Intervista a Dario Franceschini di Maria Teresa Meli – Corriere della Sera

Onorevole Franceschini, nel Pd c’è chi dice che lei voglia allearsi con i grillini.

«Non è possibile che chi pone un tema politico venga aggredito. Io non voglio fare un’alleanza con Di Maio. Il mio è un ragionamento diverso. Mentre la Lega è già configurata come un movimento di destra con delle posizioni estremiste, il M5S, sia nell’elettorato che nelle posizioni dei suoi esponenti, è più trasversale. Tant’è vero che dopo le elezioni con estrema leggerezza loro dicevano o facciamo il governo con il Pd o lo facciamo con la Lega. E io allora pensavo, anche se è inutile fare a posteriori la politica con i se e i ma, che non avremmo dovuto far saldare Lega e grillini, perché, come adesso si sta vedendo, Salvini sta risucchiando con la sua leadership M5S su posizioni di destra».

E come subentra il Pd a questo punto?

«Gran parte degli elettori del M5S hanno votato in passato per noi. Se siamo arrivati dal 41 per cento al i8 in 4 anni un motivo ci sarà. Non è che quegli elettori sono diventati improvvisamente dei pericolosi reazionari. Quindi è necessario un lavoro di recupero. Anche perché credo che per il bene del Paese, non per il nostro, occorra evitare che il rapporto Lega-M5S da un’alleanza temporanea diventi un blocco sociale, perché il rischio c’è. Se l’alleanza si estende alle regioni e ai comuni c’è il pericolo che si crei un blocco sociale unico egemonizzato dalle posizioni di estrema destra. lo penso che cercare di evitare questo sarebbe stato giusto per il Paese, non lo abbiamo fatto allora, dobbiamo farlo ora. Questo non vuol dire fare il governo con di Maio. Non facciamo confusione. Io pongo al Pd degli interrogativi: dobbiamo aspettare che le contraddizioni tra Lega e M5S esplodano o lavorare perché esplodano? Dobbiamo lavorare perché falliscano o dobbiamo solo aspettare che falliscano?».

E se questo governo cade si farà un esecutivo Pd-M5S?

«No, ma qualsiasi cosa è meglio di questo governo. Perché il danno che stanno facendo è enorme. Stanno già rovesciando la gerarchia condivisa dei valori di questo Paese, come dimostrano gli episodi di razzismo e di intolleranza di questi giorni. Vanno fermati il prima possibile».

Far scoppiare le contraddizioni, lei dice. Ma persino Di Battista sostiene che con il Pd non sarebbero riusciti a fare tutto quello che hanno fatto con la Lega.

«Questa è propaganda, ma, ripeto, non sto proponendo un’alleanza. Adesso sto dicendo che dobbiamo fare cadere questo governo perché è pericoloso. Poi c’è anche un tema di prospettiva, noi abbiamo scelto il proporzionale, perciò, se anche passassimo al 24, al 35 o 40 comunque non avremmo i numeri per governare da soli. Come dice Roberto D’Alimonte il tema delle alleanze è ineludibile e quindi dobbiamo lavorare per scomporre gli altri e per allargarci noi, recuperando anche i nostri elettori che hanno votato M5S, che, però, non tornano indietro automaticamente: dobbiamo ricostruire un progetto di cambiamento».

Se Renzi avesse candidato Gentiloni avreste perso meno elettori?

«Sì, il risultato sarebbe stato diverso. Bastava un semplice, minimo, atto di generosità da parte di chi guidava il Pd».

Anche senza scissione le cose sarebbero andate diversamente?

«E si sarebbe dovuto fare di più per evitarla. Loro hanno le maggiori responsabilità di quella rottura, ma noi abbiamo fatto troppo poco per scongiurarla».

Tornando all’oggi, il Pd va superato?

«Il Pd va rifondato, non superato. Il Partito democratico è nato per unire storie culture e provenienze diverse, e un partito grande, o che ambisce a tornare a essere grande, deve avere un pluralismo di leader e di posizioni. Poiché il Pd è già eterogeneo, dato che ci sono dentro Calenda e Damiano, perché non puoi avere Lorenzin ed Errani? Le diversità sono una ricchezza. Ma questo non vuole dire superare il Pd, significa rifondarlo nella forma organizzativa e nei contenuti».

Il Congresso va fatto in tempi brevi?

«Sì, entro febbraio o marzo al massimo, ricordandoci però che il Congresso non è solo l’elezione del leader. Dobbiamo ridiscutere tutto».

Si dice che lei voglia un candidato unitario.

«No, non penso a una candidatura unica di tutto il partito perché è ovvio che questo è un congresso che deve fare chiarezza sul fatto che la stagione 2013-2018 con le sue luci e le sue ombre si è chiusa il 4 marzo inesorabilmente. Non tornerà. Zingaretti per ora è l’unico candidato e il suo discorso a Cortona è stato molto convincente. Io penso che lui e Martina possano e debbano stare dalla stessa parte».

Intervista al segretario Pd: “Guai se ci fermassimo solo alle parole. Bisogna trasformare l’impegno in azioni, in impegno diretti. Sporcarsi le mani e assumersi responsabilità”, di Olivio Romanini, Corriere di Bologna

Segnali di vita per la sinistra italiana da Bologna e da Milano e per il segretario del Pd, Maurizio Martina «può essere l’inizio di qualcosa» che assomigli a una riscossa.
A Milano quindicimila persone si sono ritrovare in piazza San Babila per protestare contro il summit tra Salvini e Orban, mentre a Bologna dopo che il vescovo Matteo Zuppi e le parrocchie hanno aperto le porte ai rifugiati della Diciotti, l’ex premier Romano Prodi ha scritto una lettera aperta nella quale ha parlato del gigantesco problema dell’immigrazione sostenendo che non c’è altra via all’integrazione e che «dobbiamo provarci, ognuno nei modi che gli sono possibili».

