Minniti: “Il governo cambi passo. L’Italia deve smettere di dividere l’Europa”

Intervista di Fiorenza Sarzanini a Marco Minniti sul Corriere della sera

«L’Italia deve cambiare subito passo. Sottovalutare i rischi di quanto sta accadendo in Libia potrebbe avere conseguenze gravissime». Non usa mezzi termini l’ex ministro dell’Interno Marco Minniti per giudicare negativamente l’operato del governo Conte sullo scenario internazionale.

Quali sarebbero gli errori?
«In Libia si riflette in maniera acuta qualunque elemento di tensione internazionale. Per noi la stabilizzazione del Paese è fondamentale per il controllo dei flussi demografici, per fronteggiare il terrorismo e per continuare ad avere un dominio nel settore energetico. Finora l’Italia aveva avuto un ruolo da protagonista, tessendo la tela dei rapporti e coinvolgendo tutte le parti. Mi sembra che adesso non si stia seguendo affatto questa strada».

E che cosa si dovrebbe fare?
«Prima di tutto dobbiamo essere noi a gestire in maniera diretta questo momento di instabilità. È giusto che si chieda che sia garantito un percorso di sicurezza e trasparenza verso le elezioni. Ma questo non deve significare il superamento dell’orizzonte elettorale. Ma soprattutto, questo è l’aspetto fondamentale, l’Italia deve smettere di essere l’elemento divisivo dell’Europa».

Secondo lei basta questo a produrre risultati?
«Mettere gli Stati africani al centro dei rapporti con l’Unione europea si è rivelata una carta vincente. Noi eravamo riusciti a trasformare gli aiuti a quei Paesi in investimenti e su questo avevano avviato i negoziati coinvolgendo anche i capi tribù. Adesso si è invece deciso di riportare il conflitto sull’immigrazione dentro l’Europa per puro calcolo politico, pur non essendoci alcuna emergenza».

Che cosa vuol dire?
«Si usa l’immigrazione come punto di rottura. Siccome non si può rompere sull’euro perché in questa fase storica ci farebbe pagare un prezzo altissimo, si è deciso di usare un altro tema legato all’arrivo dei profughi».

Non vorrà dire che questo fomenta la guerra civile in Libia.
«Il governo attuale rivendica l’alleanza con quella parte di Stati che non vuole aiutare la Ue. Nelle scorse settimane, mentre si chiedeva collaborazione per la distribuzione dei migranti a bordo della Diciotti, il ministro dell’Interno Matteo Salvini incontrava il premier ungherese Viktor Orban e il presidente Giuseppe Conte riceveva quello ceco Andrej Babis. Vorrei ricordare che il gruppo di Visegrad è fuori quadro rispetto all’Africa. È sulla rotta balcanica e non a caso vuole confermare il contributo di tre miliardi alla Turchia».

Quindi lei non crede che anche la Francia abbia delle responsabilità?
«Io dico che in Libia si è creato un vuoto e come succede in questi casi c’è chi cerca di colmarlo. Non c’è un disegno internazionale, ma alcune milizie di fronte alla possibilità che si aprano vuoti cercano di colmarli. E l’obiettivo è il controllo della città di Tripoli».

Anche il suo governo ha avuto tensioni con Parigi.
«Nella ricerca di un punto di equilibrio nella trattativa tra Europa e Africa, Emmanuel Macron organizzò un vertice tra Sarraj e Haftar. Non posso nascondere che ci fu preoccupazione, ma noi abbiamo reagito in maniera concreta».

Come?
«Tenendo in piedi il negoziato con tutti. Subito dopo Parigi, il presidente Sarraj venne a Roma e chiese all’Italia di inviare una missione navale. Poco tempo dopo io sono andato da Haftar e ho avuto un incontro lungo e importante. Poi lui è venuto a Roma e subito dopo è volato a Parigi».

Basta coinvolgere tutti per pacificare il Paese?
«Voglio dire che era questo il punto di equilibrio e quanto accaduto dimostra che anche tra Paesi amici c’è rapporto di collaborazione e competizione. L’importante è gestirlo. La competizione deve essere virtuosa. Ora invece siamo in tensione anche con alleati storici come Spagna e Germania».

