Renzi: Marchionne ha cambiato l’industria del nostro Paese

Intervista a Matteo Renzi di Francesca Schianchi – La Stampa

«Per me Marchionne è stato un gigante: ha salvato la Fiat quando sembrava impossibile farlo. E ha creato posti di lavoro, non chiacchiere». L`ex premier Matteo Renzi è sempre stato un estimatore del top manager di Fca.

Che rapporto avevate?

«Di grande libertà: e questo ci ha permesso di dirci le cose in faccia, sempre. A me è servito molto per crescere. Se avevo dubbi su come approcciare i mercati globali, era uno a cui telefonavo per un consiglio».

Un rapporto che ha vissuto alti e bassi fin dall`inizio…

«È vero. Nel 2011 io dissi che nel referendum di Pomigliano avrei votato sì, e fui sommerso dalle critiche da sinistra: una parte di Pd lo identificava col “padrone”, ma il lavoro si crea con l`impresa, non con l`assistenzialismo. Un anno dopo, però, lamentai i ritardi del suo progetto: mi rispose che ero il sindaco di una piccola, povera città. Si scatenò mezza Firenze: fu costretto ad acquistare una pagina sulla Nazione per chiedere scusa. Me lo ha sempre rinfacciato divertito».

Da premier, lei andò a visitare gli stabilimenti Fca a Detroit.

«Sono stato anche a Melfi, Mirafiori, Cassino. E a Detroit, certo. So per esperienza diretta quanto Obama lo stimasse, ma non dimenticherò l`orgoglio dell`italiano che guida la Chrysler: mi ripeteva “si rende conto che questo è il più grande edificio d`America dopo il Pentagono?”. Ero con mia moglie Agnese, che di cognome fa Landini. Lui era in forte contrasto con l`omonimo capo della Fiom; prima di salutarci ci disse: “Ma non è che sua moglie è parente, vero?”».

Qualche mese fa però disse che «il Renzi che appoggiavo non l`ho visto da un po’ di tempo». C`è rimasto male?

«Il giudizio era ingeneroso, ma posso capirlo. La nostra campagna elettorale è stata totalmente sbagliata. Risposi solo con una dichiarazione pubblica: anche se lui aveva cambiato idea su di me, io non avevo cambiato idea su di lui».

Vi siete più risentiti dopo quella critica?

«Ha rotto il ghiaccio lui: quando sono andato a fare un`intervista da Fazio (quella con cui ha bloccato il tentativo di dialogo con il M5S, ndr.) mi ha scritto un messaggio, ormai si può dire: “Bravo, finalmente l`ho ritrovata. Lei si rimetta in gioco, e non molli.”».

Vi davate del lei?

«Certo. Il nostro era un rapporto professionale più che di amicizia personale».

Da leader Pd venne attaccato da sinistra per il suo rapporto con lui: si è mai pentito di non aver preso le distanze?

«E perché? Se l`Italia avesse avuto altri Marchionne oggi avremmo un`Alitalia competitiva o qualche banca italiana forte in giro per il mondo. Parte dell`odio contro di lui derivava dall`invidia. E sull`invidia per le persone di talento non si costruisce un Paese, come è ogni giorno più chiaro anche nell`Italia grillina».

Ammetterà che è stato un interlocutore ostico per i sindacati: con la Fiom ci fu uno scontro durissimo.

«La Fiom lo ha eletto a nemico, ma Marchionne è l`uomo che ha riaperto le fabbriche Fiat: se le fabbriche chiudono, non c`è lavoro né sindacato. A Detroit andava fiero della stima dei sindacalisti americani, come di quella di Fim e Uilm».

Ci sarà pure qualche critica, che magari gli ha fatto in privato…

«Certo, a cominciare dalla scelta dimettere la sede legale ad Amsterdam. Ci facevamo critiche a vicenda».

Marchionne a lei cosa ha rimproverato?

«Ad esempio si arrabbiò quando, nel 2015, feci un`operazione per tenere in Italia la produzione della Urus, il suv della Lamborghini, dando incentivi fiscali. Mi disse: “Per la Fiat questo lei non lo ha mai fatto”. Risposi: “Dottore, alla Fiat lo scomputiamo dal passato”…».

Quanto ha influito il suo rapporto con lui sul Jobs Act?

«Mi disse che il Jobs Act e la riforma delle popolari avrebbero riportato la fiducia dei mercati sull`Italia. Aveva ragione».

