Costa: In Portogallo sovranismo battuto con l’alleanza di tutti i progressisti

(Foto: Mathieu Cugnot/Imagoeconomica)

Il premier socialista portoghese: «Salvini ha dichiarato che “il cammino verso una nuova Europa sta iniziando”. La “nuova Europa” di cui parla Salvini mi ricorda un’altra Europa di pericolose divisioni nazionaliste», di Giovanna Casadio, La Repubblica

«Sono preoccupato dell’alleanza tra Salvini e Orban». Il premier portoghese Antonio Costa, socialista, da tre anni alla guida di un Paese che è passato dalla crisi più buia al rilancio, preferisce non commentare l’intervento di Walter Veltroni sul futuro della sinistra ma afferma che il Pd ha «energie» e «competenze» per farcela. E aggiunge che, come Macron, accetta la sfida contro i sovranisti.

Presidente Costa, si dice che il Pd abbia perso il popolo, da dove si ricomincia?
«Mi pare che la nuova leadership del Pd e Maurizio Martina abbiano le energie e le competenze per affrontare le sfide dei populisti. Il Pd, come tutti noi progressisti, deve rinnovare il contratto sociale basato sul progetto di integrazione europea. Da lì si ricomincia. Vogliamo creare le condizioni per allargare il fronte progressista. La nostra collaborazione con il Pd non è iniziata oggi, anzi, il Ps lavora a stretto contatto con i dem da diversi anni, ho avuto un buon rapporto con Matteo Renzi e Paolo Gentiloni, una delle figure più rispettate in Europa».

Lei è uno dei pochissimi leader socialisti ancora al governo, come fa?
«In primo luogo, vorrei sottolineare che ho la compagnia di altri capi di governo progressisti nel Consiglio europeo. La famiglia socialista conta vari primi ministri come in Svezia, a Malta e più recentemente in Spagna. E in Germania l’Spd è indispensabile per il funzionamento e la stabilità del governo. In Portogallo siamo al governo con un programma progressista che ha ridato la speranza ai portoghesi e che ha ottenuto risultati economici molto positivi. La disoccupazione è al 6,7%, la più bassa dei ultimi anni, abbiamo un tasso di crescita superiore al 2% e abbiamo ridotto il deficit».

Funziona la geringonça, quel meccanismo che vede forze politiche di sinistra moderata e radicale governare insieme il Portogallo? La consiglia anche all’Italia?
«Il governo del Portogallo è sostenuto da un accordo parlamentare, non da una coalizione che riunisce diverse partiti nel governo. La geringonça, come è ormai conosciuta la soluzione politica che funziona in Portogallo e consente di governare con il sostegno del Blocco di sinistra, del Partito comunista e del Partito ecologista Verdi, funziona molto bene, nonostante le previsioni negative di molti, perché abbiamo saputo ascoltare i portoghesi. Non ho consigli da dare ad altri Paesi. Questo dipende, soprattutto, dalla volontà degli italiani. Posso solo augurare buona fortuna ai nostri amici del Pd».

Lei crede sempre nell’Europa?
«Senza dubbio, credo nell’Europa come credo nella democrazia. Se sono sistemi perfetti? No. Ma sono un enorme progresso rispetto al passato e a tutte le alternative che conosco; sono, e credo che lo saranno sempre, un lavoro in progress che dipende da chi lo costruisce e lo difende».

Il governo italiano ha iniziato un braccio di ferro con la Ue sui migranti. Il Portogallo farà la sua parte sui ricollocamenti?
«Il Portogallo ha difeso una posizione globale a livello europeo sul tema dell’accoglienza dei rifugiati e ha partecipato a soluzioni ad hoc su richiesta della Commissione europea, in collaborazione con Francia e Spagna. L’Italia deve rispettare le regole del diritto internazionale sull’accoglienza nel porto sicuro più vicino e partecipare alla ricerca di una soluzione europea alla questione migrazioni. Ricordo che trenta persone della nave Lifeline proveniente da Malta già si trovano in Portogallo dal 29 luglio. Come ho già detto, il gruppo di cinquanta migranti provenienti dall’Italia dovrà arrivare a settembre».

Teme che l’Italia si faccia sedurre dal gruppo di Visegrad?
«Credo ancora che i valori di un’Europa unita, giusta e solidale, seducano l’Italia più di qualsiasi altra proposta. C’è una contraddizione radicale tra l’Italia che chiede – e fa bene – la solidarietà dell’Ue e il gruppo di Visegrad che rifiuta questa solidarietà. Se quei Paesi suggeriscono che la questione dell’immigrazione dovrebbe essere risolta dall’Italia, non posso credere che l’Italia sia sedotta da idee e politiche che danneggiano non solo l’Ue, ma l’Italia in particolare. Nell’ultimo Consiglio europeo ho sentito alcune voci che affermano che le sfide delle migrazioni non li riguardano, suggerendo che l’Italia, poiché è geograficamente in prima linea, sarebbe responsabile della risoluzione di questa crisi. Questa posizione mette in discussione il significato dell’Europa. Salvini ha dichiarato che “il cammino verso una nuova Europa sta iniziando”. La “nuova Europa” di cui parla Salvini mi ricorda un’altra Europa di pericolose divisioni
nazionaliste».

Martina: Il Pd tra la gente: un partito per ricostruire l’Europa

Intervista a Maurizio Martina di Rosalba Carbutti – Il Giorno – La Nazione – Il Resto del Carlino

Maurizio Martina, segretario del Pd, oggi apre la festa nazionale dell’Unità a Ravenna. Obiettivo: «Colmare la distanza con le persone» e ripartire dopo i fischi di Genova».

Tour delle periferie, i viaggi a Catania e Genova e oggi alla festa dell’Unità di Ravenna: il Pd rimette i piedi in strada. Basterà per superare la scissione tra sinistra e popolo dopo la contestazione ai funerali delle vittime del ponte Morandi?

