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Il deputato del Pd: non possiamo sottrarci al confronto. Dobbiamo incalzare il governo ma alcuni emendamenti sono da approvare. Intervista di Alessandro Di Matteo – La Stampa

 Francesco Boccia, il Pd torna a spaccarsi sul “decreto dignità”. Maria Elena Boschi e i renziani dicono che è «assurdo» pensare di votarlo.

Lei è tra quelli tentati?
«Siamo alle solite, il nodo non è votare o no il decreto. Anche Maria Elena sa benissimo di cosa stiamo parlando. Non esiste che qualcuno del Pd voti il decreto, il punto è confrontarsi o no. Non rifacciamo l`errore della serata infausta da Fazio lo scorso 29 aprile (quando Renzi in tv stoppò il governo Pd-M5s, ndr). Dobbiamo entrare nel merito. È evidente che il decreto è un mix di cose contraddittorie, dalle cosiddette semplificazioni fiscali alle delocalizzazioni, passando per il lavoro e la pubblicità del gioco d`azzardo. E non c`è niente per i lavoratori della “Gig economy” (i lavori “on demand” tipo i “riders”, ndr) Ma se dobbiamo parlare di lavoro, vediamo quali sono i nodi…»

Ma non significa, di fatto, rinnegare il Jobs act?
«È inutile che alcuni miei compagni di partito vadano in fibrillazione difendendo a prescindere il “totem” del Jobs act. C`è il tema della durata dei contratti a tempo determinato: la riduzione della durata ha senso solo se parallelamente riduci le imposte sul lavoro a tempo indeterminato. Poi ci sono cose come la reintroduzione della causale… Temi sui quali non ci possiamo sottrarre, il confronto dobbiamo farlo ed è probabile che alcuni emendamenti dobbiamo anche approvarli».

Cioè potreste votare non l`intero decreto, ma singole misure?
«Alcuni punti, integrati e corretti, seconcto me, meritano di essere sostenuti. Un grande partito incalza il governo. Dobbiamo anche farci carico di mediazioni: se non avete i soldi per abbassare il costo del lavoro a tempo indeterminato, almeno si approvi una norma transitoria per evitare di colpire i lavoratori che hanno un contratto in essere, che altrimenti da precari rischiano di diventare disoccupati».

È ancora Renzi che dà la linea al partito?
«Io penso che lui debba dare una mano, e che tutti dobbiamo aiutare il segretario Maurizio Martina eletto sabato scorso. Confrontiamoci tra di noi. È la mancanza di confronto che ci ha ridotti così. Ora c`è un altro segretario, aiutiamolo. Sennò tanto vale fare il congresso».

Alla fine, la discussione è quella di due mesi fa: che fare con il M5s. Per Renzi si tratta della “vecchia destra”…
«È illusorio sperare di ritrovare appeal aspettando il fallimento totale M5s, una strategia folle. Lega e M5s non sono la stessa cosa. M5s – sbagliando – ha sostenuto questo governo anche perché il Pd guidato da Renzi non si è manco seduto al tavolo. Ripeto, non dico che dobbiamo votare il decreto, ma confrontarci. Chi non vuole toccare nulla è Fi, per capirci! È possibile che dobbiamo avere le stesse posizioni di Fi?».

L’obiettivo è provare a separare M5s dalla Lega nei prossimi mesi?
«Ma certo, parliamo di un movimento che ha preso il 32 per cento e molti nostri elettori erano lì. C`è un po’ di destra, ma anche tanta sinistra che oggi è sorpresa e
disorientata. Dobbiamo tornare a parlarci e non lo faremo offendendoli».

Intervista al segretario del PD, Maurizio Martina, di Monica Guerzoni – Corriere della Sera

 «Noi siamo armati di buona volontà e tenacia».

Basteranno, per incollare i cocci di un Pd sempre sull’orlo della scissione?

«Io penso di farcela. Non ragionando come se dovessi incollare i cocci di un vaso, ma come l’artigiano che crea con le sue mani e con le mani di tanti altri un nuovo progetto, che rilanci la sfida dei democratici oggi».