Che eredità lascia?

«Lascia aziende vive e forti. Non era scontato. Mi piace ricordare che senza gli accordi di Paolo Fresco con General Motors, Marchionne non avrebbe potuto fare le scelte che poi ha fatto: questo figlio di un carabiniere ha cambiato la storia industriale d`Italia, piaccia o meno ai suoi detrattori».

Delrio: Di Maio prende tempo su Alitalia come sull’Ilva ma il prestito ponte ha le settimane contate

Intervista all’ex Ministro dei Trasporti di Roberto Giovannini – La Stampa

"Alitalia nazionale al 51%? Mi pare non sia una novità: era così anche con Etihad, e sono le regole europee che lo impongono. Direi che il governo giallo-verde sta continuando le trattative che già avevamo avviato noi".

Graziano Delrio, presidente dei deputati Pd ed ex ministro di Infrastrutture e Trasporti, il vicepremier Di Maio annuncia di star discutendo con tante aziende del  settore. Non è forse una novità?

«Ho l’impressione che stiano prendendo tempo. Discutiamo seriamente quali siano i partner giusti per Alitalia».

Le offerte ricevute erano di Lufthansa, Easyjet e WizzAir.

«Sono quelle che erano state consegnate ai commissari Alitalia. Il guaio è che a un certo punto il prestito ponte che ha tenuto in vita l’azienda si interromperà. Non c’è tanto tempo a disposizione».

Lei come giudica queste proposte?

«Quella di Lufthansa la giudicammo insufficiente, comportava troppi sacrifici per i lavoratori. Direi che nel complesso nessuna delle tre offerte aveva le caratteristiche per permettere un rilancio vero, un serio piano di investimenti e un mantenimento dell’occupazione. Bisogna migliorarle, o trovare nuovi interlocutori. Alitalia non va venduta a tutti i costi, c’è un mercato che cresce. Ho il timore che il governo, come su Ilva, stia solo rinviando».

E se invece ci fosse un interlocutore, che farà il Pd?

«Noi stiamo dalla parte dei lavoratori e delle aziende italiane. Politica non è polemica, e se ci sono soluzioni buone lavoreremo per favorirle. Speriamo però che il governo smetta di fare annunci».

Cambiamo tema: la fusione tra Fs e Anas. I sottosegretari Rixi e Siri hanno detto che l’operazione – che tra l’altro farebbe uscire Anas dal perimetro pubblico – potrebbe essere stoppata. Che pensa?

«Aspettiamo di sentire cosa dice il ministro Toninelli. Ma non capisco quale sia il vantaggio di smontare un’operazione che aiuta gli investimenti italiani: portare Anas in Ferrovie è un progetto industriale con un fatturato di 11 miliardi di euro, più di 100 miliardi di investimenti già programmati per i prossimi 10 anni. Un progetto fondamentale per il Paese, specie per il Sud».

L’obiezione principale è che sono due aziende che hanno missioni molto differenti.

«Non è vero: quando si costruisce una ferrovia o una strada si hanno gli ingegneri che costruiscono i ponti e le interferenze tra le opere. Quindi c’è una grande potenzialità di sinergie e risparmi per centinaia di milioni. E per Anas è l’opportunità per entrare in una grande azienda come Fs, che ha migliaia di ingegneri e 81.000 dipendenti, per essere meno ingessata. Si sta creando una grande industria italiana delle infrastrutture e dell’intermodalità ferro-gomma, un salto in avanti sul fronte della logistica. Tra l’altro, mi chiedo, come vorrebbero tornare indietro? La fusione è già completata. E perché tornare indietro di venti anni? Sono allibito, non riesco a capire la logica. Non è un caso che i sindacati la pensino come noi, e siano contrari».

Minniti: Tripoli non può tutelare da sola le vite in mare

Intervista a Marco Minniti di Giampiero Calapà – Il Fatto Quotidiano

La crisi ha avuto il suo apice nel 2015-2016: solo tre milioni di persone hanno chiesto asilo in Europa, a fronte di 508 milioni di europei. Questo tema ha condizionato le elezioni del 4 marzo, non è stato un errore, onorevole Marco Minniti, porlo al centro dell’agenda politica?