Partiamo dalla lettera di Romano Prodi. Si parla dell’accoglienza dei migranti da parte delle diocesi ma c’è anche un ragionamento sul futuro e su cosa fare seriamente per affrontare il problema dell’immigrazione. Ci vede tracce utili per il centrosinistra che verrà?
«Penso – spiega il segretario nazionale del Pd, Maurizio Martina – che Prodi faccia bene a raccontare innanzitutto come nella vita di tutti giorni ci sia un’integrazione nella piena cittadinanza di tanti migranti che sono in tutto e per tutto parte della nostra comunità sociale ed economica. Da ex ministro dell’Agricoltura potrei raccontare mille storie conosciute su questo fronte. Questo tuttavia non può non farci riflettere sul bisogno che abbiamo di far avanzare con maggiore forza un nuovo impegno per la piena integrazione nei diritti e nei doveri che ci aiuti a superare le paure».

A Bologna, città dove è nato l’Ulivo, l’opposizione al leader della Lega Matteo Salvini la stanno facendo soprattutto i cattolici, i preti che aprono le porte delle parrocchie. Il vescovo Matteo Zuppi sta provando a fare passare un messaggio di accoglienza in città ma non è per niente facile, vista l’aria che tira. Che ne pensa?
«Penso che sia uno sforzo cruciale. La Chiesa va ringraziata per quello che fa. Ma questo lavoro riguarda tutti noi. Bisogna mettere in campo un progetto culturale e sociale aperto che affronti questi temi ineludibili: integrazione, sicurezza, diritti e doveri in un patto forte di cittadinanza dove tutti possano riconoscersi».

Qualche tempo fa l’arcivescovo di Ferrara, Gian Carlo Perego, ha detto che serve un progetto politico di opposizione alla Lega che parta dalla rete dei volontari cattolici. Le sembra una buona idea?
«Penso che serva passare dall’opposizione all’alternativa, mettendo in campo prima di tutto una prospettiva di valori e di principi seguiti da comportamenti coerenti e da azioni. Guai se ci fermassimo solo alle parole. Bisogna trasformare l’impegno in azioni, in impegno diretti. Sporcarsi le mani e assumersi responsabilità».

Oltre a Bologna segnali di reazione sono arrivati da Milano, dalla manifestazione in piazza San Babila. Crede che possa essere l’inizio di qualcosa?
«Penso di sì. C’è tanta gente che vuole credere in un futuro di pace e cooperazione contro l’odio e la chiusura. Serve unire queste forze e occorre una nuova generazione in campo capace di farsi capire di questo impegno contro chi semina divisioni e rancori».

Dall’Emilia-Romagna si chiede con forza che il congresso del Partito democratico sia fatto il prima possibile per poter ripartire.
«Noi stiamo già lavorando tanto col percorso che abbiamo tracciato. Il congresso sarà prima delle europee certamente. I primi giorni della nostra festa nazionale a Ravenna ci hanno dato spunti interessantissimi. Le tappe che stiamo facendo, l’ultima proprio questa mattina davanti ai cancelli dell’Ilva di Taranto, danno il segno di un partito che torna dalle persone e in strada per stare al loro fianco e ripartire. A fine ottobre avremo il forum nazionale a Milano. Sono convinto che presto questo lavoro pagherà e sarà sostenuto da tante persone che vogliono un’Italia diversa da quella di Salvini e Di Maio».

Intervista al presidente della Regione Lazio e candidato alla segreteria Pd: “Ci sono ancora tanti splendidi militanti, dobbiamo stare nelle strade e nei luoghi della vita, insieme finalmente ad una presenza autonoma e forte nella Rete, dove non abbiamo mai investito”, di Giovanna Casadio, La Repubblica

Presidente Zingaretti, i leader della sinistra fanno a gara a dire al Pd da dove ricominciare: dai fischi di Genova, dalle idee nuove, dal modello di partito. Lei, candidato alla segreteria dem, da dove riparte?
«Si riparte da un ripensamento della nostra collocazione politica. Occorre rimettere al centro la nostra ragione di esistenza: la giustizia e lo sforzo di chiudere la forbice tra chi ha e chi non ha. Inoltre sul partito occorre lasciarci alle spalle la stolta discussione tra partito pesante e leggero. È superato il vecchio partito burocratico e pedagogico, ma anche l’inconsistenza attuale di un partito che ha perso il senso di una comunità. Ci sono ancora tanti splendidi militanti ma il tono generale lo danno le correnti, i feudatari locali, la preoccupazione sui destini personali. Dobbiamo stare nelle strade e nei luoghi della vita, insieme finalmente ad una presenza autonoma e forte nella Rete, dove non abbiamo mai investito».

Veltroni invoca sogni e popolo. E dice che la rottamazione renziana è stata un cattivo slogan.
«Veltroni ha detto molte parole sagge e sincere. Per riacquistare il popolo e i sogni occorre marcare una nostra autonomia politica e culturale: ci vuole una nuova agenda che tenga finalmente insieme crescita ed equità. L’Italia per tanti aspetti è degradata. L’Europa anche. Sono stati sconquassati i tessuti sociali, divelte radici, resi più soli i cittadini. Il caos porta al disastro anche i ceti medi e quelli imprenditoriali e questo conduce inevitabilmente all’autoritarismo».

