Intervista al segretario del PD Maurizio Martina, di Adolfo Pappalardo, su Il Mattino

«Assistiamo al tradimento del Sud di 5 Stelle e Lega. E nelle prossime settimane sarà ancora più evidente», spiega il segretario nazionale del Pd Maurizio Martina che rimane convinto come il grosso del lavoro da fare ora sia «recuperare gli elettori di centrosinistra che hanno votato i grillini e ne sono già delusi».

Per questo «io in testa sono pronto ad andare anche sulle spiagge del Mezzogiorno per raccontare i rischi e i fallimenti del governo», dice alla vigilia della segreteria nazionale del partito che si tiene oggi a Scampia.

Segretario perché questa tappa?

«E’ fondamentale per la ripartenza del partito dopo essere stati nei giorni scorsi Tor bella Monaca e lo Zen di Palermo. Siamo qui per ascoltare, imparare e ringraziare quelle realtà associative che lavorano in quartieri popolari complessi.

Dobbiamo capire meglio alcune realtà anche in vista del forum nazionale Pd per le periferie, grazie al quale vogliamo iniziare un impegno nuovo nelle realtà metropolitane. Perché è lì che occorre fare di più: dalla lotta alla povertà alla riqualificazione urbanistica passando per il tema cruciale del diritto alla casa».

Tenga presente che il 4 marzo a Scampia i grillini sono volati oltre il 65 per cento.

«Proprio per questo abbiamo il dovere di ascoltare un quartiere che ha segnato una distanza grande con noi. Ed è ancora più necessario andarci oggi perché la domanda di cambiamento è stata tradita».

Si riferisce ai grillini, immagino.

«Sì abbiamo di fronte il loro tradimento del Sud e penso che queste settimane l’abbiano ormai reso evidente. Basta pensare alla chimera del reddito di cittadinanza che si sta rivelando sempre di più un abbaglio».

L’ex premier Gentiloni è preoccupato e teme il peggio: per questo chiede un’alleanza tra Pd e moderati contro i sovranisti. È d’accordo?

«Le preoccupazioni di Paolo sono le mie. Quando assisti a un governo che mette in discussione i fondamentali, quando ancora in questi giorni si evocano uscite dall’euro, quando i passi della maggioranza sono di distruzione, è giusto lanciare un segnale di grande allarme. Ed è sacrosanto lavorare per allargare l’impegno per un progetto di alternativa che raccolga tutte le energie democratiche e progressiste contro questo declino e degenerazione. Declino che pagano gli italiani».

Si riferisce al decreto Dignità?

«Non lo chiamerò mai così. È solo il decreto del vicepremier che ha armato un provvedimento propagandistico per arginare la comunicazione di Salvini. Ma con effetti devastanti, come denunciano tante imprese per i costi maggiorati e tanti lavoratori che rischiano di perdere il lavoro per queste nuove norme. Al Sud inoltre si rischia il blocco degli investimenti e non possiamo non preoccuparci. Per questo siamo pronti persino ad andare su alcune spiagge del Sud, in pieno agosto, per denunciare il tradimento del Sud attuato dai 5Stelle. E si parte dal Sud dove la sconfitta è stata più pesante».

Come mai? Colpa delle classi dirigenti democratici del Mezzogiorno?

«Gli elettori ci hanno vissuto come distanti e distanti lo siamo stati davvero. Io rivendico alcune politiche come Resto al Sud ma deve esserci un’analisi sincera per riconoscere i limiti della nostra iniziativa. Limiti di progetto, di persone e di idee. Ora vorrei che il Pd del Mezzogiorno diventasse la più importante palestra del partito nazionale per una nuova giovane classe dirigente».

A dir la verità abbiamo assistito ad una nuova classe dirigente selezionata solo per cooptazione.

«So che si deve fare di più e meglio. Ogni giorno mi capita la fortuna di incrociare ragazzi che non si arrendono: dobbiamo dargli uno spazio vero d’iniziativa, non fargli trovare porte sbarrate».

Non è che siete molto attraenti: nel momento di massimo declino il Pd discute solo di congresso.

«Per spezzare questo racconto andiamo anche a Scampia per andare oltre certe discussioni preferisco mobilitare il nostro impegno anche sulle spiagge. Il Pd deve cambiare, fare meglio e deve buttarsi corpo a corpo nel paese reale: per offrire un’alternativa a partire da chi ha più bisogno. Discutiamo anche con chi ci critica: è fondamentale per ripartire».

Tornando all’opposizione al governo, lei crede che Pd e Forza Italia in commissione di Vigilanza si alleino contro la nomina del nuovo presidente Rai?