Anche voi avete subito resistenze sulla distribuzione dei migranti. Le ricollocazioni sono state un fallimento.
«Le abbiamo quadruplicate e poi abbiamo gestito gli arrivi. L’Italia deve essere come l’uomo ragno che tesse la rete e non come l’incredibile Hulk che spaventa la gente, perché tanto non si spaventa nessuno. La nostra storia ci pone come punto di comunicazione tra l’Ovest e l’Est. Ma non si può consentire che l’Italia passi a Est e diventi l’Ungheria del Mediterraneo».

Lei crede che dalla Libia possano riprendere le partenze?
«Questo rischio evidentemente esiste. Ma non è quello più grave. Io vorrei ricordare che fino a poco tempo fa la vecchia capitale era sotto il controllo dello Stato Islamico».

Vuol dire che più alto è il pericolo fondamentalista?
«La presenza dei foreign fighters è una realtà così come la loro volontà di arrivare in Europa. Credo che affrontare tutto questo sia un po’ più importante che pensare alla distribuzione di poche centinaia di profughi».

Zingaretti: “Dobbiamo parlare al popolo e puntare su crescita ed equità”

Intervista al presidente della Regione Lazio e candidato alla segreteria Pd: “Ci sono ancora tanti splendidi militanti, dobbiamo stare nelle strade e nei luoghi della vita, insieme finalmente ad una presenza autonoma e forte nella Rete, dove non abbiamo mai investito”, di Giovanna Casadio, La Repubblica

Presidente Zingaretti, i leader della sinistra fanno a gara a dire al Pd da dove ricominciare: dai fischi di Genova, dalle idee nuove, dal modello di partito. Lei, candidato alla segreteria dem, da dove riparte?
«Si riparte da un ripensamento della nostra collocazione politica. Occorre rimettere al centro la nostra ragione di esistenza: la giustizia e lo sforzo di chiudere la forbice tra chi ha e chi non ha. Inoltre sul partito occorre lasciarci alle spalle la stolta discussione tra partito pesante e leggero. È superato il vecchio partito burocratico e pedagogico, ma anche l’inconsistenza attuale di un partito che ha perso il senso di una comunità. Ci sono ancora tanti splendidi militanti ma il tono generale lo danno le correnti, i feudatari locali, la preoccupazione sui destini personali. Dobbiamo stare nelle strade e nei luoghi della vita, insieme finalmente ad una presenza autonoma e forte nella Rete, dove non abbiamo mai investito».

Veltroni invoca sogni e popolo. E dice che la rottamazione renziana è stata un cattivo slogan.
«Veltroni ha detto molte parole sagge e sincere. Per riacquistare il popolo e i sogni occorre marcare una nostra autonomia politica e culturale: ci vuole una nuova agenda che tenga finalmente insieme crescita ed equità. L’Italia per tanti aspetti è degradata. L’Europa anche. Sono stati sconquassati i tessuti sociali, divelte radici, resi più soli i cittadini. Il caos porta al disastro anche i ceti medi e quelli imprenditoriali e questo conduce inevitabilmente all’autoritarismo».

Si candida a leader in un momento in cui il popolo ha abbandonato la sinistra.
«C’è ancora una parte importante di cittadini che guarda a noi. E ci sono tanti che non hanno votato o hanno votato 5 Stelle che erano nostri elettori e a certe condizioni possono essere ampiamente recuperati. Quelli che esprimono rabbia nei nostri confronti, e che non sono fanatici o pregiudizialmente nemici, pensano con qualche ragione che ci siamo chiusi troppo nella dimensione del governo, in pratiche elitarie, abbandonando la fatica di mettere le mani nel “fango” della società. Non so cosa ne verrà fuori: la mia intenzione è comunque di affrontare con le nostre ragioni la complessità di un popolo che per certi aspetti è tornato a essere plebe subalterna. È difficile. Ma qui è il nodo e qui si salta».

