Calenda: “I populisti dicano se sfonderanno il deficit”

Il ministro e l’ipotesi di guidare il fronte moderato: se deciderò di agire sarò chiaro. L’intervista di Federico Fubini – Corriere della Sera


Ministro Carlo Calenda, lei prevede un governo basato sull’asse M5S-Lega?
 
«Plausibile. Se si guarda alla responsabilità finanziaria, le coalizioni sono chiare. La pensano in modo simile. Ma per evitare la procedura per deficit eccessivo, l’Italia in autunno deve fare una manovra per il 2019 con il deficit allo 0,9% del Pil».
 
In passato si è sempre rinegoziato. Perché ora no?
 
«Qualcosa si può strappare. Ma non il 3% che, tra l’altro, neanche basterebbe per Flat Tax, Reddito di cittadinanza e abolizione della Fornero. E se poi disinnescano anche gli aumenti Iva? Per i populisti il tempo dei talk show è finito. M55 e Lega sono stati votati anche per distribuire risorse, rovesciando il tavolo a Bruxelles. Ma attenzione, dopo Brexit l’Europa ha un atteggiamento diverso. Fossi la Lega o M5S, non mi aspetterei di ricavare qualcosa facendo sceneggiate a Bruxelles: chi non sta alle regole, si mette fuori dalla costruzione europea».
 
La calma sui mercati non sembra confermare i suoi timori.
 
«La situazione geopolitica è fragile. L’Ue ha fronti aperti con Stati Uniti, Russia e Turchia, con i Paesi di Visegrad e con l’Africa sulle migrazioni. Se l’Europa entra in tensione, un attacco sull’Italia può partire rapidamente. Ci sono segnali. Il grande fondo Blackrock per ora non compra più debito italiano».
 
Non è giusto che chi prende i voti possa governare senza pistole puntate?
 
«Basta che abbia chiari i rischi che ci fa correre. Chi governerà ha promesso misure che implicano una procedura europea contro l’Italia sui conti pubblici. Si vuole questo? O hanno cambiato idea? Gli italiani hanno diritto di saperlo».
 
Gli elettori hanno espresso una maggioranza contro le regole dell’euro.
 
«Credo che gli italiani continuino a essere europeisti. La crisi però è stata lunghissima. Nell’ultima legislatura tutti gli indicatori sono migliorati in modo sostanziale, ma le ferite erano profonde e non si sono ancora chiuse. La strada giusta è quella degli ultimi governi, le scorciatoie sono attraenti almeno finché non si inizia a percorrerle. Poi ci si accorge che sono anche pericolose».
 
Tutto qui come esame della sconfitta?
 
«No, certo. Dire che la crisi era risolta è stato un errore. La paura del futuro è giustificata e deve avere diritto di cittadinanza. Invece la politica tradizionale in Occidente da 25 anni non trae più le sue idee dalla realtà sociale: ha iniziato a prenderle da una teoria economica che disegnava un futuro migliore per tutti grazie alle tecnologie e alla globalizzazione. Come non ci fossero anche dei perdenti. Ma ci sono, e questa cecità ha finito per incrinare il principio di rappresentanza. Pensare il futuro va bene, ma la politica deve anche rappresentare i disagi del presente e governare le transizioni».
 
Il Pd ha lasciato la difesa dei deboli ai populisti?
 
«I governi del Pd hanno affrontato bene i problemi e la difesa dei deboli, dalle crisi aziendali al reddito di inclusione, lavorando su investimenti e crescita: da industria 4.0 al taglio delle tasse sulle imprese. Ma ha dato poca legittimità alle paure e rappresentato in modo semplicistico il futuro. Il populista che promette di, occuparsi delle paure di oggi è più connesso a una società in cui la fiducia è fragile».
 
Lei è andato all’llva o all’Embraco e l’hanno accusata di essere uno statalista. Lo è?
 
«La cosa interessante è che i liberali hanno dimenticato che essere tali significa osservare la realtà, interagire con essa. Non sulla base di costruzioni ideologiche. Ilva può ricominciare a produrre acciaio in maniera efficiente, e così Alcoa. E Embraco è un’azienda in utile che viene spiazzata da una concorrenza sleale. Ignorare la realtà è una ragione della caduta delle élite liberal-democratiche. Come quando avevamo deciso che l’industria manifatturiera in Occidente non aveva futuro, lasciando campo alla concorrenza sleale della Cina».
 
Dunque ha ragione Donald Trump con i dazi?
 
«No, perché mira a chiudere il mercato e una guerra commerciale che colpirebbe il made in Italy. Altra cosa sono i dazi antidumping che abbiamo contribuito a varare in Europa. Detto questo, il rapporto transatlantico dobbiamo coltivarlo, è fondamentale. Qui il rischio di uno slittamento di M5S e Lega verso altri lidi mi spaventa».
 