«C’è stata una significativa riduzione di arrivi in Italia a partire dal 2017, ma ci siamo trovati di fronte a questo duplice messaggio: essere di fronte a un’emergenza, ma l’immigrazione non è un’emergenza, è una grande questione che ha a che fare con la storia del mondo; evocare una situazione straordinaria, uno stato d’ansia associato a un potenziale rischio. Da qui la risposta, sbagliata, di misure straordinarie tese a far cessare l’emergenza. Invece l’immigrazione è un fenomeno strutturale e una moderna democrazia deve governare i flussi migratori, combattendo l’illegalità ma costruendo percorsi di legalità. Vede, umanità e sicurezza non possono essere due termini di una polarità: la spinta nazionalpopulista di oggi racconta che bisogna sceglierne uno, invece il compito della democrazia è conciliare entrambi i concetti. Rispetto ai 250 ricollocamenti “ottenuti” dal governo Conte, aggiungo, che hanno aperto le porte i Paesi che negli ultimi mesi hanno già accolti ll mila persone, non i loro alleati di Visegrad».

Per l’Unhcr non c’è vita facile in Libia nei centri di detenzione e stiamo parlando solo di quelli ufficiali. Gli operatori hanno difficoltà di movimento, devono essere scortati dai libici… Lei ha puntato molto su questi centri con l’Unhcr, dopo un anno crede di aver sbagliato qualcosa o di non aver finito il lavoro?

«Abbiamo messo in campo una visione, un modello. Il principio era intervenire lungo grandi direttrici: il controllo dei confini libici, Mediterraneo e terrestre. Dal luglio 2017 al maggio scorso c’è stata una capacità di controllo delle partenze dalla Libia con un -85%: 124 mila persone in meno in un anno entrate in Italia. Il ruolo della Guardia costiera libica poi… il pezzo di un “sistema” non esclusivamente fondato sulla Libia, perché in quel sistema c’erano la Guardia costiera italiana e le Ong firmatarie del codice di condotta. Che poi significa tutte le Ong, tranne “Medici senza frontiere” che comunque operava lo stesso a bordo di Sos Mediterranée. Altri pezzi del sistema erano Frontex e l’operazione Sophia. Questo sistema ha consentito una progressiva presa di controllo salvando vite in mare».

Che delle motovedette libiche non ci fosse da fidarsi, però, era chiaro da subito.

«Appunto, ripeto, stavano dentro un “sistema”. Oggi si vuol caricare sulle spalle dei libici tutto il peso della sicurezza in mare, un peso oltre le loro capacità operative. La cosa incredibile che questo succede a fronte del fatto che non esisteva, con quel sistema, una situazione fuori controllo. Aggiungo che la comunità internazionale non è mai riuscita a convincere i vari governi libici, il regno, il regime e l’attuale Stato, a firmare la Convenzione di Ginevra. Fino allo scorso anno Onu e Organizzazione internazionale per le migrazioni non potevano operare in Libia, agivano da Tunisi. So perfettamente che sul campo ci sono difficoltà, ma quello che è stato fatto è un passo avanti importantissimo. L’Unhcr ha già potuto selezionare 1.500 persone che hanno diritto alla protezione internazionale e, quindi, devono essere portate in Italia e in Europa con corridoi umanitari. A dicembre 2017 e gennaio 2018 trecento mamme con bambini sono atterrate con gli Hercules della nostra Aeronautica militare. Mi veniva in mente quando ho visto l’immagine, terribile e su cui non voglio speculare, della madre col bimbo morti in acqua e la cito per dire che serve rafforzare quei canali già aperti. Quindi è tutto a posto in Libia? No, ma sono stati fatti dei passi avanti: abbiamo Ong presenti a Tripoli. Poi bisognerebbe continuare a parlare con le comunità locali come è stato fatto con i sindaci delle città colpite dal traffico di esseri umani. L’Unione europea ha stanziato 50 milioni per riconvertire quelle economie basate sul traffico, dovremmo chiedere diventino 500».

Dalla definizione “taxi del mare” di Di Maio in poi, al di là delle inchieste giudiziarie, c’è una criminalizzazione e generalizzazione delle Ong, non trova? Non si sente in parte responsabile?