«È scandaloso il modo con cui Lega e 5 Stelle hanno lottizzato i vertici Rai soprattutto nella figura del presidente: completamente inadeguato per le funzioni che deve avere. Io spero che tutte le opposizioni respingano la nomina». È un appello ad Fi? «Spero confermino il giudizio dato in queste ore e respingano questo tentativo maldestro che rivela tutta l’ambiguità dei grillini che predicano bene e razzolano male attuando la peggiore lottizzazione. Anche la peggiore Prima Repubblica era capace di produrre scelte all’altezza…».

Eppure, deve riconoscerlo, la percezione di un fallimento di questo governo non c’è, se gli indici di gradimento risultano ancora oggi altissimi.

«Siamo ancora in un tempo di luna di miele e so bene che la loro attività di propaganda ha una forza inedita rispetto alle stagioni passate. Ma l’autunno segnerà la rottura di questa luna di miele perché arriveranno al pettine i nodi di scelte economiche difficili. Non si farà il reddito di cittadinanza, dovranno spiegare perché e si misureranno tutti i limiti di un cambiamento che non c’è o rischia di essere dannoso».

Nel frattempo hanno diffuso la presa dell’Airbus acquistato dal governo Renzi come fosse l’espugnato palazzo d’Inverno.

«Una vergogna promossa da alcuni ministri degna di una repubblica delle banane. In nessun paese civile si organizza una cosa del genere per un mezzo di servizio pensato per istituzioni e imprese. Mi vergogno della sceneggiata usata da Di Maio solo per becera propaganda e spostare altrove l’attenzione. Di Maio e Toninelli andassero a lavorare invece. Il primo non risolve il nodo dell’Ilva e domani (oggi, ndr) ha convocato una riunione da teatro con la bellezza di 62 sigle, l’altro annuncia il blocco della Tav Torino-Lione rischiando di far pagare oltre 2 miliardi di penali e far perdere all’Italia4mila posti di lavoro».

Eppure voi avevate l’occasione di scendere a patti con i grillini magari dialogando con l’ala più distante dalla Lega. Pentito di non averlo fatto?

«Si sarebbe trattato di un tentativo quasi impossibile per la natura delle posizioni che loro esprimono. Ora occorre invece continuare a lavorare per un dialogo con i tanti elettori di centrosinistra che hanno dato fiducia a quel movimento e ora si sentono traditi: lì c’è uno spazio per recuperare. Non hanno ancora cambiato orientamento, ma lo faranno».

Spera in un rientro anche di Leu?

«Non è un lavoro da prendere dall’alto, bisogna ripartire dalla società e costruire un progetto largo dove tutte le culture possano partecipare».

Nel Mezzogiorno avete una pattuglia di governatori pd ma i rapporti non sono ottimi. Emiliano ma anche De Luca sferrano in continuazione critiche contro il suo partito.

«Dobbiamo lavorare insieme e guardare in faccia la rottura del 4 marzo. Serve un lavoro di squadra e un lavoro nuovo. Si può fare».

Intervista a Maurizio Martina di Alessandro Trocino – Corriere della Sera

«C’è il rischio di un gigantesco ritorno al passato. L’idea di Casaleggio sul Parlamento è pericolosa, può alimentare una nuova forma di autoritarismo». Maurizio Martina, segretario del Pd, risponde a Davide Casaleggio, ma parla anche del decreto Dignità, della caduta libera del Pd nei sondaggi, del Jobs act e rilancia la battaglia dei dem.

Per Casaleggio, il Parlamento in futuro sarà inutile.

«Casaleggio vorrebbe sostituire la fatica della rappresentanza, della mediazione, con una forzatura sulla democrazia diretta per via tecnologica. C’è l’idea pericolosa del popolo come entità indivisa. Io penso che l’alternativa alla dittatura dell’algoritmo sia un’idea forte di comunità».

Non crede che il Parlamento, dopo anni di battaglie della Casta, sia stato screditato, a torto e a ragione? E che serva riformarlo?

«Se le istituzioni vivono una crisi storica noi dobbiamo denunciare anche il rischio di una fascinazione intorno al plebiscitarismo, e alla democrazia diretta come potere salvifico. La sfida va rilanciata prima nella società e poi con il cambiamento delle istituzioni. Il primo antidoto è una nuova cittadinanza propositiva per legami sociali forti».

Torniamo al Parlamento, finché c’è. Perché contestate il decreto Dignità?