Nel Pd ha trovato sensibilità su questi temi?

«Non saprei. Mi sono iscritto, ho fatto due riunioni in sezione e ho presenziato alla direzione. Fine».
 
Non l’hanno chiamata? Il neosegretario Martina non l’ha cercata?
 
«Non ultimamente. Ma il mio riferimento nel Pd è Paolo Gentiloni, con lui parlo spesso».
 
Deluso?
 
«No. Penso siano impegnati a tenere insieme il partito e questa è giustamente la loro priorità. Mi permetto di osservare che sarebbe meglio evitare la lotta fra caminetti e gigli. Invece bisogna far riavvicinare al Pd tante persone di qualità, facendo una grande campagna per le iscrizioni e coinvolgendo persone da fuori».
 
Però lei ha l’aria di parlare a un’area macroniana di centrosinistra, centro e centrodestra: gli italiani che esportano, studiano, vanno all’estero.
 
«Non sarebbe utile per il Pd? Ma oggi il tema è rappresentare anche quelli che perdono: i giovani nelle aree più arretrate del Paese, ad esempio. Dovremmo identificare aree di crisi sociale dove varare strumenti straordinari per i ragazzi: doposcuola per portarli alla lettura, lingue e borse di studio universitarie. Più utili del reddito di cittadinanza e meno cari».
 
Lei prepara la sua candidatura a leader del fronte moderato?
 
«Ho sempre fatto quello che ho detto. Mi dicevano che ero il candidato di Berlusconi e non l’ho mai incontrato. Che mi sarei candidato al Parlamento, malgrado io smentissi, e non l’ho fatto. Se deciderò di fare un’operazione politica, lo dirò con chiarezza. Di certo un contributo continuerò a darlo».

Zanda: “Impossibile governare con M5S”

Intervista a Luigi Zanda di Aldo Cazzullo – Corriere della Sera

«Martina sta facendo bene, può tenere insieme il partito dice al Corriere Luigi Zanda, capogruppo uscente del Pd al Senato -. Impossibile governare con i Cinque Stelle».
 
Zanda, lei quarant’anni fa in questi stessi giorni era il portavoce di Cossiga.
«Furono giorni terribili. A Cossiga vennero i capelli bianchi. A me impazzì la pressione del sangue».
 
Quale lezione ha tratto dal caso Moro?
«La democrazia italiana sconfisse il terrorismo senza bisogno di leggi speciali, grazie alla cultura politica. I grandi partiti si parlavano. Era una cultura che Moro aveva forgiato, e che gli sopravvisse. Dovremmo ritrovarla, oggi. E Moro nel 1976 aveva detto che nella stagione dei diritti statuto dei lavoratori, diritto di famiglia, divorzio, aborto doveva maturare un nuovo senso del dovere».
 
Qual è il dovere per i politici di oggi?
«Veniamo da una stagione proficua per i diritti: unioni civili, fine vita, divorzio breve. La stagione dei doveri invece è in una fase di debolezza. La crisi delle democrazie è drammatica: nuovi media e intelligenza artificiale manipolano le elezioni; in Francia arrestano l’ex capo dello Stato, la Spagna rischia la secessione, in Italia vincono le forze antisistema».
 
Si discute della possibilità di un governo Pd-Cinque Stelle. Lei cosa ne pensa?
«I Cinque Stelle credo di conoscerli bene, dopo una legislatura da capogruppo pd al Senato. Ci siamo contrastati in modo duro ma rispettoso. Da loro però ci separano differenze di fondo».
 
Su cosa?
«La visione internazionale: loro hanno una dichiarata simpatia per il modello Putin, che non è certo il nostro. La concezione della democrazia: loro sono per la democrazia dei clic, noi per quella rappresentativa. L’idea di partito: loro sono un’emanazione della Casaleggio&Associati, noi vorremmo una legge per applicare l’articolo 49 della Costituzione che impone ai partiti la democrazia interna. Il rapporto con l’Unione europea: noi la vorremmo più integrata, loro sono nazionalisti. Il bilancio dello Stato: per noi è fondamentale l’equilibrio tra entrate e uscite, per loro no».
 
Non potete governare insieme, quindi?
«Mi pare evidente».
 
Quale governo si farà?
«Probabilmente un accordo tra estremisti: Cinque Stelle e Lega, forse seguita da Forza Italia. Anche se non farà certo il bene del Paese».
 
Esclude un governo del presidente?
«È un’espressione che mi dà fastidio. Se vuol dire che i partiti devono rispettare le indicazioni del presidente della Repubblica, è un’ovvietà. Altrimenti è una definizione vuota e priva di senso».
 
Un governo di tutti, o di chi ci sta, per fare le riforme.
«Mi pare una congettura molto vaga, di cui nessuno sa se, quando e come si realizzerà».
 