«Io no. Dobbiamo essere più oggettivi. C’è stata un’indagine parlamentare, votata all’unanimità, caso unico nella scorsa legislatura: ha segnalato proprio il rischio di una generalizzazione delle attività delle Ong. A questo non abbiamo risposto con la chiusura dei porti e criminalizzandole, ma con un codice di condotta frutto di una firma comune e approvato dai ventotto paesi dell’Ue, tra cui quelli (Olanda, Svezia e Francia soprattutto) che sono patria delle Ong. Quel codice serviva proprio per dare una sponda alle Ong, per non lasciarle sole. La via sarebbe continuare su quella strada perché quel codice è un elemento di garanzia,non mi sarei mai sognato di imporlo con una legge. Era un patto. Adesso Aquarius è stata la prima ad essere “respinta” senza aver violato quel codice».

Lei parlò di timore di rischio per la tenuta democratica del Paese.

«Neppure per un attimo ho pensato a un colpo di Stato quando lo dissi, intendevo la rottura sentimentale del Paese che dal punto di vista della sinistra c’è stata: uno scivolamento verso posizioni anti-sistema di chiusura nazionalpopuliste. A rabbia e paura non si risponde con le statistiche, non siamo stati capaci di ascoltare; il Pd non è stato, temo non lo sia ancora, un canale aperto di comunicazione con la società italiana».

Che Pd vuole adesso?

«Va rivoltato come un calzino, non mi interessano i nomi. Serve un Congresso per capire cosa fare e non un’assemblea di condominio in cui ognuno pensa a salvare i suoi millesimali».

Renzi ha perso, è finito?

«Più che dimettersi cosa avrebbe dovuto fare?».

Lei si definirebbe renziano?

«Ho difficoltà a definirmi minnitiano, figuriamoci altro».

Martina: ripartire dal Mediterraneo per costruire una nuova sinistra europea

L’intervista al segretario del Pd di Tommaso Ciriaco – la Repubblica

«Dobbiamo rilanciare la sinistra europea. Partendo dalla frontiera più avanzata, quella del Mediterraneo. Per dare una risposta ai nazionalisti, ai Salvini, gli Orban e ai sovranisti dell’Est Europa».

Il segretario del Pd Maurizio Martina è appena atterrato in Italia, reduce dalla missione a Madrid. È stato ricevuto dal premier socialista Pedro Sànchez. Hanno discusso dell’unità dei socialisti europei, che il leader dem immagina come un’internazionale antisovranista.

«In vista delle Europee del 2019 abbiamo deciso di iniziare un percorso che coinvolga i socialisti spagnoli, l’esperienza greca di Tsipras, il Pd, il premier Costa in Portogallo. E ancora, i socialdemocratici svedesi e tedeschi. E poi, se non prima delle elezioni, certamente dopo i riformisti ed europeisti francesi. Per essere avanguardia di un cambiamento che parta dal Mediterraneo».

Il Mediterraneo, teatro della battaglia più feroce dei sovranisti sulla pelle dei migranti. E voi sembrate afoni, incapaci di organizzare una risposta, non è così?
«Oggi questo mare è la frontiera europea. Frontiera di valori su migranti, cittadinanza, sicurezza, sovranità, politiche economiche. È qui che si gioca la sfida a Salvini e ai suoi amici».

Il problema è che la destra colpisce nel segno con slogan come “porti chiusi”. Qual è lo slogan della sinistra europea?
«La sfida è complicata, però necessaria. Dobbiamo guardare in faccia la destra nazionalista e dire: più umanità, più Europa. Immaginare una cittadinanza europea. Una politica seria per l’Africa. Lanciare un’agenda sociale Ue per la lotta alle diseguaglianze. Quando gli operai che incontro mi dicono che non hanno paura dei migranti che fuggono dalle guerre, ma delle imprese che chiudono per la delocalizzazione, ci indicano un nodo cruciale. Nessuno deve rimanere solo, troviamo insieme in Europa le risposte. E poi ha visto cosa è accaduto alla nave di Pozzallo?».

Cosa intende?
«Sono stati i governi progressisti ed europeisti a trovare una soluzione, non quelli di destra che piacciono a Salvini. Ecco, rendiamo evidente tutto questo. La sinistra non deve essere timida verso i nazionalismi».

La sinistra, dice lei. E pensa al Pse. Quindi niente patto con Macron, come vuole Renzi?
«Tutti i partiti socialisti sono consapevoli che servirà un rapporto permanente nel prossimo Europarlamento anche con le altre forze riformiste. Come costruirlo è il lavoro che abbiamo davanti, ma non si può prescindere dal Pse».