«Questo è un decreto disoccupazione. Ci sono migliaia di cittadini che rischiano il licenziamento e la fine del contratto a tempo determinato. Come è successo ai lavoratori della Nestlé di Benevento. La propaganda M5S si scontra con la realtà. Noi abbiamo presentato dieci controproposte. Tra queste, il taglio del costo del lavoro a tempo indeterminato: un punto all’anno per quattro anni dei contributi a carico dei lavoratori».

Non potevate fare queste cose quando eravate al governo?

«Le proposte sono coerenti con il lavoro avviato e con un nuovo impegno per la lotta alla precarietà».

Un vostro emendamento cancella l’aumento di indennizzi in caso di licenziamento illegittimo. Damiano, Cuperlo e altri ne volevano il ritiro. È confermato?

«Nessuno ha mai pensato alla cancellazione degli indennizzi. Noi proponiamo anche l’aumento dell’offerta di conciliazione».

E stato un errore?

«È superato. Il nostro obiettivo è rafforzare l’indennità di disoccupazione al crescere dell’anzianità dei lavoratori. Piuttosto Di Maio risponda a chi rischia il posto per effetto del decreto».

Jobs act: va abolito, come dice la sinistra dem, o difeso, come dicono i renziani?

«Neanche Di Maio lo smantella, mantenendone il pilastro, ovvero il contratto a tutele crescenti. Nessuno lo ha mai immaginato come un totem. Ne rivendichiamo gli effetti positivi. E ora ragioniamo di come fare meglio».

Nei sondaggi la maggioranza vola e il Pd precipita. Sbagliano gli elettori o voi?

«Siamo noi che dobbiamo fare di più e meglio. Ma sono convinto che ci siano le energie per il rilancio e che ci sia già nel Paese più spazio per l’alternativa di quel che si vede ora».

Boccia parla di un Pd «vedovo» di Renzi. L’impressione è che il partito non possa andare avanti con Renzi, ma neanche senza.

«Basta con queste caricature. Usciamo da dibattiti autoreferenziali. Io voglio discutere degli operai di Benevento che rischiano, lavorare nelle periferie, da Tor Bella Monaca allo Zen, parlare di giovani, di scuola. Il Pd deve mettere in campo una nuova idea di futuro, che sia alternativa all’egoismo individualista proposto da questo governo».

Intervista a Matteo Renzi di Emilia Patta – Il Sole 24 Ore

La luna di miele tra governo giallo-verde ed elettori sta dunque per finire, secondo Renzi. L`ex premier e segretario del Pd aspetta M5s e Lega al passaggio della prima legge di bilancio: «Dovranno dirci cosa faranno e cosa no, dopo aver promesso la luna, dal reddito di cittadinanza alla Fomero. Il ministro dell`Economia Tria ha una responsabilità molto pesante, essendo l`unico di cui i mercati si fidano. Ma non basta». L`ex premier e segretario del Pd è molto critico anche sulla vicenda Ilva («Di Maio ha promesso per cinque anni di chiudere l`Ilva e ora sta solo cercando di salvare la faccia. Ma alla fine sarà costretto ad ammettere che noi abbiamo salvato Taranto») e sulla decisione di azzerare il Cda di Ferrovie dello Stato («vogliono solo prendersi le poltrone, altrimenti non si spiega come possano mandare via un amministratore delegato e un Cda che ha portato Fs oggi a fare investimenti per il 2018 pari a 8 miliardi e a far crescere del 25% il numero dei passeggeri»). E ricordandolo scomparso Sergio Marchionnne trae dalla vicenda di un uomo «che ha salvato la Fiat quando sembravaimpossibile» un ammonimento generale: «C`è chi crede che il futuro sia il reddito di cittadinanza e i sussidi. E chi crede che sia l`impegno, la fatica, l`industria. Io non ho dubbi sullaparte da cui stare».

Senatore Renzi, è arrivato in Aula il cosiddetto decreto dignità, che smonta di fatto il decreto Poletti del zog che precedette il Jobs act. Vede a rischio le riforme economiche approvate dal suo governo?

«Lo chiamano dignità ma è un decreto disoccupazione. A me non interessa l`eredità del mio governo: a me interessano i posti di lavoro. E Di Maio mette in difficoltà le imprese creando incertezza. Con il Jobs act non solo sono aumentati gli occupati di oltre un milione, raggiungendo un risultato storico, ma sono anche drasticamente diminuiti del 75% i contenziosi in materia di lavoro che hanno sempre creato problemi e difficoltà alle imprese e agli investimenti per l`occupazione. Dovevano essere il governo del cambiamento e l`unica cosa che cambia è il nome del ministero: quello che si chiamava ministero del Lavoro, ora si chiama ministero della Disoccupazione. Tutto torna, peraltro. C`è un medico alla Sanità, c`è una soldatesca alla Difesa e Di Maio alla disoccupazione. Tutto torna».