Maurizio Martina, volterà pagina rispetto al renzismo? In Assemblea l’ex premier ha offuscato pure il suo look alla Dylan Dog.

Il segretario ride, ma non è mai stato così serio: «Dobbiamo uscire da una stagione in cui la personalizzazione ha portato a dibattiti asfittici. A me interessa scrivere una pagina nuova e costruire la carta fondamentale del Pd di fronte al nuovo scenario. Non mi interessa negare una esperienza che sento parte del nostro lavoro comune e che ha avuto, accanto a tanti limiti, anche diversi pregi».

Renzi però rimanda l’autocritica e vi accusa di segare il ramo su cui siete seduti. Avanti così?

«Sabato abbiamo condiviso un percorso e ora dobbiamo imboccare una strada nuova, da percorrere spediti e guardando avanti. C’è un sacco di gente che cerca un segnale e noi dobbiamo darglielo. I prossimi mesi saranno cruciali, io ce la metterò tutta. Sono più le ragioni di una battaglia comune per costruire l’alternativa a questa destra pericolosa, rispetto ad alcune discussioni che troppo spesso ci hanno diviso».

Gentiloni ha risposto alla presunta «algida sobrietà» del suo governo definendo Renzi «imbarazzante». Chi ha ragione?

«Ho trovato sbagliate e ingiuste le parole di Renzi e anzi difendo con orgoglio il lavoro del governo Gentiloni, a cominciare da Minniti sul tema migratorio. Gentiloni è una delle personalità più importanti che abbiamo, un punto di riferimento e credo che anche lui voglia aiutare il Pd e il centrosinistra a riscattarsi».

Minniti si sta riavvicinando a Renzi?

«Fermi. Non mi metterò mai più a discutere come se fossimo chiusi in una stanza fuori dal Paese reale. Mi interessano le battaglie sul lavoro, per il salario minimo legale, contro i contratti pirata, per la difesa del diritto alla salute, contro la precarietà. L’atto più rivoluzionario che possiamo compiere è ripartire dai bisogni dei cittadini».

Che profilo avrà il Pd?

«Popolare. Abbiamo il grande compito di dare uno spazio ai tanti italiani democratici, europeisti, che credono nei valori della solidarietà, dell’equità e della giustizia sociale. Se tanti con le magliette rosse sabato scorso hanno deciso di battere un colpo sul tema dell’accoglienza e della sicurezza vuol dire che c’è speranza. Esiste una reazione agli estremismi di Salvini, una alternativa al governo della paura e a questa destra nuova pericolosa».

La sua segreteria sarà piena di renziani, come la vice in pectore Bellanova?

«No, nulla ancora è stato deciso».

Orlando e Boccia entreranno in segreteria?

«Di certo la squadra sarà plurale, aperta al protagonismo di nuove esperienze».

Giachetti e compagni proveranno a far slittare il congresso?

«Rispetto, ma non condivido il punto di vista di Giachetti. Il lavoro di definizione del percorso da qui alle Europee è sancito dalle decisioni dell’assemblea».

 Primarie il 24 febbraio?

«Non c’è ancora la data, ma il percorso è stato definito».

Riaprirà il dialogo con Leu e con i 5 Stelle?

«Non ragionerei di alleanze in termini politicisti. Partiamo dalla testa, cioè dalle idee, invece che dalla coda. A me interessa costruire un percorso dentro il quale immaginare le alleanze sociali, prima di quelle elettorali. Dobbiamo lavorare a un nuovo centrosinistra. Il vero confronto è fra destra e sinistra, sono le politiche di questo governo».

Sarà Delrio il candidato dei renziani? O lei proverà a portarli dalla sua parte?

«Io faccio il segretario del Pd e voglio farlo per tutti, quando ci sarà il tempo delle primarie ciascuno farà le sue scelte. La cosa importante è arrivare li avendo prima, tutti insieme, rilanciato i contenuti. A dieci anni dalla nascita del Pd abbiamo un bisogno estremo di riscrivere le parole d’ordine fondamentali».

Ripartendo dai circoli?