Per essere ancora più chiari: immagina un patto solo dopo le Europee con Macron? O è possibile anche prima?
«Non sono in grado di dire oggi se ci sono le condizioni per un patto pre-elettorale, ma credo sia necessario dialogare prima e lavorare insieme dopo il voto. Non c’è volontà di autosufficienza».

Ma così il Pse non rischia di arrivare quarto e certificare la sua crisi irreversibile?
«L’esperienza di Sànchez o Costa non mi sembra portino alla certificazione di questa crisi. Ma comunque penso sia giusto aprire il confronto con le altre forze riformiste. Ci saranno altri appuntamenti. Vedremo come si concretizzerà, ma europeisti e socialisti devono comunque marciare insieme se non prima, certamente dopo le Europee».

E intanto c’è il congresso Pd. Slitta a dopo le Europee?
«Ma no, siamo chiamati a rispettare le decisioni assembleari, non c’è nessuna novità. Ora lavoriamo per mettere il partito nelle condizioni di rafforzarsi sul fronte delle idee, poi ci occuperemo delle persone. Ci saranno primarie per il nuovo segretario, prima delle Europee».

Si sente delegittimato dalle critiche di parte della sinistra dem, dei renziani, di Calenda che parla di harakiri?
«Leggo le critiche. Troppe arrivano da chi parla stando fuori. Mi concentro sul lavoro per rilanciare il Pd. Riuniremo la segreteria a Tor Bella Monaca. Lavoreremo assieme, tutti. Con meno discussioni, che ci distanziano dai cittadini».

 

Verini: Legittima difesa, disarmeremo il cinismo di Salvini

Intervista a Walter Verini di Giulia Merlo – Il Dubbio

Foto di Imagoeconomica

 «Matteo Salvini continua a strumentalizzare con cinismo le paure, inducendole anche quando non esistono». Walter Verini, deputato del Partito Democratico e membro della commissione Giustizia della Camera, definisce la riforma della legittima difesa una non emergenza, ma «che lancia un messaggio pericoloso: armatevi e difendetevi, perché per noi è sempre legittimo».

Perché dice che non è un’emergenza?

«Basta leggere i dati. Si contano sulle dita di una mano i casi che si verificano ogni anno e, negli ultimi dieci anni, ci sono state solo due condanne per eccesso colposo di legittima difesa. Il numero di casi che arrivano a sentenza e a condanna sono irrilevanti, dunque non è un’emergenza. Anzi, bisogna respingere alla radice il tentativo che si tratti di una priorità per la sicurezza del Paese».

La modifica prevede la «presunzione di legittima difesa per gli atti diretti a respingere l’ingresso, mediante effrazione, di sconosciuti». Teme abusi legalizzati?

«Il testo leghista scardina il principio di giustizia della proporzione tra difesa e offesa. Così è sempre legittima difesa, anche quando un cittadino, in presenza di una violazione di domicilio ma senza un pericolo imminente o una minaccia incombente, reagisce in modo sproporzionato. In questo modo ci si avventura su un terreno davvero pericoloso: la proporzionalità è un elemento centrale dello stato di diritto e dire che la difesa è sempre legittima è un’aberrazione civile oltre che giuridica. Pur nella sua barbarie, anche la legge dell’occhio per occhio, dente per dente aveva una sua proporzionalità».

Anche il Pd, nella passata legislatura, aveva però provato a intervenire per modificare l’articolo 52, con il ddl approvato alla Camera ma naufragato al Senato.

«Noi abbiamo dato una risposta a un problema che ci veniva posto, ma la nostra proposta manteneva ben salda la proporzionalità e anche il fatto che la valutazione caso per caso spettasse sempre al magistrato, senza permettere derive di giustizia fai da te. La nostra legge prevedeva che la reazione anche con arma da fuoco del cittadino, nel caso di pericolo grave e imminente in pieno giorno o di soprassalto notturno dentro la propria abitazione, rientrasse nel caso della legittima difesa. Inoltre, avevamo introdotto un emendamento che prevedeva il risarcimento delle spese processuali da parte dello Stato, quando fosse stata dichiarata la non punibilità per legittima difesa».

Teme derive violente, nel caso in cui la legge di ispirazione leghista venisse approvata?