Si candida a leader in un momento in cui il popolo ha abbandonato la sinistra.
«C’è ancora una parte importante di cittadini che guarda a noi. E ci sono tanti che non hanno votato o hanno votato 5 Stelle che erano nostri elettori e a certe condizioni possono essere ampiamente recuperati. Quelli che esprimono rabbia nei nostri confronti, e che non sono fanatici o pregiudizialmente nemici, pensano con qualche ragione che ci siamo chiusi troppo nella dimensione del governo, in pratiche elitarie, abbandonando la fatica di mettere le mani nel “fango” della società. Non so cosa ne verrà fuori: la mia intenzione è comunque di affrontare con le nostre ragioni la complessità di un popolo che per certi aspetti è tornato a essere plebe subalterna. È difficile. Ma qui è il nodo e qui si salta».

Sull’immigrazione è a rischio il futuro dell’Unione europea?
«L’immigrazione è un problema reale. Ingigantito, però, dalla destra xenofoba di Salvini, che trae un vantaggio elettorale dagli allarmi che lancia. Va compreso meglio che il mancato governo dell’immigrazione colpisce soprattutto la vita della povera gente, già così travagliata. Si deve dare una risposta duplice. Accogliere umanamente gli immigrati regolari, i profughi. Gestire con giustizia e fermezza gli irregolari, prevedendo il loro rimpatrio. Inoltre, ecco il secondo aspetto, dobbiamo fare esattamente il contrario di ciò che il governo giallo-verde sta facendo. Sostenere i servizi, risanare i quartieri più difficili, investire nelle periferie. Se facciamo una battaglia concreta e ideale alla fine la gente ci capirà».

Ma quale è il rischio maggiore che lei vede in questo governo gialloverde?
«Quello di regalare ad una destra solida e illiberale, che purtroppo sa bene quello che vuole, tutto l’elettorato dei 5 Stelle, che è composito e contraddittorio. Se noi regaliamo a Salvini ciò che non è suo, rischiamo di avere, in un paese come l’Italia dove negli anni ’70 la sinistra-sinistra sfiorava il 50%, un’influenza del 70% di una destra estrema, come mai nel dopoguerra si era vista in Italia. Quindi a me non interessano in alcun modo “accordicchi” di vertice, ma parlare al popolo sì».

C’è già chi dice: la sinistra che tifò Fini contro Berlusconi ora tifa Fico contro Di Maio, ma il risultato sarà lo stesso.
«Non si tratta di entrare nel merito di un dibattito interno tra leadership diverse, anche perché il tema migranti in realtà è diventata una “nuvola” per nascondere agli italiani un problema più serio: il contratto di governo non funziona. La maggioranza, a parte le nomine, non trova sintonia su nulla».

Salvini si allea con Orbàn: è l’asse sovranista. Le forze progressiste dovrebbero fare fronte comune anche con Macron alle europee del 2019?
«Le forze progressiste innanzitutto devono ritrovare tra di loro un ampia sintonia. La Ue si è piegata troppo agli interessi della Germania, alla politica di austerità, ai bassi interessi sui titoli tedeschi, all’assillo sull’inflazione che alla fine ha determinato una deflazione. Sono peggiorate le vite di una parte grande di europei. L’Europa su questo deve scegliere un indirizzo chiaro. E questo è il senso delle prossime elezioni. Ciò non esclude, a mio avviso, una alleanza politica con Macron anzi, in una parte lunga di questa legislatura europea noi abbiamo governato d’intesa con i popolari. Sulla difesa dell’Europa con Macron ci sono punti maggiori di contatto. Escludo invece di fare come Macron. La nostra storia e il nostro futuro non si può infilare dentro a quel modello elitario, repubblicano ma rappresentativo dei piani alti della società francese. Ricordo che Macron al primo turno ha preso ll 24% con un esiguo consenso tra i lavoratori e i ceti popolari».

Ritorno alle nazionalizzazioni. Dopo il crollo del ponte di Genova il dibattito è aperto.
«Su Genova va detto intanto che la confusione del governo è sconvolgente. Sono per non ideologizzare questo tema. In molti casi le privatizzazioni possono essere utili, in molti altri dannose. Dipende da ciò che si privatizza, dalla credibilità degli imprenditori, dal loro senso dello Stato e del bene pubblico. L’Italia che ha una classe dirigente e imprenditoriale non molto responsabile e deve essere particolarmente accorta nel realizzare queste complesse operazioni. Anche perché non sono d’accordo che quella sia sempre la strada obbligata. C’è una svalutazione del ruolo del soggetto pubblico e dello Stato. Vorrei ricordare che anche il più geniale degli imprenditori moderni, Steve Jobs, l’inventore di Apple, se non avesse avuto alle spalle l’enormità di denaro speso dal potere pubblico americano per la ricerca, non avrebbe mai raggiunto i risultati ottenuti».