Sull’immigrazione è a rischio il futuro dell’Unione europea?
«L’immigrazione è un problema reale. Ingigantito, però, dalla destra xenofoba di Salvini, che trae un vantaggio elettorale dagli allarmi che lancia. Va compreso meglio che il mancato governo dell’immigrazione colpisce soprattutto la vita della povera gente, già così travagliata. Si deve dare una risposta duplice. Accogliere umanamente gli immigrati regolari, i profughi. Gestire con giustizia e fermezza gli irregolari, prevedendo il loro rimpatrio. Inoltre, ecco il secondo aspetto, dobbiamo fare esattamente il contrario di ciò che il governo giallo-verde sta facendo. Sostenere i servizi, risanare i quartieri più difficili, investire nelle periferie. Se facciamo una battaglia concreta e ideale alla fine la gente ci capirà».

Ma quale è il rischio maggiore che lei vede in questo governo gialloverde?
«Quello di regalare ad una destra solida e illiberale, che purtroppo sa bene quello che vuole, tutto l’elettorato dei 5 Stelle, che è composito e contraddittorio. Se noi regaliamo a Salvini ciò che non è suo, rischiamo di avere, in un paese come l’Italia dove negli anni ’70 la sinistra-sinistra sfiorava il 50%, un’influenza del 70% di una destra estrema, come mai nel dopoguerra si era vista in Italia. Quindi a me non interessano in alcun modo “accordicchi” di vertice, ma parlare al popolo sì».

C’è già chi dice: la sinistra che tifò Fini contro Berlusconi ora tifa Fico contro Di Maio, ma il risultato sarà lo stesso.
«Non si tratta di entrare nel merito di un dibattito interno tra leadership diverse, anche perché il tema migranti in realtà è diventata una “nuvola” per nascondere agli italiani un problema più serio: il contratto di governo non funziona. La maggioranza, a parte le nomine, non trova sintonia su nulla».

Salvini si allea con Orbàn: è l’asse sovranista. Le forze progressiste dovrebbero fare fronte comune anche con Macron alle europee del 2019?
«Le forze progressiste innanzitutto devono ritrovare tra di loro un ampia sintonia. La Ue si è piegata troppo agli interessi della Germania, alla politica di austerità, ai bassi interessi sui titoli tedeschi, all’assillo sull’inflazione che alla fine ha determinato una deflazione. Sono peggiorate le vite di una parte grande di europei. L’Europa su questo deve scegliere un indirizzo chiaro. E questo è il senso delle prossime elezioni. Ciò non esclude, a mio avviso, una alleanza politica con Macron anzi, in una parte lunga di questa legislatura europea noi abbiamo governato d’intesa con i popolari. Sulla difesa dell’Europa con Macron ci sono punti maggiori di contatto. Escludo invece di fare come Macron. La nostra storia e il nostro futuro non si può infilare dentro a quel modello elitario, repubblicano ma rappresentativo dei piani alti della società francese. Ricordo che Macron al primo turno ha preso ll 24% con un esiguo consenso tra i lavoratori e i ceti popolari».

Ritorno alle nazionalizzazioni. Dopo il crollo del ponte di Genova il dibattito è aperto.
«Su Genova va detto intanto che la confusione del governo è sconvolgente. Sono per non ideologizzare questo tema. In molti casi le privatizzazioni possono essere utili, in molti altri dannose. Dipende da ciò che si privatizza, dalla credibilità degli imprenditori, dal loro senso dello Stato e del bene pubblico. L’Italia che ha una classe dirigente e imprenditoriale non molto responsabile e deve essere particolarmente accorta nel realizzare queste complesse operazioni. Anche perché non sono d’accordo che quella sia sempre la strada obbligata. C’è una svalutazione del ruolo del soggetto pubblico e dello Stato. Vorrei ricordare che anche il più geniale degli imprenditori moderni, Steve Jobs, l’inventore di Apple, se non avesse avuto alle spalle l’enormità di denaro speso dal potere pubblico americano per la ricerca, non avrebbe mai raggiunto i risultati ottenuti».

Quale ruolo può avere Renzi?
«Renzi è stato una grande speranza, ha fatto cose importanti, ha combattuto con onore e coerenza. Tuttavia la sua stagione è finita da leader solitario del Pd. Per me sono vecchi sia i sostenitori della vecchia “ditta”, sia quelli che successivamente si sono autoproclamati il “nuovo”. Sono vecchi perché, alla fine, sconfitti sul campo. Occorre prendere atto che va scritta una nuova storia con nuovi protagonisti, aprendosi ai territori. La mia campagna, che parte il 13 ottobre, si intitola Piazza Grande appunto per intendere la partecipazione delle persone. Forse la “derenzizzazione” l’ha avviata lo stesso Renzi quando si è dimesso. Oggi già c’è un altro segretario, Maurizio Martina, che deve proteggere, come sta facendo, la sua autonomia e le sue idee».