«Il loro messaggio è chiaro: a casa vostra fate quello che volete, armatevi e difendetevi come volete perché per noi è sempre legittimo. Io lo trovo pericoloso e sbagliato, perché temo che si favorirà indirettamente la diffusione di armi. Le armi in casa, però, producono insicurezza e statisticamente un incremento di episodi di violenza. Mi è rimasta molto impressa la testimonianza toccante di Luca Di Bartolomei, il cui padre si suicidò con la pistola comprata per difendere la famiglia. Salvini gli rispose in modo ruvido e volgare, ma la sua storia mostra come un’arma acquistata per difendersi è poi servita a ben altro. Questo è l’effetto della diffusione delle armi».

I 5 Stelle hanno decisamente frenato le spinte leghiste, però. La legittima difesa potrebbe essere un tema di rottura per il governo gialloverde?

«Me lo auguro, come spero che incrini qualcosa anche la vergognosa gestione dei migranti. Sulla legittima difesa vorrei ricordare le frasi di Di Maio in campagna elettorale: “Il Movimento 5 Stelle al governo farà in modo che una persona non si debba difendere con un’arma da uno che gli entra in casa”. E ancora: “Togliamo le armi dalle case degli italiani”. Di Battista, invece, attaccava la lobby delle armi. Fico, infine, diceva che non bisognerebbe avere la possibilità di tenere armi in casa, perché sono un pericolo per se stessi e gli altri”. Ora mi chiedo come facciano a non fare una piega davanti all’offensiva leghista, che definire securitaria è un complimento e che sa molto di giustizia fai da te».

Anche l’Anm e le forze di polizia si sono dichiarati contrari al ddl.

«E noi coinvolgeremo le associazioni, i movimenti della vita associata delle varie categorie professionali – forze dell’ordine, magistratura e avvocatura – che hanno espresso forti perplessità sulla proposta di legge. Quella del Pd sarà un’opposizione netta e inequivocabile, che punta a coinvolgere il paese e a dare rappresentanza al sentire diffuso di molta parte della società. Dobbiamo essere l’alternativa alla risposta di pancia della Lega».

Eppure la questione della sicurezza ha fatto breccia negli elettori, come dimostrano i risultati elettorali.

«In questa fase, i temi della sicurezza portano consenso, anche quando vengono usati solo strumentalmente. La questione, però, è più generale: la gente non si sente sicura nel lavoro, nel diritto alla pensione, nel pensare il futuro e nel vivere presente. Insomma, viviamo una fase di precarietà e fragilità tali, che basta un niente per far crescere le paure. Questo genera il terrore del diverso e produce una lotta dei penultimi contro gli ultimi, perché la paura colpisce soprattutto le fasce più fragili della popolazione, le periferie sociali e urbane».

Dunque il tema esiste.

«Ma certo, il Pd non lo nega in alcun modo. Il punto sono le risposte radicalmente sbagliate e persino pericolose che sta dando questo governo, quando invece bisognerebbe lavorare sulla protezione sociale e civile e sulla difesa della legalità. Noi del centrosinistra dobbiamo essere capaci di non seguire Salvini sul suo terreno, ma di rispondergli alzando la voce con la forza dei nostri valori».

Che alternativa proponete?

«La difesa dei cittadini spetta allo Stato, che deve essere dotato di più mezzi e più uomini. Questo non basta, però: per combattere la paura bisogna moltiplicare le occasioni di vita sociale, culturale e associata nei nostri quartieri, perché così si contrasta il degrado e la criminalità ha difficoltà ad espandersi. La difesa pubblica e la rinascita della vita sociale nei quartieri sono due risposte che marciano insieme contro la paura. Solo così potremo guardare al futuro con meno angoscia e i cinici alla Salvini inizieranno a perdere terreno».

Martina: Le scelte dei vicepremier rovinano l’Italia

Parla il segretario del Pd: “Su migranti ed economia servirebbero scelte diametralmente opposte. Le scelte di Salvini e Di Maio minano l’interesse nazionale, come si vede in queste ore”, di Carlo Bertini, La Stampa

Anche Maurizio Martina, come Matteo Salvini, spera che stasera vinca la Croazia, «la novità merita e la storica nostra rivalità con i francesi ci impone questa scelta». Ma le assonanze si fermano qui. Il neo-segretario Pd intende costruire l’alternativa sul tema più sensibile per il leader del Carroccio, quel «prima viene l’Italia» che è la bussola del vicepremier: «Gli interessi nazionali si difendono con scelte economiche e sui migranti opposte a quelle di Salvini e Di Maio».