Intanto il centrodestra annuncia di fatto un accordo con i Cinque Stelle sui presidenti di Camera e Senato.
«Mi pare abbiano già deciso tutto. Un tempo vigeva la consuetudine di dare la presidenza di una delle due Camere all’opposizione. Poi nel ’94 la destra fece l’en plein, imitata nel ’96 e anche dopo dal centrosinistra. A me piaceva più il vecchio sistema».
 
Tradotto, significa una Camera per il Pd?
«Non ho assolutamente detto questo. Dico che è una questione non collegata con la formazione del governo».
 
Lei potrebbe rifare il capogruppo del Partito democratico al Senato?
«Per cinque anni mi sono speso per sostenere i tre governi, far concludere la legislatura, tenere unito il gruppo del Pd. Ora escludo in modo categorico di rifare il capogruppo».
 
Chi sarà il suo successore? Marcucci?
«Marcucci è un ottimo senatore, che può avere anche cariche istituzionali».
 
Vicepresidente del Senato anziché capogruppo?
«Per i nostri capigruppo di Camera e Senato, e per le eventuali cariche istituzionali spettanti al Pd, è necessario trovare un serio equilibrio politico nel partito. Non è pensabile che i due capigruppo rappresentino solo l’anima renziana del Pd. Lo stesso varrebbe per qualsiasi altra componente. Berlinguer diceva che non si governa un Paese con il 51%; vale anche per i gruppi parlamentari, soprattutto oggi perché il Pd non si può permettere spaccature. È il momento dell’unità vera e condivisa».
 
Lei è stato il primo, quando Renzi si è dimesso tentando di prendere tempo, a dargli contro dicendogli di andarsene subito. Perché?
«Perché le dimissioni sono un atto importante, nella vita delle persone e delle comunità. Non si minacciano, non si annunciano, non si ritirano mai: si danno e basta. Alla fine se ne è reso conto anche lui. La politica è come il teatro: i due momenti fondamentali e difficili sono l’entrata in scena e l’uscita».
 
Renzi farà il suo partito?
«Lo escludo. In fondo, a un partito di cui sei stato un importante leader resti legato da un sentimento. E poi Renzi è intelligente, ha capito che più si è uniti più si vince; e le piccole costole nate da un partito hanno sempre raccolto poco».
 
Il nuovo segretario sarà eletto dall’assemblea o scelto con le primarie?
«Le cariche di partito secondo me andrebbero decise dagli iscritti; le candidature alla guida del governo con una consultazione aperta».
 
Chi sarà il nuovo segretario?
«Restiamo all’oggi. Martina sta facendo molto bene il reggente, è attento alle relazioni umane, ha impostato una gestione aperta a tutti. E viene da quel profondo Nord che dobbiamo riconquistare, come il profondo Sud. Può tenere insieme il partito».

Anzaldi: su Cambridge Analytica e sulle Fake news serve una commissione d’inchiesta

Quando si cita il Grande Fratello, la pervasiva e inafferrabile entità che spia le vite dei cittadini nel romanzo “1984” di Orwell, si pensa a qualcosa di lontano. A una fantasia che può esistere solo nella mente di uno scrittore o al cinema. Non c’è niente di più sbagliato. L’impressione è che il Grande Fratello sia tra noi, ma con un nome diverso: social network.
 
L’impressione è che il Grande Fratello sia tra noi, ma con un nome diverso: social network

Le inchieste del New York Times e dell’Observer sulla società Cambridge Analytica hanno squarciato il velo su una realtà, quella dei social network, di cui non si sono colti gli aspetti più problematici e pericolosi. Sia per la vita degli individui che per il funzionamento delle democrazie di tutto il mondo.
La vicenda di Cambridge Analytica, l’agenzia di marketing politico inglese, ha fatto venire a galla tutto quello che finora gli utenti di Facebook e degli altri social network hanno ignorato. La questione può essere riassunta da due parole: psicometria e profilazione.
Questi due termini sono i cardini delle nuove frontiere del marketing, quello che si basa sui Big Data e si applica attraverso i social network. Il cuore della questione sta tutto nelle differenze rispetto alla pubblicità tradizionale. Mentre un cartellone per strada, la pagina di un giornale, uno spot televisivo si rivolge a un pubblico indistinto (e quindi va spesso fuori bersaglio), i social newtork possono essere infinitamente più precisi. Al punto, da costruire campagna pubblicitarie personalizzate.