Non crede che Martina possa essere il suo avversario alle primarie?
«Non lo so, comunque per abitudine esprimo le mie idee in positivo e non contro».

Martina: “L’Italia corre rischi enormi, a causa della politica economica incoerente del governo”

Intervista a Maurizio Martina di Maria Teresa Meli – Corriere della Sera


Comincia da un sospetto, Maurizio Martina: «L’ultima beffa di questo governo è persino l’insabbiamento della web tax da far pagare ai giganti della rete che vendono in Italia. Noi l’avevamo inserita nell’ultima legge di Stabilità, l’esecutivo dovrebbe fare il decreto attuativo ma non ce n’è traccia. Avrebbe un gettito di circa 200 milioni che potrebbero servire per costruire nuovi strumenti di tutela dei precari della Gig Economy di cui Luigi Di Maio ha tanto parlato per poi non fare nulla per loro».

A proposito di Di Maio, nel Pd molti vogliono il dialogo con i Cinque Stelle.

«Molti loro elettori sono in grande sofferenza per l’egemonia di Matteo Salvini sul governo e per l’inefficacia del M55. Io penso che noi dobbiamo riuscire a costruire con questi elettori un confronto anche perché tanti di loro arrivano dal centrosinistra».

Puntate su Fico?

«Io non penso che questo o quel dirigente nazionale dei M5S faccia chissà che cosa. A me è molto chiaro che la scelta che hanno fatto è stata quella di consegnarsi tutti mani e piedi a Salvini. Noi vogliamo invece ricostruire un rapporto con tanti cittadini che il 4 marzo hanno dato fiducia al M55 e che si sono pentiti».

Tornando al governo…

«Rischiamo una deriva sudamericana. Di Maio, Salvini e altri ministri, stando alle loro dichiarazioni, immaginano di essere in Venezuela più che in Italia. Lo spread è a 290. Sta salendo paurosamente. E quando sento Di Maio attaccare fantomatici mercati mi rendo conto che continuano solo a fare propaganda, e nel frattempo paga il Paese. L’aumento dello spread che si è gia consolidato in questi mesi costa agli italiani 4 miliardi di euro. E se guardo alle promesse che fanno i due vicepremier mi chiedo come stanno insieme il reddito di cittadinanza e la flat tax. Salvini vuole alleggerire il fisco per i più ricchi a danno dei giovani col debito pubblico. Di Maio vuole fare il reddito di cittadinanza bloccando gli 80 euro, la Naspi, la garanzia giovani e il reddito dì inclusione contro la povertà. Insomma, il gioco delle tre carte a somma negativa. Per di più si scopre che vogliono sperimentare il reddito di cittadinanza per un milione e 600 mila persone, quindi per una platea molto piccola, certamente più piccola di quella degli 80 euro che è di dieci milioni. È un’operazione clamorosamente dannosa per ceti medio bassi».

È preoccupato?

«Sì, l’Italia corre rischi enormi che non possiamo permetterci. Questo governo non ha una politica economica coerente. Ci sono almeno sei ricette economiche differenti: rischiano di presentarsi all’appuntamento cruciale di ottobre in ordine sparso. Il governo è allo sbando e l’Italia rischia l’osso del collo».

In tutto ciò il Pd che fa?

«Con la manifestazione del 29 settembre noi mettiamo a disposizione una piazza per dare voce ai tanti italiani che vogliono un’alternativa a questo governo. Sto ricevendo un sacco di messaggi di interesse anche da persone fuori dal Pd».

A quando il Congresso?