«La distanza si colma tornando tra i bisogni delle persone. Ieri sono stato ancora a Genova nel quartiere Certosa colpito dal crollo e ho incontrato i residenti ascoltando le loro necessità e provando a dare una mano. Occorre fare così ovunque, giorno per giorno».

In alcune ex roccaforti rosse le famose feste sono sparite (Imola e Pisa). Militante in fuga?

«Se guardate alle tante feste dell’Unità che facciamo vedrete tanti militanti che con passione straordinaria si impegnano con noi. Da Ravenna a Riccione, da Firenze a Napoli, da Milano, a Genova e in tante altre città. Loro sono un presidio inestimabile di democrazia e civismo».

La festa dell’Unità di Ravenna ha un sapore… internazionale. Lei dibatterà con Pepe Mujica, ex presidente dell’Uruguay. Volete riportare a sinistra il Pd?

«La sua storia ci può dire tanto. Poi avremo altre presenze europee molto importanti: penso al primo ministro portoghese, il socialista Antonio Costa, che sta facendo benissimo nel suo Paese».

A Ravenna ci sarà anche un confronto Delrio-Fico. La presenza del presidente della Camera (e non di Di Maio) è legata anche a una sintonia di fondo col vostro partito, soprattutto oggi che il tema migrante divide il governo?

«Il presidente Fico è la terza carica dello Stato e come tale viene invitato a un confronto sull’Italia. A noi interessa confrontarci nel merito delle grandi questioni che ha di fronte il Paese anche perché chi ha paura del confronto dimostra di essere solo debole».

Tra gli ospiti ci sono anche gli ex amici di Leu: correrete uniti alle prossime Regionali?

«Alle Regionali occorre lavorare a un centrosinistra largo e unitario. Alle Europee, con legge proporzionale, il Pd si prepara con le proprie energie aprendosi e rinnovandosi per dare forza alla proprio proposta alternativa a chi vuole distruggere l’Europa».

Con Forza Italia ha detto che farete battaglie comuni in Aula (dalla Tav ai vaccini). C’è spazio anche per un asse alle Regionali?

«No, siamo oggi e rimarremo domani alternativi. Loro stanno a destra, schiacciati da Salvini. Noi lavoriamo per un nuovo centrosinistra che sappia aggregare forze della società e dei territori».

C’è chi parla di cambiare nome Pd in Movimento democratico europeo. Un’idea da cui ripartire: delle serie, europeiste contro sovranisti?

«Non si parte dalla coda ma dalla testa. Il tema non è il nome, ma lavorare su un nuovo progetto del Pd capace di dare risposte ai temi della giustizia sociale e della lotta alle diseguaglianze. Certamente la battaglia per una nuova Europa alternativa al ritorno pericoloso dei nazionalismi è questione prioritaria. Bisogna essere consapevoli che senza Europa non avremo vera sovranità».

Renzi in alcuni casi sembra che detti ancora la linea. In che rapporto è con l’ex segretario? Potrà essere un avversario al congresso?

«Basta con questi racconti autoreferenziali che non interessano a nessuno. I nostri rapporti sono buoni, noi lavoriamo insieme e ciascuno ci mette la sua energia».

Congresso e primarie. Quando? Come? Lei correrà?

«Il Congresso si farà entro le elezioni Europee. Dalla festa nazionale di Ravenna parte il nostro percorso sul progetto che avrà a fine ottobre una tappa cruciale con il Forum nazionale per l’Italia a Milano. Io ora faccio il segretario e penso a farlo al meglio».

Le opposizioni sono in crisi costruire un’alternativa ai giallo-verdi è possibile?

«Certo che l’alternativa è possibile. Ce ne sarà presto bisogno. Noi dobbiamo lavorare ripartendo dalle persone. Aggregare tante forze che non vogliono la deriva pericolosa di questo governo».

In tempo di battaglia sul web ha ancora senso la presenza ‘fisica’ sul territorio dei circoli?

«Direi che ha ancora più senso oggi. Bisogna costruire una nuova prossimità ai problemi dei cittadini con persone in carne ed ossa che ascoltino e lavorino dal basso».

Il Pd sta pensando a organizzare una risposta alla potenza di fuoco di Lega e M5S sui social?

«I social sono una frontiera fondamentale. Possono essere strumenti utili per coinvolgere e costruire, ma bisogna anche denunciarne le gravi manipolazioni. False notizie che scatenano rabbia e rancoree inquinano il confronto civile. Occorre una reazione: un gruppo di persone del Pd ora ci sta lavorando».

Lei era a Catania, ma non è potuto salire sulla Diciotti. Ora il governo è spaccato. Un’occasione per riconquistare il popolo della sinistra parte da qui?

«La vicenda della nave Diciotti è l’emblema del fallimento di questo governo: 177 esseri umani in condizioni delicate tenuti in ostaggio dalla propaganda inconcludente di Salvini, violando anche le leggi e il diritto. Altro che sovranità, qui siamo all’incapacità».

Veltroni: Sogni e popolo. Ciò che serve alla sinistra

L’ex segretario del Pd interviene su Repubblica nel dibattito sulla costruzione dell’alternativa: “Il momento è pericoloso, non si ha la percezione dei rischi che corre la democrazia”


di Walter Veltroni

 

Luciano Gallino, intellettuale di sinistra – definizioni che sembrano diventate brutte parole – scrisse più di venti anni fa l’introduzione a un libro nella quale diceva «la distruzione di una comunità politica, la fine della democrazia, è sempre possibile… Oggi come allora gli avversari della democrazia circolano numerosi tra noi, ma stanno anche dentro di noi, nel perenne conflitto, che è a un tempo sociale e psichico, tra bisogno di sicurezza e desiderio di libertà». Il volume era Come si diventa nazisti di William Allen, uno storico che si incaricò di raccontare come una piccola comunità dell’Hannover si trasformò da città storicamente di sinistra a feudo del nazismo, in cinque anni passato dal 5 per cento al 62,3.