Attraverso la sua attività sui social network (con i like, le foto, le geo-localizzandosi, le chat, etc.) ogni utente lascia delle tracce. L’analisi di quelle tracce (psicometria) permette a un algoritmo di conoscere una persona meglio dei suoi stessi genitori. E conoscere, in questo caso, significa influenzare i comportamenti.
L’analisi di quelle tracce (psicometria) permette a un algoritmo di conoscere una persona meglio dei suoi stessi genitori
In che modo? Per mezzo della profilazione. Cioè, individuando i temi che stanno più a cuore a un certo gruppo di utenti. Tutti coloro che, per esempio, risultano molto preoccupati dal fenomeno immigratorio, verranno bombardati con una campagna mirata la cui tesi di fondo è: vota quel candidato e quel problema sarà risolto. Pare sia proprio quello che è successo con Trump e la Cambridge Analytica. Con l’aggravante che la società inglese si sarebbe procurata i dati degli utenti in modo illegale.


Ma al netto del modus operandi di Cambridge Analytica, la questione rimane aperta. L’enorme potere di Facebook e degli altri social network sta proprio in questo. Nella capacità di guidare i nostri comportamenti, facendoli aderire ai desideri dell’inserzionista.
Questo potere ha spostato la pubblicità dalla tv e dai giornali per concentrarla nei social network (solo Facebook e Google controllano il 56,8% delle inserzione pubblicitarie). Ma un conto è se in ballo c’è la vendita di un prodotto. Un altro, è se l’elezione di un presidente o la permanenza di uno stato nell’Ue dipendono non dalla volontà dei cittadini ma da un algoritmo, magari creato con il supporto e i fondi di uno stato estero.

La premessa di questi meccanismi è l’eccessiva libertà d’azione concessa ai social network, se non vere e proprie irregolarità e illeciti, nel trattare i nostri dati. Lo scandalo di Cambridge Analytica ha dimostrato che siamo di fronte a rischi democratici pericolosissimi.
Se vogliamo essere noi e non un inafferrabile Grande Fratello a decidere il nostro destino, dobbiamo sbrigarci a costruire un quadro regolatorio che protegga la democrazia , ma dobbiamo anche indagare a fondo su cosa è successo in questi anni.Se vogliamo essere noi e non un inafferrabile Grande Fratello a decidere il nostro destino, dobbiamo sbrigarci a costruire un quadro regolatorio che protegga la democrazia

Per questo il mio primo atto da parlamentare sarà la proposta di legge per l’istituzione di una commissione d’inchiesta sul caso di Cambridge Analytica e sulle fake news, anche alla luce di quanto ha confermato l’Agcom, ovvero che nel 2012 quelle tecniche sono state utilizzate anche da un partito italiano.

 

Fonte: Huffington Post

Orlando “Non si può restare a guardare. Abbiamo il dovere di cercare un patto sulle presidenze”

Orlando: non ci sono le condizioni per fare alleanze ma è doveroso cercare un patto sulle presidenze
Intervista di Tommaso Ciriaco – la Repubblica
 

«Non possiamo decidere noi chi è il presidente della Camera o del Senato. Ma se si apre un ragionamento tra Tizio e Caio, e pensiamo che Tizio sia per tutti più di garanzia di Caio, allora dobbiamo incidere». Seduto nel cuore del Transatlantico, Andrea Orlando osserva centinaia di novelli deputati muoversi come formichine impazzite alla vigilia del gong che aprirà oggi la sfida delle presidenze. Il ministro della Giustizia si muove da giorni lontano dai radar. Non ha voglia di aggiungere confusione a confusione. «Sono in una fase zen…», scherza. Ma non nega qualche ragionamento sul rebus politico che ha mandato in stallo il sistema.

Difficile la posizione del Pd: all`opposizione, ma potenzialmente decisivo per lo snodo delle presidenze e dei futuri assetti di maggioranza. Eppure fermo. Immobile.
In fin dei conti è la strada migliore?

«Io sono convinto che non ci siano le condizioni per fare alleanze, non ho particolari dubbi su questo. Però dico una cosa: non è neppure . immaginabile che noi, con il nostro 20%, non partecipiamo alla dialettica parlamentare. Altrimenti tanto varrebbe non venire in Parlamento: che facciamo, ce ne stiamo a casa?».

 
Quindi sarebbe bene che il Pd si muovesse per incidere nella scelta dei presidenti?

«È chiaro che non possiamo decidere noi chi saranno i presidenti delle due Camere. Ma se ci troviamo di fronte a due scelte, ed è possibile spingere di più nella direzione di una o dell`altra, ha senso provare a incidere. È sempre andata così, anche nella Prima Repubblica. In fondo, queste dinamiche si assomigliano. Tanto più se il Pd è all`opposizione…».

 
All’opposizione di chi? C`è chi immagina che, al termine di un lunghissimo balletto, si finirà con un patto tra Di Maio e Salvini. Lei cosa pensa?