Nel decreto dignità non c`è proprio nulla di buono? Una parte del suo partito vorrebbe addirittura votare a favore della stretta sui contratti a termine. E c`è stata un po` di confusione sugli emendamenti dapresentare, tanto che alla fine si è deciso di ritirarli…

«Come sa non sono più il segretario del Pd. Stavolta però più che parlare del Pd mi piacerebbe parlare della Lega che sta tradendo il proprio elettorato. Hanno vinto nell`Italia produttiva parlando di Flat Tax e votano il decreto disoccupazione? Ho visto finalmente le prime proteste delle aziende del Nord Est. Sono certo che è solo l`inizio, e che nelle prossime settimane la reazione si estenderà a tutto il Paese».

Il governo ha appena deciso l`azzeramento del Cda delle Ferrovie dello Stato e bloccato la fusione con Anas…

«Toninelli è andato su Facebook e ha scritto che sulla Tav prima di andare avanti vuole decidere lui. Temo molto per lui, per Toninelli dico. Per le tasche della sua famiglia. Con un post su Facebook non si bloccano nemmeno le Fake news, figuriamoci le gare d`appalto. Temo che la Corte dei Conti avrà molto lavoro da fare con questi ministri che non conoscono i progetti, e passi, ma non conoscono nemmeno la legge. Sul CdA di FS vogliono prendersi le poltrone, ormai è evidente. Al punto che mandano a monte anche la fusione conAnas. Non si spiega altrimenti come possano arrivare a mandare via un amministratore delegato e un Cda che ha portato FS oggi a fare investimenti per il 2018 pari a 8 miliardi. Non solo, FS dà lavoro a centinaia di migliaia di persone e ha visto crescere del 25% il numero di passeggeri. Questo non è il Venezuela, sogno di molti grillini: qui vige lo stato di diritto. Devono avere motivazioni giuridicamente difendibili. Altrimenti i ricorsi andranno avanti per anni. Bloccando l`operatività di un`azienda importantissima».

Di Maio contesta la regolarità delle gare sull`Uva, e anche l`Anac ha rilevato criticità. C`era qualcosa che andava fatto diversamente?

«Di Maio dice una cosa un giorno, l`opposto il giorno dopo. Noi abbiamo lavorato con Federica Guidi, con Carlo Calenda, con Teresa Bellanova, con i lavoratori di Ilva per dare un futuro a questa azienda. Vale un punto di PIL, vale ventimila posti di lavoro, vale la credibilità del Mezzogiorno. Non scherziamoci più, per favore. Di Maio ha promesso per cinque anni di chiudere Ilva, gli hanno spiegato che sarebbe una follia, sta cercando solo di salvare la faccia. Ma alla fine sarà costretto ad ammettere, implicitamente, che noi abbiamo salvato Taranto, con buona pace di tutte le loro polemiche del passato».

Marchionne si è spento tra le solite polemiche della sinistra italiana. Il suo giudizio sul suo operato resta positivo?

«Considero Sergio Marchionne un grande. Ha salvato la Fiat e sembrava impossibile. Ha lottato per una sfida internazionale, facendo l`interesse dei suoi azionisti e creando posti di lavoro, non disoccupati. C`è chi crede che il futuro sia il reddito di cittadinanza e i sussidi. E chi crede che sia l`impegno, la fatica, l`industria. Io non ho dubbi sulla parte da cui stare. Marchionne è stato insultato anche nelle ore finali della sua vita: trovo immondo che sia mancata, in alcuni casi, persino la pietas umana. Ma nessun insulto vigliacco può toccare le qualità di Marchionne e il suo lavoro. Io sono fiero di averlo difeso quando anche nella mia parte politica sembrava difficile farlo».

Il vero banco di prova per il governo giallo-verde sarà la prossima legge di bilancio. Già a fine settembre, con la nota di aggiornamento al Def, si capirà se l`Italia sta andando nella direzione dello sforamento del deficit. E le frizioni tra Salvini-Di Maio e Tria già sono evidenti. Vede un rischio mercati?

«Dopo cinque mesi dalle elezioni è l`ora di finirla con le schermaglie tattiche. Sono il Governo, governino se sono capaci. Altro che propaganda come hanno fatto con vitalizi, decreto Di Maio, aereo di Stato. Tria ha una responsabilità molto pesante essendo l`unico di cui i mercati si fidano. Ma non basta. Devono indicare una strategia che ad oggi non si vede. Hanno promesso la luna, dal reddito di cittadinanza alla Fornero: quando faranno finalmente un discorso verità al Paese per dire che non hanno risorse per le loro assurde promesse?».