Allen scrive che «il problema del nazismo fu prima di tutto un problema di percezione». Non esiste evidentemente in Italia e altrove un pericolo nazista, anche perché la storia non si ripete mai nello stesso modo. Ma la mia angoscia, l’angoscia di un uomo che ha dedicato tutta la sua vita a ideali di democrazia e progresso, è che non si abbia la “percezione” di quello che sta accadendo. Che non ci si accorga che parole un tempo impronunciabili stanno diventando normali.
Non mi interessa qui la miseria della polemica politica quotidiana che ha perso la dignità minima. Sembrano tutti il Malvolio di La dodicesima notte di Shakespeare che dice, tronfio, «Su tutti voialtri prenderò la mia vendetta».
Credo si debba uscire dal presentismo che domina il nostro tempo, che toglie respiro, serietà, credibilità alle parole e ai gesti. Guardare il mondo e interpretare i segni che ci pervengono.

Fu quello che nell’estate del 1939 non si fu capaci di fare, mentre l’umanità precipitava in una guerra terribile. Guerra come quella che solo vent’anni prima aveva fatto diciassette milioni di vittime. Mentre sulle spiagge si prendeva ignari il sole e nei cuori si inneggiava al duce e al fuhrer, si stava preparando un conflitto che avrebbe prodotto 68 milioni di morti e la tragedia della Shoah.
Papa Francesco ha parlato più volte, inascoltato, di una terza guerra mondiale. Per molti nostri coevi la guerra non è un deposito della storia o un monumento alla memoria. È la vita quotidiana, il dolore quotidiano in un mondo sordo e cieco. È lo stupore del bambino di Aleppo che seduto in un’ambulanza si tocca il viso scoprendolo pieno di sangue, è il corpo di Alan con la sua maglietta rossa sulla spiaggia turca e quello di suo fratello Galip, cinque anni, inghiottito dal mare.
Ma noi, l’Occidente che ha attraversato la seconda guerra mondiale e l’orrore dei regimi autoritari, dell’hitlerismo e dello stalinismo, noi dove stiamo andando?
Intervenendo al Festival delle idee di Repubblica, mesi fa, sono tornato sul paragone con Weimar. Non sono pessimista, non lo sono per carattere. Ma non voglio assuefarmi alla legge del “politicamente corretto” per cui si finisce con l’omettere o l’umettare la sostanza delle proprie ragioni.

Guardiamoci intorno. Cito due macrofenomeni: i dazi e la messa in discussione dell’Europa. Nella storia l’apposizione dei dazi è sempre stata la premessa per conflitti sanguinosi. Nel tempo della globalizzazione, fenomeno oggettivo, è impensabile agitare lo strumento del protezionismo esasperato. Il conflitto tra Usa e Cina e tra Usa ed Europa, segnato dalle politiche di Trump, potrà avere effetti rilevanti sulla distensione internazionale. Ma il secondo dato è il più grave. Quando Spinelli pensò l’Europa unita, il nostro continente era in fiamme. È stata la più grande conquista di pace della storia umana, in questa parte del mondo. Ma ora tutto sta crollando. Logorato prima dalle timidezze dei governi democratici e ora dalla esplicita volontà antieuropea di un numero crescente di Stati. La Gran Bretagna è uscita, con il voto degli inglesi, e il gruppo di Visegrad si propone un’Europa minima, senza principi, valori, strategie comuni.

Il nostro Paese, fondatore dell’unità europea, improvvisamente ha come riferimento Orban e la sua “democrazia autoritaria”. Un modello che tende ad affermarsi, dalla Russia alla Turchia. Si fanno strada regimi che tendono a concentrare nelle mani di pochi il potere, che limitano la libertà di stampa e di pensiero, che incarcerano gli oppositori. Qui, in Europa.

La “fine della democrazia è sempre possibile”, anche in forme storicamente inedite. Come ai tempi di Weimar, quando la crisi delle istituzioni e dei partiti, spesso divorati dalla corruzione, si intreccia con la recessione economica, si genera un bisogno di sicurezza che può essere più forte del bisogno di libertà.

Il populismo, espressione comoda per indicare una politica che a questo disagio si rivolge, è, per tutto questo, una definizione sbagliata. È destra, la peggiore destra.
Quella contro la quale un galantuomo come John McCain ha combattuto fino all’ultimo. Definirla populista è farle un favore. Chiamiamo le cose con il loro nome. Chi sostiene il sovranismo in una società globale, chi postula una società chiusa, chi si fa beffe del pensiero degli altri e lo demonizza, chi anima spiriti guerrieri contro ogni minoranza, chi mette in discussione il valore della democrazia rappresentativa, altro non fa che dare voce alle ragioni storiche della destra più estrema.
Altro che populismo. Qualcosa di molto più pericoloso.

Ma ciò che la sinistra, impegnata a dividersi e rimirarsi allo specchio, non ha capito è che in questi anni è andata avanti una gigantesca riorganizzazione della intera struttura sociale.
Qualcosa di paragonabile agli effetti della rivoluzione industriale. Il lavoro ha cambiato natura, facendosi aleatorio e precario. E se la macchina a vapore ha creato l’industria moderna e con essa le classi sociali e le città, così la nuova rivoluzione tecnologica, ancora agli inizi, finisce con il sostituire tendenzialmente l’uomo con la macchina e con il mutare tutti i codici cognitivi e comunicativi.
La società è segnata da una sensazione di precarietà che la domina, che ne mina la fiducia sociale nel futuro. Non si può pensare che un tempo in cui le famiglie italiane hanno perso undici punti di reddito rispetto alla fase precrisi, in cui la differenza tra ricchi e poveri è aumentata, non sia carico di un drammatico disagio. Un disagio che fa sì che prevalga la paura sulla speranza. La società, come un corpo contratto, si ritrae in una posizione orizzontale. Rifiuta ogni delega, anima della vera democrazia. Non vuole sapere la verità dai giornali, non accetta il parere degli scienziati, contesta persino fisicamente professori e medici, nega il valore della competenza politica fino a mettere in discussione il parlamento, per il quale si ipotizza una estrazione a sorte dei suoi membri.