«Sono abbastanza convinto che si vada a finire lì, ma certo non mi metto a fare il tifo affinché Salvini e Di Maio si mettano d`accordo. Purtroppo c`è stato anche chi ha sostenuto una tesi tanto ridicola, chi ha detto di aspettare questo scenario, preparando la vaschetta con i pop corn: un conto è prendere atto di una condizione, altro esaltarsi… Li abbiamo contrastati in campagna elettorale e adesso cosa gli diciamo, per favore mettetevi d`accordo? Detto questo, se sei in questa fase devi provare a influire il più possibile su presidenti di Camera e Senato che siano di garanzia per tutti, tanto più se vai all`opposizione».

 
Crede che il leader della Lega sia pronto a stringere un accordo con il Movimento?

«Dipende se Salvini vuole capitalizzare il risultato o rischiare puntando tutto su nuove elezioni. Devo dire che la storia è piena di gente che ci ha provato, puntando tutto senza poi raccogliere. Pensate a Chirac, che sciolse in anticipo l`Assemblea nazionale e si ritrovò con la coabitazione».

 
A meno che la situazione non si incastri e non si torni al voto. Possibile?

«Non penso sia impossibile, in queste condizioni… Se non si fa un governo, si va a votare».

 
A due settimane dalle elezioni che lettura si può dare della batosta del Pd?

«Fuori dalle mura urbane i Cinquestelle si sono dimostrati fortissimi. E noi non abbiamo perso, abbiamo rischiato di essere spazzati via. Come in una morsa, con i nostri voti divisi tra Lega e grillini. Un tempo esisteva un voto di classe, oggi è tra inclusi e esclusi. I non garantiti non ci hanno votato».

 
Dove avete sbagliato?

«Abbiamo fatto una campagna dicendo di aver messo in sicurezza l`Italia. Ma siamo sicuri che chi vive male in questo sistema abbia vissuto bene questo messaggio? ».

 
Difficile sostenere argomenti diversi dopo essere stati al governo per tutti questi anni, non le pare?

«Ha ragione. Ma potevamo fare la stessa campagna aggiungendo anche una critica al sistema di redistribuzione del reddito. E riconoscendo che ci sono delle disuguaglianze da affrontare. Quando invece diciamo soltanto che c’è il 2% di crescita del Pil, non andiamo in quella direzione…».

 
Di errori ne ha commessi anche Berlusconi. Ora ammette di avere sbagliato ad attaccare Di Maio per avere svolto soltanto lavori come quello dello steward allo Stadio San Paolo.

«Quello è stato un favore enorme a Di Maio. Condannare uno perché ha avuto solo lavori precari e non pensare ai problemi di milioni di ragazzi che hanno avuto solo quel tipo di lavoro: ma come si fa?».

 

Si avvicina Andrea Di Maria, deputato della sinistra del Pd. Nel capannello si finisce a parlare un po’ per gioco delle tesi di aprile di Lenin. «Compagni – scherza Orlando – la situazione è difficile e a questo punto l`unica prospettiva è il socialismo…».

Manifesto per un nuovo PD

Spero che la direzione nazionale svolta qualche giorno fa sia l’avvio di un confronto (da svolgere nei prossimi mesi con gli iscritti e gli elettori) ampio, non reticente, vendicativo, opportunistico;
 
La sconfitta che abbiamo subìto è drammatica. Siamo passati, dopo 5 anni di governo, dal 25% al 19% dei consensi. Si tratta, inoltre, dopo il referendum e la tornata amministrativa, della terza sconfitta consecutiva. Il crollo è sostanzialmente simile nell’intero territorio nazionale.
 
È il carattere di questa sconfitta che brucia e ci impone di riflettere con spirito di verità:

il voto, anche contro di noi, è stato un voto popolare. Un tempo si sarebbe definito “di classe”. Non in quanto espressione di una classe omogenea e politicamente cosciente; ma in quanto espressione della parte del paese più sofferente, emarginata e priva di forza: non sono solo gli ultimi; sono anche i penultimi e pezzi consistenti del ceto medio che va via via scomparendo. E non chiama in causa solo questioni di reddito, ma generazionali e anche di qualità della vita, dei servizi, della sicurezza sociale, della solitudine percepita a fronte dei grandi processi che investono l’Italia e il mondo. Sono convinto che anche nel voto del No al referendum costituzionale, al di là del merito, si era già evidenziata questa frattura: la scelta del Sì percepita, come il voto civile e ragionato dei garantiti e quella del No come espressione di una rabbia che cresce dal basso.
 
I 5 Stelle e la Lega hanno raccolto i frutti di questo sommovimento. In modo diverso: ma entrambi semplificando messaggi demagogici, accattivanti, irrealistici; fondati su una risposta diretta alle paure, vecchie e nuove, dell’elettorato italiano. È del tutto evidente che il nostro posto è all’opposizione; anche se non dobbiamo smettere neppure un momento di fare politica. La mischia è oggi: non abbiamo possibilità, purtroppo, di ricostruire le nostre strategie dentro un cappa di vetro. Occorre per questo battagliare senza cedimenti sui contenuti e sui valori con le forze politiche che hanno vinto e che hanno il dovere di proporre una soluzione per il governo dell’Italia; e allo stesso tempo, avere coscienza che l’elettorato che si è spostato sui vincitori è in grande parte un nostro elettorato che progressivamente dobbiamo saper riconquistare e con il quale dobbiamo instaurare un dialogo. La lettura dei flussi, positivi per noi, sulla vittoria nel Lazio è in questo emblematica.
 