Quale ruolo può avere Renzi?
«Renzi è stato una grande speranza, ha fatto cose importanti, ha combattuto con onore e coerenza. Tuttavia la sua stagione è finita da leader solitario del Pd. Per me sono vecchi sia i sostenitori della vecchia “ditta”, sia quelli che successivamente si sono autoproclamati il “nuovo”. Sono vecchi perché, alla fine, sconfitti sul campo. Occorre prendere atto che va scritta una nuova storia con nuovi protagonisti, aprendosi ai territori. La mia campagna, che parte il 13 ottobre, si intitola Piazza Grande appunto per intendere la partecipazione delle persone. Forse la “derenzizzazione” l’ha avviata lo stesso Renzi quando si è dimesso. Oggi già c’è un altro segretario, Maurizio Martina, che deve proteggere, come sta facendo, la sua autonomia e le sue idee».

Non crede che Martina possa essere il suo avversario alle primarie?
«Non lo so, comunque per abitudine esprimo le mie idee in positivo e non contro».

(Foto: Mathieu Cugnot/Imagoeconomica)

Il premier socialista portoghese: «Salvini ha dichiarato che “il cammino verso una nuova Europa sta iniziando”. La “nuova Europa” di cui parla Salvini mi ricorda un’altra Europa di pericolose divisioni nazionaliste», di Giovanna Casadio, La Repubblica

«Sono preoccupato dell’alleanza tra Salvini e Orban». Il premier portoghese Antonio Costa, socialista, da tre anni alla guida di un Paese che è passato dalla crisi più buia al rilancio, preferisce non commentare l’intervento di Walter Veltroni sul futuro della sinistra ma afferma che il Pd ha «energie» e «competenze» per farcela. E aggiunge che, come Macron, accetta la sfida contro i sovranisti.

Presidente Costa, si dice che il Pd abbia perso il popolo, da dove si ricomincia?
«Mi pare che la nuova leadership del Pd e Maurizio Martina abbiano le energie e le competenze per affrontare le sfide dei populisti. Il Pd, come tutti noi progressisti, deve rinnovare il contratto sociale basato sul progetto di integrazione europea. Da lì si ricomincia. Vogliamo creare le condizioni per allargare il fronte progressista. La nostra collaborazione con il Pd non è iniziata oggi, anzi, il Ps lavora a stretto contatto con i dem da diversi anni, ho avuto un buon rapporto con Matteo Renzi e Paolo Gentiloni, una delle figure più rispettate in Europa».

Lei è uno dei pochissimi leader socialisti ancora al governo, come fa?
«In primo luogo, vorrei sottolineare che ho la compagnia di altri capi di governo progressisti nel Consiglio europeo. La famiglia socialista conta vari primi ministri come in Svezia, a Malta e più recentemente in Spagna. E in Germania l’Spd è indispensabile per il funzionamento e la stabilità del governo. In Portogallo siamo al governo con un programma progressista che ha ridato la speranza ai portoghesi e che ha ottenuto risultati economici molto positivi. La disoccupazione è al 6,7%, la più bassa dei ultimi anni, abbiamo un tasso di crescita superiore al 2% e abbiamo ridotto il deficit».

Funziona la geringonça, quel meccanismo che vede forze politiche di sinistra moderata e radicale governare insieme il Portogallo? La consiglia anche all’Italia?
«Il governo del Portogallo è sostenuto da un accordo parlamentare, non da una coalizione che riunisce diverse partiti nel governo. La geringonça, come è ormai conosciuta la soluzione politica che funziona in Portogallo e consente di governare con il sostegno del Blocco di sinistra, del Partito comunista e del Partito ecologista Verdi, funziona molto bene, nonostante le previsioni negative di molti, perché abbiamo saputo ascoltare i portoghesi. Non ho consigli da dare ad altri Paesi. Questo dipende, soprattutto, dalla volontà degli italiani. Posso solo augurare buona fortuna ai nostri amici del Pd».

Lei crede sempre nell’Europa?
«Senza dubbio, credo nell’Europa come credo nella democrazia. Se sono sistemi perfetti? No. Ma sono un enorme progresso rispetto al passato e a tutte le alternative che conosco; sono, e credo che lo saranno sempre, un lavoro in progress che dipende da chi lo costruisce e lo difende».

Il governo italiano ha iniziato un braccio di ferro con la Ue sui migranti. Il Portogallo farà la sua parte sui ricollocamenti?
«Il Portogallo ha difeso una posizione globale a livello europeo sul tema dell’accoglienza dei rifugiati e ha partecipato a soluzioni ad hoc su richiesta della Commissione europea, in collaborazione con Francia e Spagna. L’Italia deve rispettare le regole del diritto internazionale sull’accoglienza nel porto sicuro più vicino e partecipare alla ricerca di una soluzione europea alla questione migrazioni. Ricordo che trenta persone della nave Lifeline proveniente da Malta già si trovano in Portogallo dal 29 luglio. Come ho già detto, il gruppo di cinquanta migranti provenienti dall’Italia dovrà arrivare a settembre».

Teme che l’Italia si faccia sedurre dal gruppo di Visegrad?
«Credo ancora che i valori di un’Europa unita, giusta e solidale, seducano l’Italia più di qualsiasi altra proposta. C’è una contraddizione radicale tra l’Italia che chiede – e fa bene – la solidarietà dell’Ue e il gruppo di Visegrad che rifiuta questa solidarietà. Se quei Paesi suggeriscono che la questione dell’immigrazione dovrebbe essere risolta dall’Italia, non posso credere che l’Italia sia sedotta da idee e politiche che danneggiano non solo l’Ue, ma l’Italia in particolare. Nell’ultimo Consiglio europeo ho sentito alcune voci che affermano che le sfide delle migrazioni non li riguardano, suggerendo che l’Italia, poiché è geograficamente in prima linea, sarebbe responsabile della risoluzione di questa crisi. Questa posizione mette in discussione il significato dell’Europa. Salvini ha dichiarato che “il cammino verso una nuova Europa sta iniziando”. La “nuova Europa” di cui parla Salvini mi ricorda un’altra Europa di pericolose divisioni
nazionaliste».

