gruppo dirigente del Pd

«Sono incartati. Il partito è in stato comatoso. Fazioni, sospetti: il Pd sembra l’Europa, non decide perché non ci fidiamo uno dell’altro».

Perché ha preso la tessera il giorno dopo la sconfitta?

«Pensavo avrebbe dato una scossa. Siamo spiazzati da un riflusso violentissimo contro i progressisti in tutto l’Occidente. È un punto di non ritorno. Per la prima volta nella storia i tempi della rivoluzione tecnologica che rischiamo di essere travolti».

Qualcuno dice che il suo manifesto è anche millenarista

«Entro 10 anni il 20% dei vecchi lavori sparirà. il 75% di quelli nuovi non esiste ancora. Le persone espulse non avranno possibilità di riconvertirsi in tempo a meno di rimettere in campo lo Stato».

Conseguenza politica?

«L’umanesimo liberale è in crisi. I nostri ragionamenti ai sono fondati sulla certezza che i diritti, il progresso e l’economia sarebbero progrediti insieme. Per la prima volta il congegno si è rotto: il mercato ha portato benessere nel mondo, molto meno in Occidente, dove ha polarizzato vincitori e vinti. L’innovazione sembra essere sul punto di prendere il controllo sull’uomo, la paura si diffonde, la democrazia diventa a rischio».

Cos’è successo con Renzi?

«Eravamo e siamo amici, la sintonia si è interrotta di colpo. Un giorno ha smesso di rispondermi. Poi, alti e bassi».

Ma perché?

«Pur stimando Maria Elena Boschi e Luca Lotti, penso di essere entrato in rotta di collisione soprattutto con loro».

Non faccia l’agnellino: lui pensa che lei faccia sponda con Gentiloni per farlo fuori.

«Gentiloni lo conoscevo poco finché lui non lo ha indicato come premier. Renzi è uno dei migliori presidenti del Consiglio recenti e un pessimo leader di partito. Ora c’è un riavvicinamento. Sul referendum e alle elezioni io mi sono rotto la schiena…».

Ma vi Parlate?

«Ci sentiamo spesso ma parliamo poco di politica. Ha tanti difetti ma un pregio: l’ambizione di fare cose grandi, per il Paese».

Il Giglio magico?

«Hanno molte capacità. Ma la loro dimensione è sempre: con me o contro di me».

La risposta di molte classi dirgenti progressiste alla perdita di protezioni sociali in questi anni è stata: “È il mercato, bellezza!”

«Risposta idiota e semplicistica».

Vira a sinistra?

«Se non hai il capitolo “proteggere” nel programma non puoi fare politica, ma a sinistra non riusciamo a pronunciare la parola «protezione». Invece protezioni, investimenti e conoscenza sono le mie parole d’ordine».

Definì i manager della Embraco «gentaglia».

«Se fuggo dall’Italia, per andare in un altro Paese europeo che usa fondi strutturali per rubare lavoro, senza dare il tempo di trovare alternative, mi comporto da malfattore. Non avevo progettato lo strappo, ma sono fiero: della posizione dura, non della parolaccia. Infatti poi abbiamo trattato e chiuso».

Facciamo un altro esempio di gestione della crisi.

«L’accordo sui cali center. Nel settore lavorano 80.000 persone. A breve l’evoluzione tecnologica creerà i centralini a risposta automatica».

Da 80.000 posti a zero?

«Il punto è il tempo: in due non è socialmente gestibile».

Anche Lega e M5s dicono di voler proteggere.

«Ma in modo diverso. Parlano di presente. Mai di futuro. Un progressista fa l’opposto».

Di Maio mette la tassa sulle delocalizzazioni.

«Idiozia: se imponi una penale del 200%, le imprese straniere smetteranno di investire. Bisogna investire su competenze e tecnologia ma anche salvare l’alluminio dell’Alcoa e l’Ilva con 5 miliardi di investimento privato».

Sull’Ilva Di Maio chiede due mesi per studiare il dossier.

«Follia! Da due anni il M5S si oppone al progetto: non l’hanno manco letto? Possiamo permetterci 70 milioni di perdite per le ripetizioni a Di Maio?».