Non c’è da meravigliarsi che il risultato elettorale sia stato segnato da una esplosione di rabbia.

La crisi in questi anni ha colpito duro. Sono cresciute come non mai nella storia del dopoguerra le disuguaglianze. I dati di Banca Italia ci dicono che un italiano su quattro nel 2016 è a rischio indigenza. Da anni i redditi operai e del lavoro dipendente si sono ridotti nel potere di acquisto, mentre le ricchezze finanziare, immobiliari e i profitti sono enormemente aumentati. Al contrario di quello che è successo nei trent’anni gloriosi della democrazia europea, la forbice tra chi sta sotto e chi sta sopra è diventata larghissima e insopportabile. Il disagio riguarda le periferie materiali, ma anche quelle che qualcuno ha chiamato le periferie dell’anima. Perché, ormai, tranne la fascia più alta e privilegiata della popolazione, la percezione della solitudine e dell’abbandono si è diffusa in una vita moderna senza qualità e priva di reti umane e civili.
 
Questa condizione ha logorato la dimensione di “comunità” come condivisione di valori e pratiche positive e lasciato il campo alla ricerca di identità motivate dalla paura.
 
La questione che dobbiamo indagare con coraggio è: perché al contrario di quanto è avvenuto generalmente (tranne nella fase dei totalitarismi degli anni ’30), la rottura sociale non l’abbiamo saputa interpretare noi? Perché non siamo riusciti a tramutare la rabbia in speranza?
 
C’è certamente una specifica responsabilità nostra; della sinistra italiana.

Il Pd è stato un grande tentativo di innovazione. La sua ambizione iniziale fu quella di adeguare non solo i programmi, ma le forme politiche, i rapporti dei cittadini con le istituzioni e la democrazia. Oggi, possiamo dire che nel corso degli anni questa ambizione si è affievolita fino quasi a spegnersi. È prevalso l’assillo, pure comprensibile, per il governo. A tutti i livelli. Sono emerse le ambizioni di ceti politici, con ricche storie alle spalle, ma incapaci di combinarsi insieme e di fondare un inedito organismo politico unitario. Così si spiega il moltiplicarsi delle correnti, delle ambizioni per carriere personali, di un’ansia a ciclo continuo per conquistare postazioni di potere e istituzionali. Noi che avevamo sognato l’avvio di una fase della politica più fresca e umana, siamo ripiombati nei riti vecchi ed estenuanti del passato, anzi a volte peggiori perché giustificati esclusivamente da logiche personali e promossi da figure di scarso radicamento sociale.
 
La combinazione di un profilo esclusivamente di governo, inevitabilmente concentrato sulla responsabilità e sul rispetto delle compatibilità, e la degenerazione delle nostre pratiche concrete ci hanno allontanato sempre di più dal sentimento del popolo.
 
Da qui nasce la percezione diffusa di un nostro atteggiamento altezzoso, autoreferenziale, sordo, rispetto ai conflitti e ai movimenti sorti anche in contrasto ad alcune nostre scelte di governo. E nasce anche un racconto troppo ottimistico sui risultati che pure abbiamo ottenuto dirigendo il paese; ma che raramente, o almeno in modo non sufficiente, hanno cambiato con rapidità la vita vera delle persone.
 
Via via siamo apparsi un corpaccione privo di anima e sorretto solo dall’esercizio del potere.

Nonostante il decisionismo di Renzi, abbiamo affrontato la prova elettorale in modo confuso e diviso. Tra mille incertezze e senza forza d’animo. Forse per la prima volta nella storia della sinistra italiana del dopoguerra abbiamo chiesto il voto senza avere una proposta chiara di governo per il futuro dell’Italia. E ciò che colpisce nei giorni successivi al voto è la difficoltà di una reazione rispetto alla profondità della sconfitta subita. Come se l’assenza troppo prolungata di una battaglia culturale, di formazione delle coscienze, di costruzione di un senso comune di sfida quotidiana per l’egemonia ideale nei territori, ci avesse gettato in un deserto difficilmente attraversabile, una volta perduto lo scettro del comando.
 
La responsabilità di ciò che è accaduto è solo di Renzi?