Ma la società orizzontale finisce col postulare un potere verticale. La sinistra non ha capito che quando si è posto, da Calamandrei in poi, il problema della trasparenza e della velocità della democrazia si cercava esattamente di rispondere a questo bisogno. In una società veloce una democrazia lenta e debole finisce con l’essere travolta. Più la democrazia decide, più resterà la democrazia. Meno decide e più sarà esposta alla pantomima di questa estate allucinante, con un governo che le spara grosse su tutto. Che arriva a sequestrare una nave militare italiana in un porto italiano, a giocare spregiudicatamente la vita di esseri umani per qualche voto esacerbato. Che minaccia l’Europa con un misto di arroganza e incompetenza. Che annuncia cose che non può fare, non sa fare, non farà.
Ma nel presentismo assoluto resta nell’aria solo il grido acuto dell’intemerata.

Trump in campagna elettorale disse che, se anche avesse preso un fucile e fosse andato sulla Quinta strada a sparare, non avrebbe perso un voto. Temo fosse vero. E così un ministro dell’Interno indagato per abuso d’ufficio si deve dimettere se è di centrosinistra e uno di destra, indagato per sequestro di persona, deve restare al suo posto. Non discuto il merito, noto la differenza. E se un deputato della maggioranza dice, come un vero fascista, che «se i magistrati attaccano il capo, li andiamo a prendere casa per casa» nessuno nella stessa maggioranza dice nemmeno poffarbacco.

Ma nei confronti dei cinquestelle la sinistra ha compiuto gravi errori. Ha cambiato mille volte atteggiamento, ha demonizzato e cercato alleanze organiche o viceversa, senza capire che molti di quei voti sono di elettori di sinistra. Che molti dei sei milioni di cittadini che avevano votato per il Pd nel 2008 hanno finito con lo scegliere i pentastellati o sono restati a casa. Un dolore profondo, un malessere che meritava molto di più delle piccole risse quotidiane o dei corteggiamenti subalterni. Molti di quegli elettori oggi sono certamente in sofferenza per il dominio della Lega sul governo e ad essi, e a chi non ha votato, senza spocchia da maestrino, la sinistra deve rivolgersi.

Come? Sia chiaro: la crisi della sinistra non è un fenomeno esclusivamente italiano, è mondiale. Solo Obama, come immaginammo nel 2008, è restato vivido nella memoria come esempio universale di coerenza programmatica e valoriale. Ma poi ha vinto Trump. Perché la sinistra o accende un sogno o non è. Perché la sinistra o è popolo o non è. Ma io non condivido i discorsi che sento fare sulla fine della sinistra o delle idee dei democratici.

È la sinistra, nella storia, che ha cambiato il mondo. Sono state le lotte contro lo schiavismo, per la liberazione delle donne, contro l’alienazione e lo sfruttamento, per i diritti civili e umani, contro le discriminazioni. È questo sistema di valori che ha reso la vita di ognuno sulla terra più libera e migliore. La sinistra lo ha saputo fare quando ha parlato al cuore delle persone, quando ha interpretato i bisogni di giustizia sociale, quando ha scelto la libertà. Cosa che non ha sempre fatto. Cinquant’anni fa la sinistra, per come la intendo, era nel sacrificio di Ian Palach e non nei carri armati con la falce e il martello. Sogno e popolo, ciò che è stato perduto.

Due cose semplici e difficili insieme. Sono più chiaro ancora: o la sinistra definirà una proposta in grado di assicurare sicurezza sociale nel tempo della precarietà degli umani o sparirà. O la sinistra la smetterà di rimpiangere un passato che non tornerà e si preoccuperà di portare in questo tempo i suoi valori o sparirà. O la sinistra immaginerà nuove forme di partecipazione popolare alla decisione pubblica, una nuova stagione della diffusione della democrazia, o prevarranno i modelli autoritari. Nelle future esperienze di governo della sinistra ci dovrà essere una più marcata radicalità di innovazione.

Allo stesso tempo, la sinistra non deve dimenticare chi è, ne deve anzi avere orgoglio. Non sarà inseguendo la destra o, in questo caso, il populismo che si eviterà il peggio. La sinistra non può avere paura di dire che è per una società dell’accoglienza, dire che è nella sua natura – oltre che in quella che dell’essere umano – la solidarietà, la condivisione del dolore, l’aiuto nel bisogno. La sinistra non deve aver paura di dire che non si deve mai deflettere dal rigoroso presidio della sicurezza dei cittadini imponendo a tutti il rispetto delle regole che ci siamo dati. La sinistra non deve inseguire nessuno sul tema dell’Europa immaginandone una versione bonsai ma, al contrario, deve rilanciare con forza l’idea degli Stati Uniti d’Europa, meravigliosa utopia realizzabile.

Deve riscoprire, dopo averlo dimenticato, il tema dello sviluppo compatibile, vera incognita sul futuro della specie umana. E non deve assuefarsi alla barbarie del linguaggio semplificato, della rissa permanente, dell’insulto all’avversario. Anche in questo deve essere se stessa, non fare come Zelig. Deve coltivare la scuola, la ricerca, la cultura, l’identità profonda di un Paese che è sempre stato aperto al mondo.