Se toccasse a lei, che tipo di manovra economica metterebbe in campo? Le tre misure a suo avviso più urgenti per rilanciare crescita e occupazione tenendo conto che già a politiche invariate andranno trovati 12,5 miliardi per disinnescare le clausole di salvaguardia sull`Iva e altri 3-4 miliardi per le spese indifferibili.

«Non tocca a me. Tocca a loro. Quando è toccato a me avete visto che cosa abbiamo fatto. JobsAct, industria 4.o, Irap costo del lavoro, Imu imbullonati, patent box, Ires. Per noi parlano i fatti, non le promesse. Invece questi continuano a rilanciare su proposte impossibili. E mi sembra che se ne stiano accorgendo loro stessi. Ho visto Salvini nervoso, ieri, in Aula. Forse era la storia dei 49 milioni di € che la Lega deve restituire e su cui rischiano grosso, forse altro. Ma mi è parso per la prima volta di scorgere una crepa strutturale. La luna di miele finirà con l`estate: devono dirci cosa faranno e cosa no. Io scommetterei su intelligenza artificiale, innovazione tecnologica, cultura e sostenibilità. Loro che cosa hanno in testa? Solo cacciare un barcone e aggredire unvitalizio? Possiamo ridurre a questo un Paese che ha fatto la storia della civiltà nel mondo?».

In queste ore i ministri Di Maio, Toninelli e Trenta sono tornati sulla questione dell`aereo di Stato Amo, chiedendo la rescissione del contratto e accusandola di aver fatto una spesa pazza di no milioni… Che cosa c`è di vero?

«I ministri Toninelli e Di Maio ieri pomeriggio, dopo l`annuncio in mattinata del premier Conte, hanno fatto una conferenza stampa a Fiumicino per annunciare di voler rottamare quello che chiamano “Airforce Renzi”. Trovo ridicolo che nella giornata di ieri un presidente del consiglio e tre ministri abbiano passato la giornata a scrivere una lettera per valutare il recesso dal leasing di un aereo. Noi siamo la sesta potenza industriale del mondo e i nostri governanti passano il tempo a fare propaganda? Fanno queste pagliacciate perché non sanno come svicolare l`attenzione da altro. Parlare di Air Force Renzi è offensivo. È l`aereo per le missioni internazionali, per portare il Made in Italy nel mondo. Io non l`ho mai usato ma i grillini hanno bisogno di un diversivo per coprire i clamorosi errori degli ultimi giorni. Fossi Di Maio farei qualche missione con gli imprenditori all`estero, così capisce l`importanza del Made In. E apprezza il lavoro fatto da Scalfarotto. Io invece da premier usavo lo stesso aereo che usa il premier Conte: venderanno anche quello? Andrà ai vertici internazionali coi voli di linea? Non mi risulta che Conte sia andato al G7 canadese col materassino».

Domani dovrebbe essere il giorno della nomina dei vertici Rai. È la primavolta da quando c`è la legge voluta dal suo governo. Che cosa si aspetta?

«Nessuno sta sottolineando il fatto che grazie alla nostra legge per la prima volta i lavoratori potranno esprimere un membro del CdA. A me sembra una cosa sacrosanta. Io sono per abbassare`le tasse alle imprese, ridurre la burocrazia, semplificare. Sono quello del Jobs act insomma. Ma coinvolgere di più i lavoratori, non in una logica di contrapposizione, ma di condivisione è un fatto positivo. Sulle nomine avevano detto che non avrebbero messo le mani sulla Rai. E invece Salvini e Di Maio ci stanno mettendo le mani, i piedi,la testa, tutto. Addirittura pare che i partiti stiano decidendo anche i direttori dei TG con incontri riservati in case private. Semplicemente allucinante. Speriamo solo che escano dei nomi di qualità. Quando avranno finito di spartirsi anche l`ultima poltrona Cinque Stelle e Lega litigheranno o sulla legge di bilancio o sulle varie vicende giudiziarie aperte. E lì dovremo farci trovare pronti. Toccherà a noi, di nuovo, molto prima del previsto».

Alle europee del 2019 il Pd ce la farà ad arrivare unito? Lei resterà nel partito anche se dovesse vincere la sinistra “corbyniana”?

«Non esiste nessun Corbyn in Italia. Esiste il Pd. E prima fa il congresso, meglio è. A me interessa far crescere l`Italia, non discutere di congressi. E abbiamo perso anche perché molti autodefinitisi di sinistra mi hanno fatto la guerra fin dal primo giorno, hanno fatto la guerra al Matteo sbagliato. Bisogna smetterla con le lotte intestine».