E i dazi?

«Non hanno funzionato nemmeno negli anni Trenta. Siamo un Paese esportatore e trasformatore. Nell’agroalimentare autarchia vuol dire chiudere un settore. E non ratificare il Ceta è un errore. I dazi si mettono quando c’è concorrenza sleale».

Per Renzi lei è un traditore. Ha pure fatto a botte per portarla a Bruxelles!

«E gliene sono grato. Un aneddoto: avevamo litigato, era un periodo terribile, doveva tenere una relazione cruciale. Mi sveglio e dico: cancellatemi tutta l’agenda. Gli scrivo un discorso con tutti i temi del mio futuro manifesto».

E cosa ha tenuto Renzi?

«Nulla. Dice l’opposto e mi scrive: “Non condivido nulla”. È un figlio della “terza via”: che va bene se non diventa lettura semplificata».

Ma lei da quando è diventato pessimista?

«Sullo stato delle liberaldemocrazie, da molto. Brexit, Trump, il referendum hanno accelerato tutto».

Lei viene dal privato, conciliarsi col mercato dovrebbe esserle facile.

«Non lo è. Esempio: noi importiamo acciaio a basso costo per fare prodotti ad alto valore aggiunto a prezzi vantaggiosi. Però il settore dell’acciaio scompare dall’Occidente e restano i disoccupati. Non possiamo sempre permetterci la giustizia, ma non può sempre vincere l’efficienza. Se l’industria che sparisce non viene sostituita, crolla tutto».

Facciamo un altro esempio.

«Amazon e i colossi del Web: non hanno nulla a che fare con il libero mercato».

Renzi pensa il contrario, ha preso un ex ceo, Diego Piacentini, a Palazzo Chigi.

«Amazon si basa sulle aspettative del raggiungimento del monopolio. Ciò consente loro di fare dumping grazie all’uso dei dati e a una tassazione risibile. Invece deve pagare».

Ma poi la pagano i consumatori, la tassa…

«Pure il barista le paga le tasse, e loro no? È contro il mercato. Queste imprese hanno ottenuto di essere un porto franco: non condivido».

L’ultimo punto calendista?

«L’aumento della velocità dei cambiamenti richiede enormi investimenti in cultura: l’analfabetismo funzionale è la fine delle democrazie. Poi si arriva alla battaglia di Lega e M5s contro i vaccini…».

E scusi, perché non avete fatto questi investimenti?

«Ci abbiamo provato con la “buona scuola”, ma è stato un mezzo fallimento».

Matteo Salvini chi è?

«Un furbacchione che gioca su Facebook con le paure. L’Italia ha sempre avuto un problema di percezione di scarsa serietà della classe dirigente. Di Maio e Salvini rappresentano il punto più basso».

È arrabbiato con Salvini perché la ha tolto la scorta?

«Figuriamoci, ha fatto benissimo. La rabbia arriva per l’Ideai Standard. È andato dagli operai dicendo che mi avrebbe chiamato per una soluzione. Si è dimenticato…».

Com’è arrivato in Ferrari?

«Con una raccomandazione. Mio padre conosceva Montezemolo. Entrai con stage non pagato di un anno: il miglior investimento della mia vita».

Dalla Fgci a Montezemolo.

«Sì. Da ragazzo ero iscritto alla Federazione giovanile comunista, al Mamiani. Il leader era Ignazio Vacca, figlio di Beppe, direttore del “Gramsci”. Un’estate lavoravamo al ristorante della festa dell’Unità di Modena. Ero al forno delle pizze. Arriva Pietro Folena. Il Pci aveva perso punti. Noi lo serviamo al tavolo egli facciamo una pizza con scritto sopra -3%».

E lui?

«Si incazza e ci catechizza. Aveva ragione. C’è una foto che mi ha rimandato Gotor dove io e lui leggevano L’Unità insieme. Ci sono affezionato».

Torniamo in Ferrari.