Intervista al presidente dei senatori Pd: “Lavoriamo sulle idee, alla Leopolda di ottobre potremo produrre un programma convincente per il governo e sicuramente esprimere una candidatura convincente”, di David Allegranti, Il Foglio

Dice Andrea Marcucci, presidente dei senatori del Pd, che “i tempi sono maturi” e il congresso va fatto velocemente, “non più tardi di febbraio o marzo”.

Un cambio di rotta rispetto a qualche settimana fa, quando – era luglio – Marcucci ipotizzava, insieme ad altri, vedi Luca Lotti, le primarie dopo le europee, per avere più tempo per ricostruire il Pd, pesantemente sconfitto a marzo. “No, non c’è più tempo”, dice al Foglio.

“Ci siamo resi conto della gravità della situazione, della totale incapacità di chi è al governo – un governo non gialloverde ma giallo, verde e nero, perché sono di destra – del loro approccio propagandistico e speculativo. Guardi, io sono rimasto sconcertato dall’audizione in commissione del ministro Toninelli sul crollo del ponte di Genova. Prima ha fatto un’introduzione bieca, di pura propaganda, senza costrutto, poi ha stilato un elenco senza tener conto di alcuna situazione specifica. Insomma, dopo aver fatto le vacanze si è presentato in Parlamento senza idee e senza proposte, per lucrare su 43 morti”.

Per questo, dice Marcucci, bisogna fare in fretta.

“Con il congresso a inizio dell’anno prossimo ci sono i tempi per far emergere le candidature. Intanto, infatti, le varie anime si stanno confrontando. Domani (oggi, ndr) inizia la convention di Franceschini, nei prossimi giorni ci sarà quella di Orfini a Roma, poi ci sarà la Leopolda. Sono occasioni per un confronto sui programmi, sulla proposta da fare al paese”.

Una volta esaurita la fase del confronto ci sarà poi il voto e sarà eletto il nuovo segretario. A quel punto, avverte Marcucci, non potrà accadere di nuovo quello che è successo negli anni scorsi, quando il Pd ha iniziato a sfasciarsi il giorno dopo il congresso.
“Il Pd va tenuto unito senza fare gli errori del passato, quando si è preferito logorare le leadership fregandosene dei risultati congressuali”. Certo, molte cose sono da cambiare e alcune sono definitivamente cambiate, come l’autosufficienza del Pd. “Dobbiamo guardare al di là del Pd, alla sinistra e al centro. Serve una coalizione la più unita ma anche la più ampia possibile. Chi ha in mente di consumare vendette o attaccarsi a situazioni del passato per creare ulteriori fratture”, dice Marcucci riferendosi ai fuoriusciti del Pd, “secondo me semplicemente non pensa all’interesse del nostro paese. Dobbiamo renderci conto dei tempi in cui viviamo. I partiti che sono al governo provano avversione per le istituzioni democratiche, i Cinque stelle irridono il Parlamento, auspicano che non esista o che i senatori vengano sorteggiati. Salvini è bravo nel gestire la comunicazione, ma rilancia sempre sul bluff. Eppoi, non è che si potrà parlare di immigrazione per due anni”.

Ma il Pd ha ancora senso, così com’è?

“Io sono ancora convinto del progetto iniziale del Pd: mettere insieme i migliori riformismi del nostro paese. Abbiamo cercato di risolvere i problemi ma abbiamo perso i contatti con il territorio e sottovalutato la crisi, che è stata pesantissima e ha avuto effetti notevoli sulla disoccupazione giovanile. C’è da dire che gli avversari hanno vinto promettendo qualunque cosa e prendendo in giro gli italiani. Ma l’identità del Pd resta la stessa: riformista e progressista. Una cosa è però certamente cambiata rispetto al progetto iniziale. Non ci sono più le condizioni per la vocazione maggioritaria. Ora serve un fronte ampio di centrosinistra. E il congresso è l’occasione per dare un indirizzo preciso”.

Ma i renziani chi candideranno?
“Ancora non abbiamo deciso. Non credo che servano candidature affrettate purché siano. Intanto lavoriamo sulle idee, alla Leopolda di ottobre potremo produrre un programma convincente per il governo e sicuramente esprimere una candidatura convincente”.

Non è che si candiderà di nuovo Renzi?
“Secondo me no. Renzi è una risorsa importante per il Pd, credo che stia facendo bene il senatore e sta dando contributi in termini di proposta politica estremamente importanti”.

E Marco Minniti a lei piace?
“Non mi risulta candidato”.

Ma se si candidasse?
“Per le informazioni che ho, non mi risulta che abbia la minima intenzione di candidarsi”.

Ma l’azione di Minniti sull’immigrazione va rivendicata?
“Penso che il Pd debba rivendicare collegialmente l’azione del governo”.