Non deve aver paura di unire anche quando la diffusione dell’odio sembra prevalere. Deve innovare la sua identità e avere rispetto della sua storia. Si possono, ed è giusto, sostituire generazioni di dirigenti. Io mi sono presto fatto da parte per mia scelta e ho iniziato una nuova vita, come era corretto facessi.
Ma non è giusto cancellare la storia collettiva, le battaglie, i sacrifici, il senso di quella cosa enorme che nella storia italiana è stata la sinistra, è stato il pensiero democratico. Ha scritto, sul tema della memoria, il priore di Bose Enzo Bianchi: «Per ogni cultura, la memoria dei momenti e delle forze che l’hanno generata è essenziale; è proprio nella memoria degli eventi fondatori che la democrazia si afferma e si manifesta come valore».

Un esempio: la parola rottamazione fu usata, la prima volta, da Berlusconi in tv per attaccare Romano Prodi. Non è una nostra parola, figlia della nostra cultura. Neanche gli avversari si “rottamano”, perché un essere umano e le sue idee non sono mai da cancellare, se espresse per e con la libertà.

Quando – è successo varie volte – in Italia si sono prese sbandate per il demagogo di turno, alla sinistra democratica è toccato poi salvare il Paese. Per essere all’altezza di questa responsabilità la sinistra e i democratici devono unirsi e smetterla con la prassi esasperante delle divisioni e delle scissioni testimoniali. Anche quella è un’abitudine spesso coincisa con tragiche sconfitte.

Il Pd che io immaginavo è durato pochi mesi, raggiunse il 34 per cento in condizioni terribili e si trovò, orgoglioso e emozionato, in un Circo Massimo oggi inimmaginabile per chiunque.
Era l’idea di un partito orizzontale, fatto di cittadini e movimenti, di associazioni e autonome organizzazioni. Un partito a vocazione maggioritaria perché aperto, che usava le primarie come cemento per unire questo arcobaleno. Il contrario di un “partito liquido”, come poi si è purtroppo rivelato essere, per paradosso, quando ha prevalso il rimpianto per forme partito che non sono più date in questo tempo. Quel partito è stato in questi anni, per responsabilità di tutti, dominato dalle correnti e dai gruppi organizzati e il suo spazio vitale si è ristretto, come la stanza del funzionario Rai di La Terrazza di Ettore Scola.

Quei muri vanno tirati giù e il Pd deve apparire un luogo aperto, plurale, fondato sui valori e non sul potere. Bisogna inventare una forma originale di movimento politico del nuovo millennio.
Forse quella idea era sbagliata, forse troppo avanti. Ne ho preso atto, credo con misura, senza cessare mai di dare una mano alle ragioni che hanno ispirato la mia vita.
Per questo ho scritto oggi. Perché non smetto di credere alla sinistra, perché temo per il futuro della vita democratica e dell’Europa, perché penso che l’idea di un soggetto politico aperto del campo democratico sia più che mai necessaria. Nessuno perda tempo a strologare sulla ragione di questo
scritto. È solo amore per la propria comunità e per il proprio Paese. Tutto qui.

Ascani: Combattere le fake news? Obiettivo di una democrazia seria

Intervista ad Anna Ascani di Simona Musco – Il Dubbio  Photo Carlo Carino


La battaglia contro le fake news è una battaglia «di civiltà» per ripulire il dibattito pubblico. Parola di Anna Ascani, deputata del Partito democratico, minacciata di morte sul proprio profilo Twitter dopo aver svelato l’ennesima bufala circolante sul web, quella del falso esponente dem di Forlì, Tommaso Ciarponi, che il giorno dopo la tragedia del ponte di Genova aveva postato un messaggio, corredato dal simbolo del partito, in cui si diceva dispiaciuto solo perché sotto le macerie non erano morti anche Salvini e Di Maio. Ma i censori del web, anziché prendere atto della bufala, hanno augurato la morte alla deputata, “colpevole” soprattutto di essere esponente del Pd. Che, ora, ha deciso di raccogliere tutte le bufale in un documento, dichiarando guerra ai professionisti dell’odio. Funzionerà? «Serve un progetto a lungo termine – racconta Ascani al Dubbio -, ma intanto cominciamo a spingere la gente a chiedersi se ciò che legge è vero».

Onorevole, la bufala da lei smascherata è stata costruita su una tragedia. Cosa c’è dietro questo atteggiamento che non guarda in faccia nemmeno chi ha perso la vita?

«Credo che lo spirito sia sempre quello spiegato bene dal vecchio Casaleggio: ciò che è virale diventa vero. Quel profilo, come altri, è stato creato per mettere in circolo cose che poi diventano virali, tanto da essere condivise anche da persone in buona fede che, non avendo i mezzi o non dovendolo fare per professione non verificano le fonti, amplificando così il messaggio. Nelle ore tragiche di Genova ho visto che soprattutto profili riconducibili alla destra condividevano il post di un falso esponente del Pd. Questa bugia era diventata virale e, come tale, vera, portando tutti a dire: questo è il Pd, questa è la sensibilità del Pd».

Qual è il meccanismo che porta così tante persone a credere a tutto ciò che circola in rete?

«Alcune delle forze politiche oggi al governo – il M5S in modo particolare è nato in questo modo, poi la Lega ha seguito le sue orme, almeno sui social – si presentano come i paladini dell’informazione corretta, mentre tutti i giornalisti sarebbero al soldo di qualcuno. Il meccanismo è semplice: basta usare i siti di fake news, facendoli passare come gli unici a dire la verità. C’è sempre un complotto dietro e questa teoria, sui social, ha avuto l’esplosione più forte, perché è più difficile verificare un link. Questa è una delle ragioni per le quali il mio partito passa per il falso della situazione».

Perché adesso è così facile credere alle bufale?