«Avevo un capo inglese che poi è diventato mio testimone di nozze, Road Loder. Aveva imparato un italiano curioso, con cadenza piemontese, pieno di parolacce. Diceva “Carlo, porca troia, perché questa cosa la facciamo così male, porcaccia la miseria?”. Io arrivavo in fabbrica elegante, con la pochette…mi ha svegliato. In un anno sono passato dalla condizione di stagista a quella di manager. Era partito Internet. Mi inventai un sito per i clienti. Andai da Montezemolo a spiegare e lui mi disse: “Bello. Assumi le persone che ti servono e realizzalo”».

Com’è Luchino?

«Immagine folgorante: lui che smadonna sui piazzali perché c’è neve sulle macchine in consegna. Una maniaco dei dettagli, grande gestione».

Momento di svolta al Cavailino?

«Il lancio della 360 Modena, eccellenza italiana, telaio fatto da Alcoa. E poi il rilancio di Maserati».

Per questo si è impegnato per l’azienda sarda?

«Quegli operai hanno orgoglio e coraggio. Vado anche io orgoglioso di avere introdotto la loro partecipazione ai profitti. Dicono che è demagogia? No, è un esperimento che va allargato!».

Su Alitalia, però, Montezemolo merita critiche?

«E stata gestita malissimo e l’ho detto. E le colpe erano in gran parte dell’ad. Ma non potevo fare distinguo su Montezemolo, e non ci siamo parlati per un po’. Poi siamo andati a prendere un caffè quello sì, ai Parioli e lui ha capito».

Direbbe, come Renzi: «Con Marchionne, senza se e senza ma»?

«Marchionne aveva ragione, ma non puoi dire così di nessuno, stando al governo».

Perché nessuno critica la Fiat che annuncia di portare la produzioné della Panda fuori dall’Italia?

«Dopo l’annuncio mi ero preparato con i sindacati con un piano in cui spiegavo che l’apparente diminuzione dei costi derivata dalla delocalizzazione in Polonia poteva essere compensata da un piano di ammortizzatori, incentivi, formazione e crediti di imposta. Conviene restare, numeri alla mano, pure a loro. Critiche senza azioni non servono».

Lo dica a Di Maio!

«Gli ho lasciato il progetto, gliene parlerei volentieri. Non ha avuto tempo. È il limite del M5s: come la Raggi a Roma, non decidono».

Scontri epici con la Raggi..

«Io le dicevo: studiamo i dossier insieme. Lei chiedeva 3 miliardi. Non funziona così».

Come è essere figlio di Cristina Comencini?

«Mia madre è… valdese. Sobria, minimale, severa».

E suo padre?

«Mi ha insegnato molto. Educazione, cultura, poi fai quello che vuoi ma al meglio».

Così i figli crollano…

«Ho avuto le mie defaillance…».

Ha fatto due turni politici: in uno trombato, e in uno non si è candidato.

«Ho cofondato Scelta civica e mi sono autotrombato, mettendomi in un posto che pensavo sicuro. A questo giro ho preferito evitare».

II Pd potrebbe rigettarla?

«Se cacciano me prima di Michele Emiliano mi arrabbio! Scherzi a parte, se fai campagna elettorale per gli avversari e combatti contro il tuo governo, dovresti avere dignità di andartene».

Peggio il Pd romano o la confindustria romana?

«Il Pd. Non sono in grado di organizzare una mobilitazione contro la Raggi. Fallo sulle buche, su Spelacchio, sul bilancio, ma fallo, santo Dio! Un partito che non porta in piazza nessuno non è un partito».

E vero che lei ha un caratteraccio?

«Sì, sono un passionale e mi va bene così».

Assemblea nazionale
L’Assemblea Nazionale del Partito Democratico è convocata il prossimo sabato 7 luglio 2018 a Roma, presso l’Ergife Palace Hotel in via Aurelia 619.

I lavori prenderanno il via alle ore 10.30

Lo comunica l’Ufficio stampa Pd in una nota alle agenzie.

Accrediti e inizio lavori
Sarà possibile accreditarsi dalle ore 9.00, i lavori avranno inizio dalle ore 10.30.

Nota logistica e come arrivare
Leggi la nota logistica Assemblea nazionale del 7 luglio 2018 – Roma, Ergife Palace Hotel

 

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