Al Pd sembra però mancare un suo progetto e una direzione di marcia. Cosa intende fare lei di qui a un anno?
«Non ci dobbiamo nascondere la fase storica che stiamo vivendo, un conflitto che mette a durissima prova la sinistra. Come ha detto bene Arturo Parisi, dobbiamo avere il coraggio della profondità, di rimettere in discussione fino in fondo noi stessi e di farlo riorganizzando le forze del campo progressista».

Cosa significa?
«Di qui all’autunno apriremo un grande lavoro di confronto sul progetto: quale prospettiva di Europa, quale idea di sviluppo, lotta alle nuove disuguaglianze, la questione generazionale e il grande tema della cittadinanze. Cinque sfide che i progressisti devono giocare all’attacco».

Come?
«Costruendo un’agenda di cambiamento, cercando di rovesciare il confronto con i nuovi nazionalisti, per dimostrare che la tutela dell’interesse nazionale può stare meglio nelle mani di altri: perché le loro scelte minano l’interesse nazionale, come si vede in queste ore. Quando un ministro dell’Interno predica più sicurezza e poi si scopre che con le sue scelte l’Italia resta più isolata e altri Paesi scaricano il problema anziché condividere responsabilità, si mina l’interesse nazionale. O quando si negano gli accordi di libero scambio in quel modo, si mettono a rischio migliaia di imprese e tanti territori, che su quelle esportazioni costruiscono un pezzo del nostro futuro. Sono convinto che ci sia uno spazio vero di lavoro per noi».

Fatto sta che Pagnoncelli sul Corsera mette in luce che molti italiani non ritengono vi sia un’opposizione incisiva. Sbagliano?
«Me ne rendo ben conto che non siamo al massimo delle nostre energie. Ma in nessun paese dopo una sconfitta così dura l’alternativa si costruisce in qualche mese».

Il suo primo atto, la formazione della segreteria, ha creato una sarabanda di proteste. Tutte le correnti si sono rivoltate contro. Non è un bell’inizio per una segreteria che voleva essere collegiale e unitaria, o no?
«Sono grato alle persone che hanno accettato questa sfida di costruire una segreteria plurale. So bene che quando si fanno queste scelte si scontenta qualcuno. Ho cercato di fare una segreteria di competenze e novità che lavori con me all’agenda del Pd. La mia scommessa è un impegno quotidiano nel paese reale: voglio un partito di strada che abbia un rapporto diretto con i bisogni degli italiani. Va rilanciata un’idea di radicamento ovunque».

Sul decreto dignità il Pd andrà in ordine sparso? Ognuno voterà ciò che crede?
«No, il Pd andrà unito, il nostro giudizio tanto più dopo le vicende di queste ore, con Di Maio che scopre che i suoi stessi uffici certificano la drastica riduzione dell’occupazione con 80 mila posti a rischio e grida al complotto, provano la irresponsabilità del ministro in ansia di prestazione con Salvini sul fronte della propaganda. Noi sfidiamo la maggioranza sul lavoro stabile: e proporremo il taglio permanente dei costi previdenziali per i contratti a tempo indeterminato».

Su articoli specifici, come la causale per i contratti a termine o la pubblicità per i giochi d’azzardo, sono possibili convergenze con i cinque stelle?
«Valuteremo nel merito, è chiaro che ci sono alcuni punti su cui si può ragionare, di certo su molte questioni ci saranno emendamenti alternativi».

Cercate agganci con i grillini per sostituire i leghisti nel caso Salvini voglia andar all’incasso alle europee?
«Anche in virtù di quanto accaduto, non vedo le condizioni perchè M5s scarti questa situazione con un briciolo di autonomia e cambiando rotta. So che un’opposizione all’altezza del suo ruolo deve lavorare per aprire contraddizioni nella maggioranza…»

Ma non vede all’orizzonte un governo Pd-M5s?
«No, siamo molto distanti. E poi penso che il M5s si sia legato mani e piedi a questa esperienza, egemonizzata dalla Lega. E che al momento non ci sono segnali di ravvedimento».

Quando si farà il congresso Pd?
«Si farà prima delle europee, come indicato dall’Assemblea Nazionale».

Lei sa se si candiderà alle primarie?
«Sinceramente non ci ho pensato, quando avremo chiaro il percorso e le primarie indette, ciascuno farà le proprie valutazioni».