«I falsi ci sono sempre stati, ma una volta c’era una certa autorevolezza delle fonti. Oggi, nel momento in cui si pubblica su una testata una qualsiasi notizia, c’è già qualcuno pronto, dal proprio profilo, a mettere in discussione ciò che questa notizia dice. D’altronde, in un paese in cui i vaccini diventano tema di discussione tra persone che non hanno in alcun modo le competenze per poterne parlare, non mi stupisce che la qualità del dibattito sia inquinata da bugie e fango. Questo è ciò che mi fa più paura e ciò non aiuta affatto la gente».

È un problema di consapevolezza nell’utilizzo di internet?

«Sì, è lo stesso problema che c’era all’inizio con la televisione, quando tutti credevano alle cose perché era stata la tv a dirlo. Molti, sui social, hanno ancora quell’atteggiamento, ma su internet ci sono colossali bugie messe in atto per inquinare le acque. Occorre, quindi, stimolare la consapevolezza e non lasciare sole le vittime di queste bufale».

Qualcuno potrebbe pensare che il Pd voglia sfilarsi dalle proprie eventuali responsabilità.

«Quello che metto in discussione non sono le responsabilità, che verranno accertate, ma quel tentativo di acquisire consenso tramite bugie. Non parlo solo del falso profilo, ma anche della finta lettera di un padre alla figlia vittima del crollo del ponte, nella quale criticava i governi precedenti. Sono cose orribili e ne va della qualità del dibattito».

Anche il post vero del Pd sull’emendamento salva Benetton del 2008 votato dalla Lega è stato tacciato come falso. La cosa rischia di diventare un autogol?

«Quello che il M5s ha pubblicato, indicandolo come fake news, era una prima versione di un post in cui, per errore, anziché la Lega era stato indicato il M5s come partito che votò quell’emendamento. Un post poi modificato. Ma il contenuto è innegabile: la Lega ha votato quel decreto, come testimonia la dichiarazione di voto di Soro e lo stesso Salvini, che non ha potuto negare di averlo fatto, dicendo di non ricordarlo. Una giustificazione ancora più grave, considerando che si tratta del ministro dell’Interno: un giorno potrebbe dire di non ricordare il motivo dei suoi atti e quando si rappresentano i cittadini non si ha diritto all’oblio».

L’iniziativa del Pd contro le fake news ha già raccolto migliaia di segnalazioni. Cosa può dirci a riguardo?

«Sono in tante le persone che hanno aderito, perché adesso non si sentono più sole. Ci chiedono di verificare alcune notizie che circolano in rete e questo è particolarmente importante».

Che risultato vi aspettate? Può bastare un documento online per contrastare le bufale?

«Ovviamente l’analfabetismo funzionale non si risolve con iniziative sui social, ma serve un’iniziativa a lungo termine. L’iniziativa consente, però, di iniziare un lavoro sull’educazione dei ragazzi per la cittadinanza digitale, che era già un’iniziativa del Pd. Per quanto riguarda gli adulti, invece, serve ad insinuare il dubbio: sarà vero ciò che sto leggendo? Inoltre il fastidio per le bufale è un segnale positivo e quanto meno contribuirà a spingere le persone a chiedersi se quello che è sui social è vero».

Come ha reagito alle minacce ricevute dopo aver svelato che quello di Ciarponi era un profilo falso?

«Ho pensato che se la reazione per aver smascherato una bufala è quella allora significa che la verità dà fastidio e che siamo sulla strada giusta. Il mio invito è quello di denunciare ogni volta che si legge qualcosa di falso, perché questo accresce la consapevolezza e sarà più facile incontrare qualcuno che mette in dubbio le bufale. Sicuramente non ho gradito gli insulti, ma io sono un’ottimista quindi mi concentro sulla solidarietà, tanta, ricevuta dalle persone, gente che conosco ma anche molta che non conosco. Mi ha convinta che sia possibile ripulire un dibattito pubblico troppo inquinato per una democrazia seria».

Martina: «Il governo ha fallito, l’Italia ora è più debole»

Intervista al segretario Pd: “Scendano in campo in strada e in piazza anche persone che non stanno nel Pd ma che hanno a cuore la questione democratica. Niente dialogo con M5S: sono totalmente succubi alla Lega”, di Carlo Bertini, La Stampa e Il Secolo XIX

«Salvini ha fallito. E tutti dobbiamo ringraziare la Chiesa che si è fatta carico della stragrande maggioranza delle persone che erano sulla Diciotti, che verranno seguite su territorio nazionale come accade normalmente. Così facendo il governo ha dimostrato solo la sua totale incapacità e irresponsabilità».

Maurizio Martina sferza Giuseppe Conte per «il silenzio inaccettabile» sul suo ministro indagato e per «il suo comportamento in tutta questa vicenda. Non può sottrarsi alla responsabilità di quello che sta accadendo. Sta isolando l’Italia e la sta rendendo più debole, coprendo qualsiasi provocazione pericolosa dei suoi vice». Il neo segretario del Pd in queste ore valuta se lanciare o meno la sfida di una mozione di sfiducia individuale, che però potrebbe trasformarsi in un boomerang. E infatti non è un caso che Renzi non chieda le dimissioni del ministro indagato, ma che denunci «la doppia morale di Di Maio, pronto oggi a rinnegare quello che fino a ieri diceva quando stava all`opposizione: un caso macroscopico di incoerenza. Quanto a Salvini, dobbiamo batterlo politicamente. Io penso che, per la gravità delle scelte messe in atto da una funzione, così delicata come quella di ministro dell’Interno, prima se ne va e meglio è per l’Italia».

Ma come pensate di batterlo politicamente?
«Lancio un appello: facciano un passo avanti tutti quelli che colgono l`urgenza di una risposta alla deriva imposta da Lega e 5 Stelle. Mettiamoci fianco a fianco e costruiamo insieme un nuovo progetto. Il Pd c`è».