«Anche. In ottobre faremo a Milano un grande forum per l’Italia, aperto ai militanti, ai circoli del Pd, alle associazioni, alle imprese, alle liste civiche, ai mondi del sociale».

La Leopolda di Martina?

«No. Una piazza, da cui far emergere il nuovo profilo dei democratici».

Cambierà il nome del Pd in Democratici?

«Non è questo il tema adesso, ma lanciare dal Pd un grande lavoro che coinvolga tutti i democratici italiani».

Cosa pensa del suo sfidante, Zingaretti?

«Nicola è risorsa preziosa. Tra noi c’è collaborazione, non competizione».

E se Renzi si candidasse alle primarie?

«Vedrà lui, ma mi pare abbia già detto parole chiare». «In ottobre a Milano un forum per l’Italia aperto anche ad associazioni e liste civiche» Al vertice Maurizio Martina, 39 anni, farà da traghettatore verso il congresso pd

“Il governo che parla di paralisi è smentito dai dati. Ogni giorno cercano un nemico: stavolta tocca alle regole dei lavori pubblici”
Intervista a Graziano Delrio di Paolo Griseri – La Repubblica

 Graziano Delrio non accetta di passare per un burocrate: «Vogliono cambiare il Codice degli appalti sostenendo che complica le procedure, ma non è vero».

Delrio, che cosa pensa delle modifiche proposte al suo Codice?
«Ogni giorno questo governo si inventa un nuovo nemico. Oggi tocca al Codice degli appalti».

5Stelle e Lega dicono che avete complicato le procedure…
«È vero il contrario. La legge precedente aveva 600 articoli, la nostra 220».

L’associazione dei costruttori si lamenta.
«Il Codice degli appalti è nato per mettere ordine, accogliere le direttive europee, favorire la trasparenza e l’efficenza. Il sistema ha funzionato. Nel 2014 la somma degli investimenti in Italia era stata di 274 miliardi, saliti a oltre 300 nel 2017.A frenarli non sono state le norme ma le difficoltà economiche delle amministrazioni locali».

Qual è la differenza tra la vostra legge e quella che vogliono leghisti e grillini?
«Il problema, me lo lasci dire da medico, è la diagnosi. Noi siamo partiti dall’idea che il controllo dei progetti deve rimanere alla struttura pubblica mentre le imprese devono realizzare le opere. L’altra impostazione è quella dei governi Berlusconi, quella di affidare alle imprese anche la progettazione esecutiva nell’idea che lasciando tutto in mano ai privati si snelliscano le procedure. L’esperienza ha dimostrato che non è così».

5Stelle e Lega stanno tornando all’impostazione di Berlusconi?
«Il rischio in effetti è quello. Il rischio di tornare alla logica della legge obiettivo, dei generai contractor che avevano mani libere e poi allungavano i tempi di consegna dei lavori e facevano lievitare i prezzi»

Quando avete proposto il vostro Codice degli appalti, qual è stato l’atteggiamento dei 5Stelle?
«Erano inflessibili. Contestavano le posizioni delle associazioni dei costruttori. Erano favorevoli al tetto massimo del 30 per cento di lavori in subappalto, una norma che abbiamo in effetti introdotto anche se non faceva parte delle richieste dall’Europa».

Ora quindi hanno cambiato idea?
«Mah, leggo dichiarazioni non suffragate dalla realtà. Il presidente del Consiglio Conte parla di difficoltà, blocchi di procedure. I numeri li avete pubblicati su Repubblica di ieri e smentiscono questa tesi. Il presidente Conte dovrebbe informarsi prima di ripetere frasi di telegrammi che riceve da chissà chi».

Dunque voi difenderete il vostro Codice in aula?
«Noi abbiamo pensato una legge che si adattasse alle esigenze del settore. Non un testo intoccabile, una serie di norme che nel tempo possono essere migliorate. Ma certo se si torna alla vecchia filosofia di affidare alle imprese il compito di farsi i progetti e realizzarli, se si torna all’antica logica che premia sempre chi pratica il massimo ribasso, ecco allora noi ci opporremo a questo. Bisogna considerare che ll 90 per cento delle opere realizzate in Italia non sono in mano pubblica ma di aziende di natura privata. È su quella parte degli appalti che si gioca la partita vera».