Intervista a Matteo Renzi di Francesca Schianchi – La Stampa

«Per me Marchionne è stato un gigante: ha salvato la Fiat quando sembrava impossibile farlo. E ha creato posti di lavoro, non chiacchiere». L`ex premier Matteo Renzi è sempre stato un estimatore del top manager di Fca.

Che rapporto avevate?

«Di grande libertà: e questo ci ha permesso di dirci le cose in faccia, sempre. A me è servito molto per crescere. Se avevo dubbi su come approcciare i mercati globali, era uno a cui telefonavo per un consiglio».

Un rapporto che ha vissuto alti e bassi fin dall`inizio…

«È vero. Nel 2011 io dissi che nel referendum di Pomigliano avrei votato sì, e fui sommerso dalle critiche da sinistra: una parte di Pd lo identificava col “padrone”, ma il lavoro si crea con l`impresa, non con l`assistenzialismo. Un anno dopo, però, lamentai i ritardi del suo progetto: mi rispose che ero il sindaco di una piccola, povera città. Si scatenò mezza Firenze: fu costretto ad acquistare una pagina sulla Nazione per chiedere scusa. Me lo ha sempre rinfacciato divertito».

Da premier, lei andò a visitare gli stabilimenti Fca a Detroit.

«Sono stato anche a Melfi, Mirafiori, Cassino. E a Detroit, certo. So per esperienza diretta quanto Obama lo stimasse, ma non dimenticherò l`orgoglio dell`italiano che guida la Chrysler: mi ripeteva “si rende conto che questo è il più grande edificio d`America dopo il Pentagono?”. Ero con mia moglie Agnese, che di cognome fa Landini. Lui era in forte contrasto con l`omonimo capo della Fiom; prima di salutarci ci disse: “Ma non è che sua moglie è parente, vero?”».

Qualche mese fa però disse che «il Renzi che appoggiavo non l`ho visto da un po’ di tempo». C`è rimasto male?

«Il giudizio era ingeneroso, ma posso capirlo. La nostra campagna elettorale è stata totalmente sbagliata. Risposi solo con una dichiarazione pubblica: anche se lui aveva cambiato idea su di me, io non avevo cambiato idea su di lui».

Vi siete più risentiti dopo quella critica?

«Ha rotto il ghiaccio lui: quando sono andato a fare un`intervista da Fazio (quella con cui ha bloccato il tentativo di dialogo con il M5S, ndr.) mi ha scritto un messaggio, ormai si può dire: “Bravo, finalmente l`ho ritrovata. Lei si rimetta in gioco, e non molli.”».

Vi davate del lei?

«Certo. Il nostro era un rapporto professionale più che di amicizia personale».

Da leader Pd venne attaccato da sinistra per il suo rapporto con lui: si è mai pentito di non aver preso le distanze?

«E perché? Se l`Italia avesse avuto altri Marchionne oggi avremmo un`Alitalia competitiva o qualche banca italiana forte in giro per il mondo. Parte dell`odio contro di lui derivava dall`invidia. E sull`invidia per le persone di talento non si costruisce un Paese, come è ogni giorno più chiaro anche nell`Italia grillina».

Ammetterà che è stato un interlocutore ostico per i sindacati: con la Fiom ci fu uno scontro durissimo.

«La Fiom lo ha eletto a nemico, ma Marchionne è l`uomo che ha riaperto le fabbriche Fiat: se le fabbriche chiudono, non c`è lavoro né sindacato. A Detroit andava fiero della stima dei sindacalisti americani, come di quella di Fim e Uilm».

Ci sarà pure qualche critica, che magari gli ha fatto in privato…

«Certo, a cominciare dalla scelta dimettere la sede legale ad Amsterdam. Ci facevamo critiche a vicenda».

Marchionne a lei cosa ha rimproverato?

«Ad esempio si arrabbiò quando, nel 2015, feci un`operazione per tenere in Italia la produzione della Urus, il suv della Lamborghini, dando incentivi fiscali. Mi disse: “Per la Fiat questo lei non lo ha mai fatto”. Risposi: “Dottore, alla Fiat lo scomputiamo dal passato”…».

Quanto ha influito il suo rapporto con lui sul Jobs Act?

«Mi disse che il Jobs Act e la riforma delle popolari avrebbero riportato la fiducia dei mercati sull`Italia. Aveva ragione».

Che eredità lascia?

«Lascia aziende vive e forti. Non era scontato. Mi piace ricordare che senza gli accordi di Paolo Fresco con General Motors, Marchionne non avrebbe potuto fare le scelte che poi ha fatto: questo figlio di un carabiniere ha cambiato la storia industriale d`Italia, piaccia o meno ai suoi detrattori».