Con chi pensa di allearsi?
«Dobbiamo animare una nuova stagione di centrosinistra costruendo le condizioni per una prospettiva unitaria: ovunque l`alternativa ai nazionalisti sta nel campo delle forze progressiste».

Quindi nessun dialogo da aprire con i 5 stelle per provare a disarticolare il campo avverso?
«E’ ogni giorno più evidente che si sono consegnati ad un`alleanza con la Lega di cui sono totalmente succubi: lo si vede da come si sta comportando Di Maio di fronte a questi fatti».

Ma l’opposizione finora non è sembrata all`altezza del ruolo che dovrebbe avere. Come si giustifica?
«Fare opposizione dopo una sconfitta a pochi mesi da quel passaggio elettorale non è facile. Ma penso che passo passo sarà sempre più chiaro il nostro lavoro. Certo, va fatto sempre più e sempre meglio, costruendo ogni giorno un percorso coinvolgendo tante forze anche esterne al Pd. Questa vicenda e queste settimane sono fondamentali per svoltare».

Vi siete chiesti perché la maggioranza dell`opinione pubblica sta con Salvini se questa emergenza sbarchi neanche c`è? Avete sbagliato voi qualcosa prima?
«Quando si toccano alcuni temi di grande sensibilità, la propaganda di Salvini nel breve può genere attenzione. E d`istinto e può sollecitare adesione che è nostro compito smontare con la verità e con i fatti. Qui siamo di fronte caso emblematico. Un buon governo gestisce, non provoca».

Il pericolo quale è?
«Ci giochiamo il futuro dell`Europa a partire dall`Italia, la frontiera più delicata di questa sfida. C`è un rischio involuzione ma abbiamo tutti gli anticorpi per reagire».

Il Pd è così ai minimi termini che si parla di cambiare tutto anche il nome. Può cavarsela dicendo che non è questo il problema? Dopo la caduta del Muro di Berlino, Occhetto capì che era tempo di una svolta: anche a lei non pare che dopo il 4 marzo sia cambiato tutto in Italia?
«Quello che voglio è contribuire a mettere a fuoco i fondamentali del nostro progetto. Serve un lavoro in profondità a dieci anni dalla nascita del Pd. La questione democratica resta centrale. Ma bisogna dare nuove risposte. È cambiato il terreno di gioco. Certo, non bastano le risorse del Pd che resta fondamentale: ma scendano in campo in strada e in piazza anche persone che non stanno nel Pd ma che hanno a cuore la questione democratica».

Zingaretti ha fatto un passo avanti, lei quando deciderà se candidarsi?
«Io faccio il segretario ora, sto lavorando al massimo e le mie energie sono tutte per la responsabilità che sto già esercitando. Mi pare che la situazione lo richieda. Dobbiamo ora costruire l`alternativa, anche con altri soggetti».

Lei sembra tollerare la cogestione del partito con Renzi, che non si sa se si ricandiderà al congresso. Neanche lei dice se si candiderà, facendo apparire la sua leadership passeggera. Gentiloni si è defilato. Ma come fa la vostra gente ad appassionarsi a questo tira e molla dei suoi dirigenti?

«Nessun tira e molla, rispondo della guida e lo faccio fino a quando avrò questa funzione. So che abbiamo per fortuna tante energie e se facciamo bene il nostro lavoro, siamo una squadra forte. Tante persone vanno messe alla prova, il tema del rinnovamento ci riguarda. Ma non intendo passare le prossime settimane a discutere di noi e a non vedere il grande tema democratico aperto nel paese. Staremo nelle piazze e sul territorio, dove puoi prendere fischi o incoraggiamenti, ma lì devi esserci. Sento che questa è la strada giusta, se lo facciamo tutti».

Renzi: Salvini e Di Maio infamanti, quante bugie. Ora reagire: comitati civici in tutta Italia

Intervista a Matteo Renzi di Goffredo De Marchis – La Repubblica

Senatore Matteo Renzi, partiamo dai funerali di Genova. Salvini e Di Maio hanno ricevuto applausi, i vertici del Pd fischi. Possibile sia solo effetto di fake news?

«Se il governo passa la settimana a dare la colpa ai governi di prima, come è possibile che due ex ministri quali Martina e Pinotti siano accolti con le ovazioni? Ma questo clima giacobino rischia di ritorcersi contro i presunti rivoluzionari. E secondo me accadrà molto prima del previsto. Per questo la comunità civile deve reagire subito».

L’impressione è che la nuova maggioranza si sia presa il Paese.

«Non è così. La nuova maggioranza ha strumentalizzato in modo squallido un evento tragico. I commentatori che fanno desumere da quella scena l’inizio di una nuova stagione della politica italiana sono superficiali come quelli che facevano il tifo per un’alleanza innaturale Pd-M5s. Impossibile allearsi con questi: Salvini e Di Maio sono la nuova destra populista e demagoga. Però l’opposizione deve smettere di tirare di fioretto. È arrivato il momento di ribattere colpo su colpo, di combattere a viso aperto, di non lasciargliene passare più una. L’avversario è forte, ma la partita è tutta da giocare».

Da ex premier cosa ha pensato quando ha visto il crollo del ponte?

«Ho reagito come tutti: incredulo prima, indignato poi. Non è possibile morire così, nel 2018. Chi ha sbagliato deve pagare. Pagare fino all’ultimo euro, fino all’ultimo giorno».

Mattarella dice che per accertare davvero le responsabilità l’unità è l’unica via. Realizzabile?

«Spero, ma non credo. Il governo Salvini-Di Maio ha scelto di
radicalizzare. A loro non interessa la verità, basta un capro espiatorio: non cercano soluzioni, fabbricano colpevoli. Questo è lo stile da sempre. Lo hanno fatto per le banche, per Consip, dopo Macerata, con il JobsAct. Davanti a problemi reali loro scelgono i presunti responsabili e manganellano sul web senza pietà. Lo facevano quando erano opposizione. Su Genova hanno iniziato a farlo da maggioranza. Mi sembra un atteggiamento pericoloso: non c’è unità possibile, senza rispetto per la verità».