Nel Pd c’è chi contesta la linea dei governi di centrosinistra sull’immigrazione. Matteo Orfini dice che con Minniti il Pd ha fatto il gioco della destra, Concorda?
“Penso che l’Europa e l’Italia siano state impreparate ad affrontare le dimensioni del fenomeno migratorio. Le azioni dei governi Renzi e Gentiloni hanno dato una giusta impostazione, che va perseguita con grande determinazione. I flussi vanno gestiti, serve un’apertura del nostro paese che sia compatibile con la nostra capacità di integrazione, uno sforzo importante nelle aree di provenienza. Ci sono però delle situazioni, penso alla Libia, dove il rispetto dei diritti umani è stato spesso calpestato e noi non possiamo essere disponibili ad accettarlo. I flussi vanno controllati ma con la certezza di alcune stelle polari a guidarci: gli esseri umani vanno salvati, il traffico di esseri umani va bloccato. Penso che la critica di Orfini sia indirizzata soprattutto a situazioni specifiche che si sono create in Libia, inaccettabili per il senso comune più che per uno strettamente dovere di solidarietà. E quando il Pd ha deciso di non votare il provvedimento sulle motovedette alla Libia non l’ha fatto perché era contrario, l’ha fatto perché questo governo non si è voluto impegnare sulla questione dei diritti”

L’ex segretario del Pd interviene su Repubblica nel dibattito sulla costruzione dell’alternativa: “Il momento è pericoloso, non si ha la percezione dei rischi che corre la democrazia”


di Walter Veltroni

 

Luciano Gallino, intellettuale di sinistra – definizioni che sembrano diventate brutte parole – scrisse più di venti anni fa l’introduzione a un libro nella quale diceva «la distruzione di una comunità politica, la fine della democrazia, è sempre possibile… Oggi come allora gli avversari della democrazia circolano numerosi tra noi, ma stanno anche dentro di noi, nel perenne conflitto, che è a un tempo sociale e psichico, tra bisogno di sicurezza e desiderio di libertà». Il volume era Come si diventa nazisti di William Allen, uno storico che si incaricò di raccontare come una piccola comunità dell’Hannover si trasformò da città storicamente di sinistra a feudo del nazismo, in cinque anni passato dal 5 per cento al 62,3.

Allen scrive che «il problema del nazismo fu prima di tutto un problema di percezione». Non esiste evidentemente in Italia e altrove un pericolo nazista, anche perché la storia non si ripete mai nello stesso modo. Ma la mia angoscia, l’angoscia di un uomo che ha dedicato tutta la sua vita a ideali di democrazia e progresso, è che non si abbia la “percezione” di quello che sta accadendo. Che non ci si accorga che parole un tempo impronunciabili stanno diventando normali.
Non mi interessa qui la miseria della polemica politica quotidiana che ha perso la dignità minima. Sembrano tutti il Malvolio di La dodicesima notte di Shakespeare che dice, tronfio, «Su tutti voialtri prenderò la mia vendetta».
Credo si debba uscire dal presentismo che domina il nostro tempo, che toglie respiro, serietà, credibilità alle parole e ai gesti. Guardare il mondo e interpretare i segni che ci pervengono.

Fu quello che nell’estate del 1939 non si fu capaci di fare, mentre l’umanità precipitava in una guerra terribile. Guerra come quella che solo vent’anni prima aveva fatto diciassette milioni di vittime. Mentre sulle spiagge si prendeva ignari il sole e nei cuori si inneggiava al duce e al fuhrer, si stava preparando un conflitto che avrebbe prodotto 68 milioni di morti e la tragedia della Shoah.
Papa Francesco ha parlato più volte, inascoltato, di una terza guerra mondiale. Per molti nostri coevi la guerra non è un deposito della storia o un monumento alla memoria. È la vita quotidiana, il dolore quotidiano in un mondo sordo e cieco. È lo stupore del bambino di Aleppo che seduto in un’ambulanza si tocca il viso scoprendolo pieno di sangue, è il corpo di Alan con la sua maglietta rossa sulla spiaggia turca e quello di suo fratello Galip, cinque anni, inghiottito dal mare.
Ma noi, l’Occidente che ha attraversato la seconda guerra mondiale e l’orrore dei regimi autoritari, dell’hitlerismo e dello stalinismo, noi dove stiamo andando?
Intervenendo al Festival delle idee di Repubblica, mesi fa, sono tornato sul paragone con Weimar. Non sono pessimista, non lo sono per carattere. Ma non voglio assuefarmi alla legge del “politicamente corretto” per cui si finisce con l’omettere o l’umettare la sostanza delle proprie ragioni.

Guardiamoci intorno. Cito due macrofenomeni: i dazi e la messa in discussione dell’Europa. Nella storia l’apposizione dei dazi è sempre stata la premessa per conflitti sanguinosi. Nel tempo della globalizzazione, fenomeno oggettivo, è impensabile agitare lo strumento del protezionismo esasperato. Il conflitto tra Usa e Cina e tra Usa ed Europa, segnato dalle politiche di Trump, potrà avere effetti rilevanti sulla distensione internazionale. Ma il secondo dato è il più grave. Quando Spinelli pensò l’Europa unita, il nostro continente era in fiamme. È stata la più grande conquista di pace della storia umana, in questa parte del mondo. Ma ora tutto sta crollando. Logorato prima dalle timidezze dei governi democratici e ora dalla esplicita volontà antieuropea di un numero crescente di Stati. La Gran Bretagna è uscita, con il voto degli inglesi, e il gruppo di Visegrad si propone un’Europa minima, senza principi, valori, strategie comuni.