Dire questo, sarebbe non vero, ingeneroso e, per tutti, auto assolutorio. La crisi ha radici lontane. Il discorso meriterebbe un’analisi impossibile da svolgere in queste poche pagine: essa, tuttavia, sta nella difficoltà che l’insieme delle forze democratiche e progressiste hanno avuto nel rigenerare la democrazia italiana dopo il crollo dei partiti di massa e la fine della prima Repubblica. Senza più le vecchie ideologie e i vecchi canali di comunicazione con i cittadini, e con la fine di vecchie certezze e consolidati miti, non siamo riusciti a rigenerare una lettura critica della società, più moderna ed efficace. Non abbiamo retto la potentissima offensiva materiale e di pensiero del neoliberismo, che in Italia ha avuto la variante insidiosa di Berlusconi.
 
Io non lo votai, ma è doveroso riconoscere che a un certo punto, Renzi ha riacceso una speranza, ha mosso le acque, ha messo in campo l’ambizione di un rinnovamento generale della Repubblica, ha riappassionato il popolo, sembrando poter unire radicalità di pensiero, innovazione e allargamento dei nostri confini mentali ed elettorali.
 
Con pacatezza dovremo ragionare del perché questa spinta si è esaurita in così breve tempo:

tra divisioni, recriminazioni, errori, fanatismi reciproci. Fatto sta che di fronte alle difficoltà (per certi aspetti inevitabili) nell’azione di governo e nel rapporto con diverse categorie di lavoratori, Renzi si è via via isolato, ha ristretto a pochi la plancia del comando, ha sottovalutato suggerimenti e critiche sincere, ha fatto delle sue scelte un credo astratto da perseguire ad ogni costo, si è allontanato, in nome del suo riformismo “radicale”, dalla vita del paese reale. Così ha perso l’empatia, la capacità di movimento politico, lo spazio di una riflessione e di un confronto negli organismi dirigenti capace di correggere il corso delle cose.
 
La sconfitta subita è certamente la combinazione di questi due elementi: una crisi che viene da lontano e un passaggio contingente nel quale il nostro leader da grande valore aggiunto si è trasformato in un bersaglio politico di una moltitudine di forze avverse. Ora, come ha detto nella sua buona relazione in direzione Martina, occorre ripartire con umiltà, collegialità e inclusione. Nella consapevolezza che lo stesso Renzi resta una energia fondamentale del Pd, anche nel futuro.
 
Non sono solo le responsabilità specifiche della sinistra italiana ad averci portato a questo punto così negativo.

C’è un quadro europeo ed internazionale che mostra come la maggior parte del movimento socialista democratico sia in grande difficoltà. Abbiamo subito colpi ovunque: in Spagna, in Francia, in Germania. I segni di una controtendenza ci sono stati solo nel Regno Unito, dove comunque non abbiamo conquistato il governo.
 
Le ragioni sono tante, ma una è quella decisiva: il fronte progressista non ha retto l’impatto con i grandi processi di globalizzazione. Nel corso del secolo la socialdemocrazia ha stabilito vantaggiosi compromessi nell’ambito degli stati nazionali. Il dopoguerra europeo racconta questa lotta democratica tra un capitalismo in ripresa vorticosa che si intreccia alla promozione materiale, sociale e culturale delle classi lavoratrici e del popolo, grazie a forti lotte di massa. Ogni paese ha trovato la sua strada, ma in ogni paese si è verificato questo progresso.
 
Oggi non è più così. Le politiche nazionali sono regolate in tanta parte dalle compatibilità imposte dal governo europeo. Mentre i capitali finanziari e la localizzazione delle imprese si muovono liberamente, sfuggendo a qualsiasi rete in grado di disciplinarle in direzione degli interessi dei cittadini e del bene comune.
 
È il dramma, di un’Europa a metà.

Senza Europa non c’è alcun futuro di fronte alla potenza della Cina, dell’India, degli Stati Uniti. Ma un’Europa a metà rischia di mostrare solo il torvo profilo dell’austerità e dei precetti vincolanti; senza promuovere quelle decisive politiche comuni e democratiche che ci permetterebbero insieme di navigare nel mondo globalizzato e di promuovere le scelte necessarie per una crescita di qualità.
 
Senza una progressiva ma sostanziale unità politica europea non potremo conquistare ciò che oggi appare urgente: una comune politica di difesa, una omogenea fiscalità, una leva finanziaria ed economica condivisa in grado di mettere in campo investimenti poderosi, un sostengo ai redditi, una difesa ed estensione dei servizi, la protezione dell’ambiente, un sostegno alla ricerca, alle università e alla cultura.
 
Finché avremo le nostre mani legate come europei, subiremo i colpi di un mondo che si muove rapidamente senza poter rispondere.