Intervista al Capagruppo PD di Antonella Baccaro – Corriere della Sera

 «Abbiamo forti dubbi circa la legittimità della decadenza del consiglio di amministrazione delle Ferrovie. E li esploreremo tutti».

 Passa subito ai fatti Graziano Delrio, capogruppo Pd alla Camera e fino a maggio scorso ministro dei Trasporti e artefice di quel conferimento di Anas a Fs osteggiato dal M5S, che ora vuole smontarlo. Un`operazione disposta con decreto dal governo Gentiloni e perfezionata nel dicembre scorso, simultaneamente alla conferma per altri tre anni del cda.

Il blitz era nell’aria.
«Ma non se ne capiscono le motivazioni, se non le mire spartitone del governo e la volontà di smontare un gruppo solido come Fs».

Perché è illegittimo l`azzeramento del cda?
«Le Ferrovie sono una società per azioni, per quanto pubblica, cosa c`entra lo spoils system? Di questo passo dunque cambieranno anche i vertici di Enel, Eni, ecc? La sete di potere sta offuscando la mente dei decisori».

È stato legittimo, o quantomeno opportuno, da parte vostra, confermare i vertici di Fs a dicembre, prima della loro scadenza?
«La decisione fu presa perché c’era un’operazione straordinaria in atto: il conferimento di Anas in Fs, che richiedeva un aggiornamento del cda. Qui qual è la motivazione? Si contesta la mancanza di efficienza o di efficacia?».

Secondo lei?
«Forse si puniscono le Fs che hanno disposto miliardi di investimenti sul trasporto dei pendolari e sull`Alta velocità?».

Come intendete muovervi?
«Intanto vediamo gli atti. Hanno detto di aver chiuso i porti italiani e poi si è scoperto che non c`era uno straccio di provvedimento. Per smontare l`operazione servirà almeno un decreto».

Ci spiega i vantaggi di Fs-Anas?
«Ci sono sinergie ingegneristiche. C`è un discorso di intermodalità treno-gomma. E lo spostamento delle merci su ferro che comporta un mutamento dei piani di chi gestisce le strade. Infine un gruppo che può sviluppare 1oo miliardi di investimenti in dieci anni ha un biglietto da visita più convincente quando si presenta all’estero può autofinanziarsi».

C’è un problema di debito pubblico in Anas?
«Sì, con l’operazione si sottraevano Anas e i suoi investimenti al perimetro pubblico. E sorprendente che si liquidi tutto su Facebook».

E ora? Si può mantenere questo vantaggio?
«È difficile quando un`azienda prende il 9o% delle risorse dallo Stato».

Che costi ha fare marcia indietro?
«Non è certo come prendere un autobus di ritorno quando si è arrivati a capolinea. Parliamo di aziende vere. Non di tweet».

 

Intervista a Marco Minniti di Giampiero Calapà – Il Fatto Quotidiano

La crisi ha avuto il suo apice nel 2015-2016: solo tre milioni di persone hanno chiesto asilo in Europa, a fronte di 508 milioni di europei. Questo tema ha condizionato le elezioni del 4 marzo, non è stato un errore, onorevole Marco Minniti, porlo al centro dell’agenda politica?

«C’è stata una significativa riduzione di arrivi in Italia a partire dal 2017, ma ci siamo trovati di fronte a questo duplice messaggio: essere di fronte a un’emergenza, ma l’immigrazione non è un’emergenza, è una grande questione che ha a che fare con la storia del mondo; evocare una situazione straordinaria, uno stato d’ansia associato a un potenziale rischio. Da qui la risposta, sbagliata, di misure straordinarie tese a far cessare l’emergenza. Invece l’immigrazione è un fenomeno strutturale e una moderna democrazia deve governare i flussi migratori, combattendo l’illegalità ma costruendo percorsi di legalità. Vede, umanità e sicurezza non possono essere due termini di una polarità: la spinta nazionalpopulista di oggi racconta che bisogna sceglierne uno, invece il compito della democrazia è conciliare entrambi i concetti. Rispetto ai 250 ricollocamenti “ottenuti” dal governo Conte, aggiungo, che hanno aperto le porte i Paesi che negli ultimi mesi hanno già accolti ll mila persone, non i loro alleati di Visegrad».

Per l’Unhcr non c’è vita facile in Libia nei centri di detenzione e stiamo parlando solo di quelli ufficiali. Gli operatori hanno difficoltà di movimento, devono essere scortati dai libici… Lei ha puntato molto su questi centri con l’Unhcr, dopo un anno crede di aver sbagliato qualcosa o di non aver finito il lavoro?