Il nostro Paese, fondatore dell’unità europea, improvvisamente ha come riferimento Orban e la sua “democrazia autoritaria”. Un modello che tende ad affermarsi, dalla Russia alla Turchia. Si fanno strada regimi che tendono a concentrare nelle mani di pochi il potere, che limitano la libertà di stampa e di pensiero, che incarcerano gli oppositori. Qui, in Europa.

La “fine della democrazia è sempre possibile”, anche in forme storicamente inedite. Come ai tempi di Weimar, quando la crisi delle istituzioni e dei partiti, spesso divorati dalla corruzione, si intreccia con la recessione economica, si genera un bisogno di sicurezza che può essere più forte del bisogno di libertà.

Il populismo, espressione comoda per indicare una politica che a questo disagio si rivolge, è, per tutto questo, una definizione sbagliata. È destra, la peggiore destra.
Quella contro la quale un galantuomo come John McCain ha combattuto fino all’ultimo. Definirla populista è farle un favore. Chiamiamo le cose con il loro nome. Chi sostiene il sovranismo in una società globale, chi postula una società chiusa, chi si fa beffe del pensiero degli altri e lo demonizza, chi anima spiriti guerrieri contro ogni minoranza, chi mette in discussione il valore della democrazia rappresentativa, altro non fa che dare voce alle ragioni storiche della destra più estrema.
Altro che populismo. Qualcosa di molto più pericoloso.

Ma ciò che la sinistra, impegnata a dividersi e rimirarsi allo specchio, non ha capito è che in questi anni è andata avanti una gigantesca riorganizzazione della intera struttura sociale.
Qualcosa di paragonabile agli effetti della rivoluzione industriale. Il lavoro ha cambiato natura, facendosi aleatorio e precario. E se la macchina a vapore ha creato l’industria moderna e con essa le classi sociali e le città, così la nuova rivoluzione tecnologica, ancora agli inizi, finisce con il sostituire tendenzialmente l’uomo con la macchina e con il mutare tutti i codici cognitivi e comunicativi.
La società è segnata da una sensazione di precarietà che la domina, che ne mina la fiducia sociale nel futuro. Non si può pensare che un tempo in cui le famiglie italiane hanno perso undici punti di reddito rispetto alla fase precrisi, in cui la differenza tra ricchi e poveri è aumentata, non sia carico di un drammatico disagio. Un disagio che fa sì che prevalga la paura sulla speranza. La società, come un corpo contratto, si ritrae in una posizione orizzontale. Rifiuta ogni delega, anima della vera democrazia. Non vuole sapere la verità dai giornali, non accetta il parere degli scienziati, contesta persino fisicamente professori e medici, nega il valore della competenza politica fino a mettere in discussione il parlamento, per il quale si ipotizza una estrazione a sorte dei suoi membri.

Ma la società orizzontale finisce col postulare un potere verticale. La sinistra non ha capito che quando si è posto, da Calamandrei in poi, il problema della trasparenza e della velocità della democrazia si cercava esattamente di rispondere a questo bisogno. In una società veloce una democrazia lenta e debole finisce con l’essere travolta. Più la democrazia decide, più resterà la democrazia. Meno decide e più sarà esposta alla pantomima di questa estate allucinante, con un governo che le spara grosse su tutto. Che arriva a sequestrare una nave militare italiana in un porto italiano, a giocare spregiudicatamente la vita di esseri umani per qualche voto esacerbato. Che minaccia l’Europa con un misto di arroganza e incompetenza. Che annuncia cose che non può fare, non sa fare, non farà.
Ma nel presentismo assoluto resta nell’aria solo il grido acuto dell’intemerata.

Trump in campagna elettorale disse che, se anche avesse preso un fucile e fosse andato sulla Quinta strada a sparare, non avrebbe perso un voto. Temo fosse vero. E così un ministro dell’Interno indagato per abuso d’ufficio si deve dimettere se è di centrosinistra e uno di destra, indagato per sequestro di persona, deve restare al suo posto. Non discuto il merito, noto la differenza. E se un deputato della maggioranza dice, come un vero fascista, che «se i magistrati attaccano il capo, li andiamo a prendere casa per casa» nessuno nella stessa maggioranza dice nemmeno poffarbacco.

Ma nei confronti dei cinquestelle la sinistra ha compiuto gravi errori. Ha cambiato mille volte atteggiamento, ha demonizzato e cercato alleanze organiche o viceversa, senza capire che molti di quei voti sono di elettori di sinistra. Che molti dei sei milioni di cittadini che avevano votato per il Pd nel 2008 hanno finito con lo scegliere i pentastellati o sono restati a casa. Un dolore profondo, un malessere che meritava molto di più delle piccole risse quotidiane o dei corteggiamenti subalterni. Molti di quegli elettori oggi sono certamente in sofferenza per il dominio della Lega sul governo e ad essi, e a chi non ha votato, senza spocchia da maestrino, la sinistra deve rivolgersi.

Come? Sia chiaro: la crisi della sinistra non è un fenomeno esclusivamente italiano, è mondiale. Solo Obama, come immaginammo nel 2008, è restato vivido nella memoria come esempio universale di coerenza programmatica e valoriale. Ma poi ha vinto Trump. Perché la sinistra o accende un sogno o non è. Perché la sinistra o è popolo o non è. Ma io non condivido i discorsi che sento fare sulla fine della sinistra o delle idee dei democratici.