«Il Congresso, nei fatti, dal punto di vista progettuale è aperto. Abbiamo detto che faremo le primarie prima delle Europee e questo sarà. Dopodiché noi dobbiamo collegare questo lavoro di riprogettazione del Pd ai bisogni degli italiani. Dobbiamo evitare qualsiasi discussione autoreferenziale che ci chiude nei nostri spazi e non ci apre al Paese. Quando gli imprenditori del Nordest dichiarano in maniera esplicita la loro insofferenza e i rischi che corrono le loro aziende per le scelte del governo, noi abbiamo il dovere di stare lì e di confrontarci con loro, così come abbiamo fatto a Taranto con i lavoratori dell’Ilva».

Ma il Pd basta? Non va superato?

«Le ragioni del Pd sono più attuali che mai, sbaglieremmo a pensare che sia finita questa storia, anzi».

Franceschini dice che lei e Zingaretti dovete stare insieme e non candidarvi l’uno contro l’altro.

«Io adesso faccio il segretario ho una responsabilità e la voglio esercitare fino in fondo dando il massimo. Poi, quando avremo tempi e modalità della scelta del segretario, ciascuno farà le sue valutazioni e ci ragioneremo. La candidatura di Nicola è assolutamente legittima, ne verranno altre e tutte dovranno avere la stessa dignità. Io chiedo semplicemente a tutti quelli che si candideranno di farlo con la capacità di marciare uniti perché la partita che abbiamo avanti è troppo grande».

Marcucci: “Pd unito, con una leadership forte prima delle Europee”

Intervista al presidente dei senatori Pd: “Lavoriamo sulle idee, alla Leopolda di ottobre potremo produrre un programma convincente per il governo e sicuramente esprimere una candidatura convincente”, di David Allegranti, Il Foglio

Dice Andrea Marcucci, presidente dei senatori del Pd, che “i tempi sono maturi” e il congresso va fatto velocemente, “non più tardi di febbraio o marzo”.

Un cambio di rotta rispetto a qualche settimana fa, quando – era luglio – Marcucci ipotizzava, insieme ad altri, vedi Luca Lotti, le primarie dopo le europee, per avere più tempo per ricostruire il Pd, pesantemente sconfitto a marzo. “No, non c’è più tempo”, dice al Foglio.

“Ci siamo resi conto della gravità della situazione, della totale incapacità di chi è al governo – un governo non gialloverde ma giallo, verde e nero, perché sono di destra – del loro approccio propagandistico e speculativo. Guardi, io sono rimasto sconcertato dall’audizione in commissione del ministro Toninelli sul crollo del ponte di Genova. Prima ha fatto un’introduzione bieca, di pura propaganda, senza costrutto, poi ha stilato un elenco senza tener conto di alcuna situazione specifica. Insomma, dopo aver fatto le vacanze si è presentato in Parlamento senza idee e senza proposte, per lucrare su 43 morti”.

Per questo, dice Marcucci, bisogna fare in fretta.

“Con il congresso a inizio dell’anno prossimo ci sono i tempi per far emergere le candidature. Intanto, infatti, le varie anime si stanno confrontando. Domani (oggi, ndr) inizia la convention di Franceschini, nei prossimi giorni ci sarà quella di Orfini a Roma, poi ci sarà la Leopolda. Sono occasioni per un confronto sui programmi, sulla proposta da fare al paese”.

Una volta esaurita la fase del confronto ci sarà poi il voto e sarà eletto il nuovo segretario. A quel punto, avverte Marcucci, non potrà accadere di nuovo quello che è successo negli anni scorsi, quando il Pd ha iniziato a sfasciarsi il giorno dopo il congresso.
“Il Pd va tenuto unito senza fare gli errori del passato, quando si è preferito logorare le leadership fregandosene dei risultati congressuali”. Certo, molte cose sono da cambiare e alcune sono definitivamente cambiate, come l’autosufficienza del Pd. “Dobbiamo guardare al di là del Pd, alla sinistra e al centro. Serve una coalizione la più unita ma anche la più ampia possibile. Chi ha in mente di consumare vendette o attaccarsi a situazioni del passato per creare ulteriori fratture”, dice Marcucci riferendosi ai fuoriusciti del Pd, “secondo me semplicemente non pensa all’interesse del nostro paese. Dobbiamo renderci conto dei tempi in cui viviamo. I partiti che sono al governo provano avversione per le istituzioni democratiche, i Cinque stelle irridono il Parlamento, auspicano che non esista o che i senatori vengano sorteggiati. Salvini è bravo nel gestire la comunicazione, ma rilancia sempre sul bluff. Eppoi, non è che si potrà parlare di immigrazione per due anni”.