«Abbiamo messo in campo una visione, un modello. Il principio era intervenire lungo grandi direttrici: il controllo dei confini libici, Mediterraneo e terrestre. Dal luglio 2017 al maggio scorso c’è stata una capacità di controllo delle partenze dalla Libia con un -85%: 124 mila persone in meno in un anno entrate in Italia. Il ruolo della Guardia costiera libica poi… il pezzo di un “sistema” non esclusivamente fondato sulla Libia, perché in quel sistema c’erano la Guardia costiera italiana e le Ong firmatarie del codice di condotta. Che poi significa tutte le Ong, tranne “Medici senza frontiere” che comunque operava lo stesso a bordo di Sos Mediterranée. Altri pezzi del sistema erano Frontex e l’operazione Sophia. Questo sistema ha consentito una progressiva presa di controllo salvando vite in mare».

Che delle motovedette libiche non ci fosse da fidarsi, però, era chiaro da subito.

«Appunto, ripeto, stavano dentro un “sistema”. Oggi si vuol caricare sulle spalle dei libici tutto il peso della sicurezza in mare, un peso oltre le loro capacità operative. La cosa incredibile che questo succede a fronte del fatto che non esisteva, con quel sistema, una situazione fuori controllo. Aggiungo che la comunità internazionale non è mai riuscita a convincere i vari governi libici, il regno, il regime e l’attuale Stato, a firmare la Convenzione di Ginevra. Fino allo scorso anno Onu e Organizzazione internazionale per le migrazioni non potevano operare in Libia, agivano da Tunisi. So perfettamente che sul campo ci sono difficoltà, ma quello che è stato fatto è un passo avanti importantissimo. L’Unhcr ha già potuto selezionare 1.500 persone che hanno diritto alla protezione internazionale e, quindi, devono essere portate in Italia e in Europa con corridoi umanitari. A dicembre 2017 e gennaio 2018 trecento mamme con bambini sono atterrate con gli Hercules della nostra Aeronautica militare. Mi veniva in mente quando ho visto l’immagine, terribile e su cui non voglio speculare, della madre col bimbo morti in acqua e la cito per dire che serve rafforzare quei canali già aperti. Quindi è tutto a posto in Libia? No, ma sono stati fatti dei passi avanti: abbiamo Ong presenti a Tripoli. Poi bisognerebbe continuare a parlare con le comunità locali come è stato fatto con i sindaci delle città colpite dal traffico di esseri umani. L’Unione europea ha stanziato 50 milioni per riconvertire quelle economie basate sul traffico, dovremmo chiedere diventino 500».

Dalla definizione “taxi del mare” di Di Maio in poi, al di là delle inchieste giudiziarie, c’è una criminalizzazione e generalizzazione delle Ong, non trova? Non si sente in parte responsabile?

«Io no. Dobbiamo essere più oggettivi. C’è stata un’indagine parlamentare, votata all’unanimità, caso unico nella scorsa legislatura: ha segnalato proprio il rischio di una generalizzazione delle attività delle Ong. A questo non abbiamo risposto con la chiusura dei porti e criminalizzandole, ma con un codice di condotta frutto di una firma comune e approvato dai ventotto paesi dell’Ue, tra cui quelli (Olanda, Svezia e Francia soprattutto) che sono patria delle Ong. Quel codice serviva proprio per dare una sponda alle Ong, per non lasciarle sole. La via sarebbe continuare su quella strada perché quel codice è un elemento di garanzia,non mi sarei mai sognato di imporlo con una legge. Era un patto. Adesso Aquarius è stata la prima ad essere “respinta” senza aver violato quel codice».

Lei parlò di timore di rischio per la tenuta democratica del Paese.

«Neppure per un attimo ho pensato a un colpo di Stato quando lo dissi, intendevo la rottura sentimentale del Paese che dal punto di vista della sinistra c’è stata: uno scivolamento verso posizioni anti-sistema di chiusura nazionalpopuliste. A rabbia e paura non si risponde con le statistiche, non siamo stati capaci di ascoltare; il Pd non è stato, temo non lo sia ancora, un canale aperto di comunicazione con la società italiana».

Che Pd vuole adesso?

«Va rivoltato come un calzino, non mi interessano i nomi. Serve un Congresso per capire cosa fare e non un’assemblea di condominio in cui ognuno pensa a salvare i suoi millesimali».

Renzi ha perso, è finito?

«Più che dimettersi cosa avrebbe dovuto fare?».

Lei si definirebbe renziano?

«Ho difficoltà a definirmi minnitiano, figuriamoci altro».

 

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