Pensa che siano modifiche dettate dall’associazione dei costruttori?
«Le associazioni di categoria fanno i looro interessi. Noi avevamo lavorato con tutte le associazioni quando si era trattato di scrivere il nuovo Codice. Ma poi la politica deve compiere le sue scelte. Non può semplicemente adeguarsi a quel che chiedono i rappresentanti delle categorie».

Quali i rischi oggi?
«Se si torna alla vecchia logica, degli appalti di una volta, i rischi li abbiamo visti: più possibilità di corruzione e opere meno sicure».

L’Assemblea nazionale elegge il nuovo segretario del Partito Democratico. I voti contrari sono stati sette e gli astenuti 13. Martina: “Da oggi si parte scrivendo una pagina nuova insieme, con la consapevolezza che non abbiamo scorciatoie”

ROMA– Maurizio Martina è stato eletto dall’assemblea nazionale nuovo segretario del Partito Democratico. I voti contrari sono stati sette e gli astenuti 13.
“Da oggi si parte scrivendo una pagina nuova insieme, con la consapevolezza che non abbiamo scorciatoie”, ha detto Martina, nel suo primo discorso da segretario eletto del Pd.
“Qui, tutti insieme, nelle diversità cominciamo a fare il nostro lavoro – ha aggiunto il nuovo segretario nazionale del Pd- per permettere al popolo di tornare a esserci. Accelerare tutto poteva essere una soluzione, vederci tra qualche settimana ai gazebo, ma ho il dovere e l’onestà di dirvi che non possiamo cavarcela così. Da oggi e da qui comincia un percorso di coinvolgimento, non bastiamo a noi stessi”.
“Partiamo con la convinzione – ha sottolineato ancora Martina – di essere un’energia positiva per il Paese. Solo la forza di un collettivo, di tanti, puo’ generare una nuova stagione”.

ASSEMBLEA NAZIONALE – ORDINE DEL GIORNO
L’esito del voto del 4 marzo e delle elezioni amministrative impongono al Partito Democratico un profondo lavoro di ripensamento e rinnovamento per il suo rilancio.
Lavoriamo a una nuova stagione che metta al centro del nostro impegno la lotta alle diseguaglianze, lo sviluppo sostenibile e la rigenerazione della vita democratica. Una stagione capace di mobilitare, coinvolgere e rendere protagoniste le tante energie democratiche, civiche, progressiste ed europeiste, che si oppongono alla destra, all’attuale governo, che vogliono reagire al preoccupante corso degli eventi in Italia e in Europa.

Occorre aprire una fase nuova del nostro partito per la ricostruzione di un campo di centrosinistra, in grado di proporre un progetto per l’Italia e per gli italiani; una prospettiva forte per il futuro, in grado di affermare per vie nuove i principi di una società equa, aperta, inclusiva e solidale a cui ispiriamo ancora il nostro impegno.
Vogliamo lavorare dall’opposizione all’alternativa di governo. E contribuire anche così a salvare l’orizzonte europeo, che necessita di una riforma profonda per scongiurare il rischio di consegnarsi ai nazionalismi e ai populismi. Intendiamo corrispondere a questo compito prima di tutto aprendo e rinnovando il PD.

Per queste ragioni l’Assemblea nazionale:
– avvia il percorso congressuale straordinario, i cui passaggi conclusi verranno definiti dall’assemblea entro fine anno, in vista delle elezioni europee 2019.
– dà mandato alla Direzione nazionale di approvare il regolamento base per i congressi territoriali, i tempi e le modalità con cui saranno chiamati a congresso i Circoli, le Federazione e i Regionali che hanno terminato il proprio mandato o comunque che siano stati commissariati.
– dà mandato al segretario di istituire una Commissione nazionale sul rinnovamento del progetto e della forma organizzativa, verificando anche le possibili innovazioni statutarie utili ai fini del percorso congressuale e di riprogettazione;
– promuove per ottobre a Milano il FORUM NAZIONALE per l’Italia, come grande appuntamento di ascolto e confronto del Partito democratico con il coinvolgimento delle nostre esperienze territoriali, dei circoli e degli amministratori locali, delle forze del centrosinistra, della società italiana nelle sue articolazioni culturali, sociali, economiche, associative, di genere e generazionali interessate a lavorare insieme per il Paese costruendo l’alternativa al governo gialloverde verso i prossimi cruciali appuntamenti elettorali.