Ma il Pd ha ancora senso, così com’è?

“Io sono ancora convinto del progetto iniziale del Pd: mettere insieme i migliori riformismi del nostro paese. Abbiamo cercato di risolvere i problemi ma abbiamo perso i contatti con il territorio e sottovalutato la crisi, che è stata pesantissima e ha avuto effetti notevoli sulla disoccupazione giovanile. C’è da dire che gli avversari hanno vinto promettendo qualunque cosa e prendendo in giro gli italiani. Ma l’identità del Pd resta la stessa: riformista e progressista. Una cosa è però certamente cambiata rispetto al progetto iniziale. Non ci sono più le condizioni per la vocazione maggioritaria. Ora serve un fronte ampio di centrosinistra. E il congresso è l’occasione per dare un indirizzo preciso”.

Ma i renziani chi candideranno?
“Ancora non abbiamo deciso. Non credo che servano candidature affrettate purché siano. Intanto lavoriamo sulle idee, alla Leopolda di ottobre potremo produrre un programma convincente per il governo e sicuramente esprimere una candidatura convincente”.

Non è che si candiderà di nuovo Renzi?
“Secondo me no. Renzi è una risorsa importante per il Pd, credo che stia facendo bene il senatore e sta dando contributi in termini di proposta politica estremamente importanti”.

E Marco Minniti a lei piace?
“Non mi risulta candidato”.

Ma se si candidasse?
“Per le informazioni che ho, non mi risulta che abbia la minima intenzione di candidarsi”.

Ma l’azione di Minniti sull’immigrazione va rivendicata?
“Penso che il Pd debba rivendicare collegialmente l’azione del governo”.

Nel Pd c’è chi contesta la linea dei governi di centrosinistra sull’immigrazione. Matteo Orfini dice che con Minniti il Pd ha fatto il gioco della destra, Concorda?
“Penso che l’Europa e l’Italia siano state impreparate ad affrontare le dimensioni del fenomeno migratorio. Le azioni dei governi Renzi e Gentiloni hanno dato una giusta impostazione, che va perseguita con grande determinazione. I flussi vanno gestiti, serve un’apertura del nostro paese che sia compatibile con la nostra capacità di integrazione, uno sforzo importante nelle aree di provenienza. Ci sono però delle situazioni, penso alla Libia, dove il rispetto dei diritti umani è stato spesso calpestato e noi non possiamo essere disponibili ad accettarlo. I flussi vanno controllati ma con la certezza di alcune stelle polari a guidarci: gli esseri umani vanno salvati, il traffico di esseri umani va bloccato. Penso che la critica di Orfini sia indirizzata soprattutto a situazioni specifiche che si sono create in Libia, inaccettabili per il senso comune più che per uno strettamente dovere di solidarietà. E quando il Pd ha deciso di non votare il provvedimento sulle motovedette alla Libia non l’ha fatto perché era contrario, l’ha fatto perché questo governo non si è voluto impegnare sulla questione dei diritti”

Franceschini: “Evitiamo la saldatura dell’asse di governo. Con il proporzionale alleanze inevitabili”

Intervista a Dario Franceschini di Maria Teresa Meli – Corriere della Sera

Onorevole Franceschini, nel Pd c’è chi dice che lei voglia allearsi con i grillini.

«Non è possibile che chi pone un tema politico venga aggredito. Io non voglio fare un’alleanza con Di Maio. Il mio è un ragionamento diverso. Mentre la Lega è già configurata come un movimento di destra con delle posizioni estremiste, il M5S, sia nell’elettorato che nelle posizioni dei suoi esponenti, è più trasversale. Tant’è vero che dopo le elezioni con estrema leggerezza loro dicevano o facciamo il governo con il Pd o lo facciamo con la Lega. E io allora pensavo, anche se è inutile fare a posteriori la politica con i se e i ma, che non avremmo dovuto far saldare Lega e grillini, perché, come adesso si sta vedendo, Salvini sta risucchiando con la sua leadership M5S su posizioni di destra».

E come subentra il Pd a questo punto?