È la sinistra, nella storia, che ha cambiato il mondo. Sono state le lotte contro lo schiavismo, per la liberazione delle donne, contro l’alienazione e lo sfruttamento, per i diritti civili e umani, contro le discriminazioni. È questo sistema di valori che ha reso la vita di ognuno sulla terra più libera e migliore. La sinistra lo ha saputo fare quando ha parlato al cuore delle persone, quando ha interpretato i bisogni di giustizia sociale, quando ha scelto la libertà. Cosa che non ha sempre fatto. Cinquant’anni fa la sinistra, per come la intendo, era nel sacrificio di Ian Palach e non nei carri armati con la falce e il martello. Sogno e popolo, ciò che è stato perduto.

Due cose semplici e difficili insieme. Sono più chiaro ancora: o la sinistra definirà una proposta in grado di assicurare sicurezza sociale nel tempo della precarietà degli umani o sparirà. O la sinistra la smetterà di rimpiangere un passato che non tornerà e si preoccuperà di portare in questo tempo i suoi valori o sparirà. O la sinistra immaginerà nuove forme di partecipazione popolare alla decisione pubblica, una nuova stagione della diffusione della democrazia, o prevarranno i modelli autoritari. Nelle future esperienze di governo della sinistra ci dovrà essere una più marcata radicalità di innovazione.

Allo stesso tempo, la sinistra non deve dimenticare chi è, ne deve anzi avere orgoglio. Non sarà inseguendo la destra o, in questo caso, il populismo che si eviterà il peggio. La sinistra non può avere paura di dire che è per una società dell’accoglienza, dire che è nella sua natura – oltre che in quella che dell’essere umano – la solidarietà, la condivisione del dolore, l’aiuto nel bisogno. La sinistra non deve aver paura di dire che non si deve mai deflettere dal rigoroso presidio della sicurezza dei cittadini imponendo a tutti il rispetto delle regole che ci siamo dati. La sinistra non deve inseguire nessuno sul tema dell’Europa immaginandone una versione bonsai ma, al contrario, deve rilanciare con forza l’idea degli Stati Uniti d’Europa, meravigliosa utopia realizzabile.

Deve riscoprire, dopo averlo dimenticato, il tema dello sviluppo compatibile, vera incognita sul futuro della specie umana. E non deve assuefarsi alla barbarie del linguaggio semplificato, della rissa permanente, dell’insulto all’avversario. Anche in questo deve essere se stessa, non fare come Zelig. Deve coltivare la scuola, la ricerca, la cultura, l’identità profonda di un Paese che è sempre stato aperto al mondo.

Non deve aver paura di unire anche quando la diffusione dell’odio sembra prevalere. Deve innovare la sua identità e avere rispetto della sua storia. Si possono, ed è giusto, sostituire generazioni di dirigenti. Io mi sono presto fatto da parte per mia scelta e ho iniziato una nuova vita, come era corretto facessi.
Ma non è giusto cancellare la storia collettiva, le battaglie, i sacrifici, il senso di quella cosa enorme che nella storia italiana è stata la sinistra, è stato il pensiero democratico. Ha scritto, sul tema della memoria, il priore di Bose Enzo Bianchi: «Per ogni cultura, la memoria dei momenti e delle forze che l’hanno generata è essenziale; è proprio nella memoria degli eventi fondatori che la democrazia si afferma e si manifesta come valore».

Un esempio: la parola rottamazione fu usata, la prima volta, da Berlusconi in tv per attaccare Romano Prodi. Non è una nostra parola, figlia della nostra cultura. Neanche gli avversari si “rottamano”, perché un essere umano e le sue idee non sono mai da cancellare, se espresse per e con la libertà.

Quando – è successo varie volte – in Italia si sono prese sbandate per il demagogo di turno, alla sinistra democratica è toccato poi salvare il Paese. Per essere all’altezza di questa responsabilità la sinistra e i democratici devono unirsi e smetterla con la prassi esasperante delle divisioni e delle scissioni testimoniali. Anche quella è un’abitudine spesso coincisa con tragiche sconfitte.

Il Pd che io immaginavo è durato pochi mesi, raggiunse il 34 per cento in condizioni terribili e si trovò, orgoglioso e emozionato, in un Circo Massimo oggi inimmaginabile per chiunque.
Era l’idea di un partito orizzontale, fatto di cittadini e movimenti, di associazioni e autonome organizzazioni. Un partito a vocazione maggioritaria perché aperto, che usava le primarie come cemento per unire questo arcobaleno. Il contrario di un “partito liquido”, come poi si è purtroppo rivelato essere, per paradosso, quando ha prevalso il rimpianto per forme partito che non sono più date in questo tempo. Quel partito è stato in questi anni, per responsabilità di tutti, dominato dalle correnti e dai gruppi organizzati e il suo spazio vitale si è ristretto, come la stanza del funzionario Rai di La Terrazza di Ettore Scola.

Quei muri vanno tirati giù e il Pd deve apparire un luogo aperto, plurale, fondato sui valori e non sul potere. Bisogna inventare una forma originale di movimento politico del nuovo millennio.
Forse quella idea era sbagliata, forse troppo avanti. Ne ho preso atto, credo con misura, senza cessare mai di dare una mano alle ragioni che hanno ispirato la mia vita.
Per questo ho scritto oggi. Perché non smetto di credere alla sinistra, perché temo per il futuro della vita democratica e dell’Europa, perché penso che l’idea di un soggetto politico aperto del campo democratico sia più che mai necessaria. Nessuno perda tempo a strologare sulla ragione di questo
scritto. È solo amore per la propria comunità e per il proprio Paese. Tutto qui.

 

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