 

MATTEO RICHETTI - Ph. Carlo Carino / Imagoeconomica

Intervista al senatore Pd: “E’ nelle cose un processo rifondativo che si basi sul contrasto alle disuguglianze, sulla redistribuzione del reddito, su europeismo e mercato aperto con regole chiare. Questi sono i capisaldi”, di Carlo Bertini, La Stampa

Renzi ha bollato i 5Stelle come la «nuova destra». Richetti, lei pensa che bisogna provare a dialogare con loro, oppure no?
«Penso che bisogna mettere a nudo le clamorose incoerenze di quel movimento. Le ultime parole di Di Maio sulle correnti della magistratura sono l’epilogo di una metamorfosi su temi come immigrazione, condoni e censimento dei rom: tutto ciò che la base di quel movimento non può accettare».

Scenario impossibile dunque un cambio di governo, con i grillini che mollano Salvini e il Pd che rimpiazza la Lega?
«Assolutamente. L’obiettivo del Pd deve essere poter rappresentare in tempi rapidissimi un’alternativa a questo governo. Nessuna apertura, bisogna considerare i 5stelle lontani da noi proprio per i contenuti di questa alleanza che sanciscono la totale incompatibilità con noi».

E con chi potete rappresentarla questa alternativa visto che siete ridotti ai minimi termini? Per caso la attrae l’idea di fare un partito diverso che superi il Pd?
«Al congresso ci sarà qualcuno che proporrà la trasformazione del Pd. L’evoluzione in un partito più ampio e innovativo. Senza ripiegare in una comfort zone della sinistra socialdemocratica, ma prendendo la sfida dell’innovazione sapendola interpretare senza produrre chiusura ma nuove aperture».

Si spieghi meglio.
«E’ nelle cose un superamento del Pd che preveda cambi di forma, pelle e sostanza. A quel punto si può discutere anche del nome. Un processo rifondativo che si basi sul contrasto alle disuguglianze, sulla redistribuzione del reddito, su europeismo e mercato aperto con regole chiare. Questi sono i capisaldi. Se poi questa forza si chiamerà Nuovo movimento dei Democratici europei o in altro modo non ha importanza, ma l’essenziale è costruire insieme l’evoluzione: non si può pensare che qualcuno faccia del Pd una bad company e si inventi una nuova forza».

Allude a Renzi?
«No, penso che sarebbe un errore clamoroso lasciare qualcuno che resti a fare il residuo della sinistra e qualcuno che occupi il campo del liberismo. Mi interessa la proposta Calenda del Fronte repubblicano: un processo che unisca le forze europeiste e solidali».

Lei si candiderà al congresso o lascerà spazio a Delrio?
«Se c’è una cosa chiara è che in questo congresso non si parte dai nomi. Sarà un confronto tra tesi e progetti e la prima cosa sarà coinvolgere iscritti ed elettori sul profilo del Pd. Quali idee di lavoro, ambiente ed Europa, solo per citarne alcune. L’ultima fase sarà su chi le interpreta».

Ma così non risponde.
«Non sono io a dover rispondere. Casomai è ogni candidatura che risponde ad una richiesta corale di un collettivo intorno ad un progetto».

Intervista a Carlo Calenda di Paolo Baroni La Stampa

«Il decreto dignità? Un mix di incompetenza e populismo» sostiene Carlo Calenda. Per l`ex ministro dello Sviluppo i tagli selettivi al cuneo fiscale promessi da Di Maio non si possono fare, mentre sulle sanzioni a chi delocalizza il governo dimentica le norme che ci sono già. «Non stanno facendo nulla per la crescita – sostiene -. E pensare di combattere povertà e disuguaglianze senza crescita è assurdo. Non una parola su investimenti e competenze. Non si sa cosa voglion fare con Impresa 4.0. I soldi per gli Istituti tecnici superiori già stanziati, bloccati al Miur che non li assegna. Vogliono non ratificare l`accordo col Canada che da quando è in vigore ha visto crescere l`export dell`8%. Il nulla su Ilva e Alitalia. Un disastro».