«Gran parte degli elettori del M5S hanno votato in passato per noi. Se siamo arrivati dal 41 per cento al i8 in 4 anni un motivo ci sarà. Non è che quegli elettori sono diventati improvvisamente dei pericolosi reazionari. Quindi è necessario un lavoro di recupero. Anche perché credo che per il bene del Paese, non per il nostro, occorra evitare che il rapporto Lega-M5S da un’alleanza temporanea diventi un blocco sociale, perché il rischio c’è. Se l’alleanza si estende alle regioni e ai comuni c’è il pericolo che si crei un blocco sociale unico egemonizzato dalle posizioni di estrema destra. lo penso che cercare di evitare questo sarebbe stato giusto per il Paese, non lo abbiamo fatto allora, dobbiamo farlo ora. Questo non vuol dire fare il governo con di Maio. Non facciamo confusione. Io pongo al Pd degli interrogativi: dobbiamo aspettare che le contraddizioni tra Lega e M5S esplodano o lavorare perché esplodano? Dobbiamo lavorare perché falliscano o dobbiamo solo aspettare che falliscano?».

E se questo governo cade si farà un esecutivo Pd-M5S?

«No, ma qualsiasi cosa è meglio di questo governo. Perché il danno che stanno facendo è enorme. Stanno già rovesciando la gerarchia condivisa dei valori di questo Paese, come dimostrano gli episodi di razzismo e di intolleranza di questi giorni. Vanno fermati il prima possibile».

Far scoppiare le contraddizioni, lei dice. Ma persino Di Battista sostiene che con il Pd non sarebbero riusciti a fare tutto quello che hanno fatto con la Lega.

«Questa è propaganda, ma, ripeto, non sto proponendo un’alleanza. Adesso sto dicendo che dobbiamo fare cadere questo governo perché è pericoloso. Poi c’è anche un tema di prospettiva, noi abbiamo scelto il proporzionale, perciò, se anche passassimo al 24, al 35 o 40 comunque non avremmo i numeri per governare da soli. Come dice Roberto D’Alimonte il tema delle alleanze è ineludibile e quindi dobbiamo lavorare per scomporre gli altri e per allargarci noi, recuperando anche i nostri elettori che hanno votato M5S, che, però, non tornano indietro automaticamente: dobbiamo ricostruire un progetto di cambiamento».

Se Renzi avesse candidato Gentiloni avreste perso meno elettori?

«Sì, il risultato sarebbe stato diverso. Bastava un semplice, minimo, atto di generosità da parte di chi guidava il Pd».

Anche senza scissione le cose sarebbero andate diversamente?

«E si sarebbe dovuto fare di più per evitarla. Loro hanno le maggiori responsabilità di quella rottura, ma noi abbiamo fatto troppo poco per scongiurarla».

Tornando all’oggi, il Pd va superato?

«Il Pd va rifondato, non superato. Il Partito democratico è nato per unire storie culture e provenienze diverse, e un partito grande, o che ambisce a tornare a essere grande, deve avere un pluralismo di leader e di posizioni. Poiché il Pd è già eterogeneo, dato che ci sono dentro Calenda e Damiano, perché non puoi avere Lorenzin ed Errani? Le diversità sono una ricchezza. Ma questo non vuole dire superare il Pd, significa rifondarlo nella forma organizzativa e nei contenuti».

Il Congresso va fatto in tempi brevi?

«Sì, entro febbraio o marzo al massimo, ricordandoci però che il Congresso non è solo l’elezione del leader. Dobbiamo ridiscutere tutto».

Si dice che lei voglia un candidato unitario.

«No, non penso a una candidatura unica di tutto il partito perché è ovvio che questo è un congresso che deve fare chiarezza sul fatto che la stagione 2013-2018 con le sue luci e le sue ombre si è chiusa il 4 marzo inesorabilmente. Non tornerà. Zingaretti per ora è l’unico candidato e il suo discorso a Cortona è stato molto convincente. Io penso che lui e Martina possano e debbano stare dalla stessa parte».