L’Europa, dunque, è il fronte principale su cui combattere. Siamo sul crinale: o lo scettro della sovranità democratica si sposta lì, in un rapporto assolutamente nuovo, di quelle istituzioni, con i cittadini del continente che potranno riconoscerne la legittimità solo quando saranno in grado controllarle in modo trasparente, di percepirle vicine e rappresentative e fondate sul consenso e sulla partecipazione; oppure, essendo la dimensione degli stati nazionali ormai fuori scala, prevarrà la spinta localistica, xenofoba, parziale ed egoistica. In mezzo al guado non c’è permesso di stare: altro che sovranismo! Il voto spezzato del 4 marzo ci consegna pericolosamente un’Italia divisa e impotente.
 
Se dovessi dire, dunque, non i programmi, ma i punti di riferimento sui quali muoversi,

per aprire una fase nuova e partecipata di rigenerazione profonda del campo di forze politiche, sociali, culturali associative del centrosinistra, in modo sintetico gli indicherei così:
 

    Reimmergere il partito nella vita reale. Non serve un generico appello a stare tra la gente. Cosi come siamo servirebbe a poco. Serve il preciso obiettivo politico di una forma partito nuova, in grado di superare apparati burocratici, pratiche autoreferenziali e correntismo di potere. Che pensi a una vita associativa diversa, stimolante, aperta, che offra opportunità e inclusione anche a chi vuole sentirsi parte del Pd e non affiliato al “capo” di turno. Noi non possiamo vivere i momenti collettivi dell’identità solo nei momenti divisivi delle primarie. E poi, un partito in grado di costruire i luoghi di una partecipazione che decide, anche attraverso permanenti forme di democrazia diretta; con le quali realizzare una doppia “civilizzazione”: quella dei cittadini regrediti dalla loro sofferenza senza voce e dal messaggio apodittico e demagogico dei populisti e quella dell’insieme delle nostre classi dirigenti così disabituate al confronto diretto con la vita reale e alla ricerca intellettuale, programmatica e ideale.
    Il lavoro di questo nuovo partito deve recuperare un punto di vista critico. Noi esistiamo per cambiare le cose nel senso di una maggiore giustizia e di una liberazione delle energie migliori della società; l’apertura massima ad un confronto continuo e di massa sulle scelte programmatiche, tattiche o di governo che via via dobbiamo compiere, deve, dunque, intrecciarsi con la riaffermazione di un nostro sistema di valori. Rinnovato alla luce dell’oggi, ma ben radicato nella nostra missione storica. La destra di oggi fonda la sua forza nell’inventare il capro espiatorio dei problemi. I 5 Stelle sono bravi a rappresentarli: due opzioni velleitarie. Noi dobbiamo essere i più credibili nel risolverli.

 

 Al centro di tutto si deve collocare la questione europea.
 Occorre rifondare un campo perché la crisi riguarda tutti. Non confondere il giusto orgoglio di partito con l’errore dell’arroganza e la presunzione. Non tutto ciò che non è Pd è nostro avversario. Nei territori e nella società, questo è sempre più evidente, vivono le forme più diverse di aggregazione sociale, politica, liste civiche e associazioni, Sindaci indipendenti che rappresentano una immensa ricchezza della democrazia e possono rappresentare un valore aggiunto importante se coinvolte, nel modo giusto, più direttamente in un campo politico. Bisogna avere l’umiltà di provarci. Permettetemi di citare il risultato della mia Regione: ad alleanza più larga, corrisponde anche un Pd più forte. Con troppa facilità abbiamo rimosso che nei Comuni e nelle Regioni vigono sistemi elettorali maggioritari ad elezione diretta. Un Pd isolato ci condanna (come purtroppo sta avvenendo) solo alle sconfitte.
 Aiutare la crescita di una generazione più colta, consapevole, libera, non solo dentro il partito, è una scelta prioritaria sull’idea di Paese. La drammatica questione del rischio di marginalità giovanile si intreccia sempre di più ad una crisi di senso, esistenziale ed umana che porta molte ragazze e ragazzi ad allontanarsi non solo dalla politica, ma da ogni esperienza di relazione autentica e formativa con gli altri. E invece c’è una diversa e nuova questione giovanile che nessuno sembra vedere. Non si tratta solo di assolvere a un dovere nei loro confronti. Per risollevare le sorti dell’Italia noi abbiamo bisogno dei giovani. Di imparare da loro. Di mettere al centro di un nuovo modello di sviluppo la loro creatività, forza intelligenza e fantasia. Per risollevare il Paese serve un netto nuovo investimento sul capitale umano, a cominciare dai giovani, o l’Italia non ce la farà mai. Un investimento generale non solo sulle élites ma sul “popolo” dei giovani: perché serve in ugual misura lo scienziato che dovrà inventare e il nuovo meccanico che dovrà riparare.

 
Occorre dunque coraggio e capacità di rigenerare un intero campo della democrazia. C’è tanto cammino da fare; mi sento impegnato, nelle forme che la politica deciderà, a dare una mano: perché il momento non permette a nessuno di ritrarsi in posizioni protette e rassicuranti.
 
Nicola Zingaretti