Partiamo dal taglio selettivo del cuneo fiscale…

«Non si può fare. Perchè in base ai trattati europei verrebbe considerato aiuto di Stato, mentre nel caso del Made in Italy verrebbe anche considerato un sussidio all`export contrario alle regole del Wto. E prima di incominciare a lamentarci di Europa e Wto faccio presente che se non ci fossero queste limitazioni Germania e Francia, che hanno più soldi di noi, sussidierebbero le loro imprese più di quanto mai potremmo fare noi spazzando via il Made in Italy».

Ma Di Maio questo lo sa o no?

«O non lo sa o prende in giro gli italiani. Ma propendo per la prima ipotesi visto che per la prima bozza del decreto che chiamano “dignità” erano previste delle penalizzazioni sino al 200% anche per le delocalizzazioni all`interno della Ue. Cosa, anche questa, che non è possibile fare».

Però il problema delle imprese che se ne vanno resta…

«Sulle delocalizzazioni già ora è previsto che chi ha percepito fondi pubblici e se ne va li deve restituire tutti. Era già previsto per i contratti di sviluppo e io l`ho estesa anche ai contratti di ricerca. Alzare troppo le sanzioni non serve, perché si scoraggiano gli investitori esteri e nessuno sottoscriverà quei contratti, che nell`80% dei casi oggi vanno a vantaggio del Sud o in alternativa sono destinati a contrastare proprio delocalizzazioni e chiusura di stabilimenti».

Non c`è altro da fare?

«Io ho lasciato una bozza di decreto che, sulla scorta di una analoga legge francese, obbliga l`impresa che vuole delocalizzare a trovare al suo posto un nuovo soggetto che reindustralizza: se avesse seguito il consiglio oggi non avremmo il caso Bekaert. E poi c`è il fondo anti delocalizzazione da 200 milioni che può essere utilizzato nei casi limite facendo intervenire Invitalia se si ha bisogno di più tempo per trovare soluzioni alternative. L`apparato, insomma, c`è già tutto e a Di Maio nel mio passaggio di consegne virtuale ho indicato con precisione cosa restava da fare. Il ministro ha invece pensato di costruire una cosa estemporanea e completamente controproducente, esattamente come la parte lavoro del decreto dignità. Che comporterà la perdita di contratti a termine e non produrrà un aumento di quelli a tempo indeterminato. Aumenterà solo i disoccupati. Tutto questo solo per fare del populismo sulla pelle dei lavoratori, e nel caso del taglio selettivo del cuneo, anche con una dose di ignoranza francamente imbarazzante».

Di Maio è consigliato male?

«Il Mise oramai è invaso dai consulenti dei M5S e i direttori sono completamente tagliati fuori. E si vede. È una gestione totalmente elettoralistica fatta nell`interesse dei partiti di governo piuttosto che per quello dell`Italia. E del resto lo stesso sta facendo dall`altra parte Salvini».

Su molti temi Lega e M5S la pensano diversamente. Quanto durerà l`alleanza?

«Spero poco. Perché l`insieme delle cose stravaganti che propone la Lega, tipo “vendiamo i Bot solo agli italiani”, e queste proposte di Di Maio rischiano di portare l`Italia in una situazione critica. Ricordo che lo spread è raddoppiato, il prezzo del petrolio è salito e che per colpa dei dazi c`è una crisi commerciale già molto sviluppata. Pende su di noi il nuovo giudizio di Moody`s, mentre sulla prossima finanziaria, nonostante le rassicurazioni di Tria, il rischio di una procedura di infrazione è molto alto. Stanno giocando con la sicurezza finanziaria del paese. È un gioco molto pericoloso che può sfuggire di mano».

 

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