Martina: “Lavorare per futuro di pace e cooperazione contro l’odio e la chiusura”

Intervista al segretario Pd: “Guai se ci fermassimo solo alle parole. Bisogna trasformare l’impegno in azioni, in impegno diretti. Sporcarsi le mani e assumersi responsabilità”, di Olivio Romanini, Corriere di Bologna

Segnali di vita per la sinistra italiana da Bologna e da Milano e per il segretario del Pd, Maurizio Martina «può essere l’inizio di qualcosa» che assomigli a una riscossa.
A Milano quindicimila persone si sono ritrovare in piazza San Babila per protestare contro il summit tra Salvini e Orban, mentre a Bologna dopo che il vescovo Matteo Zuppi e le parrocchie hanno aperto le porte ai rifugiati della Diciotti, l’ex premier Romano Prodi ha scritto una lettera aperta nella quale ha parlato del gigantesco problema dell’immigrazione sostenendo che non c’è altra via all’integrazione e che «dobbiamo provarci, ognuno nei modi che gli sono possibili».

Partiamo dalla lettera di Romano Prodi. Si parla dell’accoglienza dei migranti da parte delle diocesi ma c’è anche un ragionamento sul futuro e su cosa fare seriamente per affrontare il problema dell’immigrazione. Ci vede tracce utili per il centrosinistra che verrà?
«Penso – spiega il segretario nazionale del Pd, Maurizio Martina – che Prodi faccia bene a raccontare innanzitutto come nella vita di tutti giorni ci sia un’integrazione nella piena cittadinanza di tanti migranti che sono in tutto e per tutto parte della nostra comunità sociale ed economica. Da ex ministro dell’Agricoltura potrei raccontare mille storie conosciute su questo fronte. Questo tuttavia non può non farci riflettere sul bisogno che abbiamo di far avanzare con maggiore forza un nuovo impegno per la piena integrazione nei diritti e nei doveri che ci aiuti a superare le paure».

A Bologna, città dove è nato l’Ulivo, l’opposizione al leader della Lega Matteo Salvini la stanno facendo soprattutto i cattolici, i preti che aprono le porte delle parrocchie. Il vescovo Matteo Zuppi sta provando a fare passare un messaggio di accoglienza in città ma non è per niente facile, vista l’aria che tira. Che ne pensa?
«Penso che sia uno sforzo cruciale. La Chiesa va ringraziata per quello che fa. Ma questo lavoro riguarda tutti noi. Bisogna mettere in campo un progetto culturale e sociale aperto che affronti questi temi ineludibili: integrazione, sicurezza, diritti e doveri in un patto forte di cittadinanza dove tutti possano riconoscersi».

Qualche tempo fa l’arcivescovo di Ferrara, Gian Carlo Perego, ha detto che serve un progetto politico di opposizione alla Lega che parta dalla rete dei volontari cattolici. Le sembra una buona idea?
«Penso che serva passare dall’opposizione all’alternativa, mettendo in campo prima di tutto una prospettiva di valori e di principi seguiti da comportamenti coerenti e da azioni. Guai se ci fermassimo solo alle parole. Bisogna trasformare l’impegno in azioni, in impegno diretti. Sporcarsi le mani e assumersi responsabilità».

Oltre a Bologna segnali di reazione sono arrivati da Milano, dalla manifestazione in piazza San Babila. Crede che possa essere l’inizio di qualcosa?
«Penso di sì. C’è tanta gente che vuole credere in un futuro di pace e cooperazione contro l’odio e la chiusura. Serve unire queste forze e occorre una nuova generazione in campo capace di farsi capire di questo impegno contro chi semina divisioni e rancori».

Dall’Emilia-Romagna si chiede con forza che il congresso del Partito democratico sia fatto il prima possibile per poter ripartire.
«Noi stiamo già lavorando tanto col percorso che abbiamo tracciato. Il congresso sarà prima delle europee certamente. I primi giorni della nostra festa nazionale a Ravenna ci hanno dato spunti interessantissimi. Le tappe che stiamo facendo, l’ultima proprio questa mattina davanti ai cancelli dell’Ilva di Taranto, danno il segno di un partito che torna dalle persone e in strada per stare al loro fianco e ripartire. A fine ottobre avremo il forum nazionale a Milano. Sono convinto che presto questo lavoro pagherà e sarà sostenuto da tante persone che vogliono un’Italia diversa da quella di Salvini e Di Maio».