La vostra reazione davanti alle accuse contro Delrio e i governi del Pd è la più giusta?

«L’attacco a Delrio, ma anche a Letta su Abertis o ai presunti finanziamenti al Pd, è falso e infame. Difendo Graziano come difendo Enrico, pur avendo rapporti umani ben diversi con loro. Ma non è un fatto personale, è la difesa della verità. La convenzione con le autostrade è stata fatta dal governo Berlusconi: nessuno dice che il deputato Matteo Salvini votò a favore e il Pd contro. I soldi da Autostrade li hanno presi la Lega come contributo elettorale e il premier Conte nella veste di avvocato. Il no alla Gronda, che pesa come un macigno in questa storia, viene da Beppe Grillo e Toninelli. Chi tace, pensando di guadagnare consenso stando in disparte, deve sapere che il suo silenzio oggi sarà considerato complicità domani. Dobbiamo andare all’attacco, non stare sulla difensiva».

La concessione ad Autostrade è troppo lunga e troppo segreta? Non potevate fare qualcosa quando eravate al governo?

«Delrio ha desecretato gli atti. Gentiloni ha allungato la concessione dal 2038 al 2042 per avere il via libera alla Gronda: sono scelte corrette. Poi, certo, si può sempre fare di più. Ma dare la colpa al Pd per il ponte è ridicolo prima che vergognoso».

Non vede un eccesso di garantismo da parte di esponenti dem nei confronti dei concessionari?

«Nessuno difende Autostrade, ma il governo gestisce le cose come fosse al Bar Sport. Si annunciano procedure senza studiare le carte. Tutto è finalizzato a prendere un like su Facebook, sperando che la gente poi dimentichi. Paradossalmente revocare la concessione rischia di essere un regalo a Autostrade: significa andare in causa per decenni, pagare 20 miliardi di danni e tenere Genova divisa in due. Per me Autostrade oggi deve pagare, non ricevere regali».

Che giudizio dà della reazione di Autostrade e della famiglia Benetton?

«Che Autostrade abbia poco da difendere e molto da chiarire è evidente: ma tocca ai giudici, non a noi. Spero che i Benetton facciano la loro parte: per le famiglie colpite, per rifare subito il ponte e per fare finalmente la Gronda, opera fondamentale per Genova. A forza di dire no a tutto, il Paese crolla a pezzi».

Il Procuratore di Genova dice: lo Stato ha abdicato ai controlli. È così?

«Dei giudici non commento le sentenze, figuriamoci le interviste. Pieno rispetto per la Procura di Genova e per il suo capo. Sono stati accusati un mese fa in modo squallido da Salvini, per la vicenda dei 49 milioni di euro rubati dalla Lega. Noi rispettiamo quei magistrati sempre, non a giorni alterni».

Il selfie di Salvini ai funerali è grave?

«È squallido ma coerente. Davanti alle tragedie ci siamo sempre uniti tutti. Stavolta il governo ha scelto lo scontro. Lo ha fatto Toninelli a caldo con un’intervista al Tgl. Lo ha fatto Di Maio con commenti infamanti. Salvini va in scia. Se trasformi una tragedia ín attacco all’opposizione, se vai al funerale di Stato come fosse un derby, se giochi a dividere anziché a unire, paradossalmente il selfie in chiesa ai funerali è una naturale conseguenza di questo approccio».

Ma la strada delle vie legali davanti alle accuse che vi lanciano M5S e Lega non è molto debole?

«La strada maestra è la politica. Abbiamo le elezioni europee alle porte e serve un disegno alternativo allo sfascio europeo che propongono i sovranisti. Tuttavia davanti alla montagna di falsità dei grillini, chiediamo ai tribunali se esiste ancora uno stato di diritto o se membri del governo come Di Maio possono mentire in modo spudorato, senza alcuna conseguenza. I soldi del risarcimento saranno destinati a un fondo per Genova».

Le privatizzazioni italiane sono state fatte male?

«Stiamo parlando di scelte fatte molti anni fa, in un quadro del tutto diverso. Col senno di poi possiamo dire che sono state troppe, anche rispetto ad altri Paesi europei. E forse troppo in fretta. Ma il passato non cambierà. Cambiamo il futuro, invece, e facciamolo da subito. Dare la colpa di Genova alle privatizzazioni è assurdo: colpevole è chi non ha sistemato quel maledetto ponte».

Il punto è che il Pd appare all’angolo. Come riparte?

«Non tocca a me definire la linea del Pd: c’è un altro segretario, ci sarà un congresso. Chiunque lo vincerà dovrà contare sul sostegno degli altri, senza avere mai più fuoco amico. Ma scommetto che si faranno sentire anche tanti cittadini fuori dal Pd che non ne possono più di un governo di sfascisti con ministri della paura e della disinformazione. Da qui a Natale nasceranno in tutti i comuni comitati civici contro questo governo. E prima del previsto nell’angolo ci saranno Salvini e Di Maio, non noi».

Non teme che le riprese del suo docufilm, iniziate ieri, riaccendiamo il dibattito sul doppio ruolo di autore tv e senatore.

«Per i social sono colpevole di tutto: tra poco diranno anche che sono il vero mostro di Firenze. Non ho tolto una sola seduta al Parlamento per questo lavoro: ho rinunciato alle ferie. E per farlo è sufficiente il consenso di mia moglie e dei miei figli non importa quello di Instagram. Ho deciso di raccontare cosa sia Firenze perché qualcuno si emozioni. L’Italia ha fame di, cose belle, non di odio e di urla. In tempi di barbarie mediatica, la cultura e la bellezza servono anche alla politica».