Rosato: “Eravamo il male e ora ci corteggiano? Tra Di Maio e Salvini c’è già un’intesa solida”

Intervista a Ettore Rosato di Maria Teresa Meli – Corriere della Sera



Ettore Rosato, sarà lei il candidato dei renziani alla segreteria all’assemblea del 21 aprile?
«Decideremo in maniera collegiale sia modalità che candidati. Il nostro interesse è trovare una soluzione che tenga unito il più possibile il partito e ci consenta di ripartire dopo la batosta elettorale».

Ma sarà il congresso o l’assemblea a eleggere il segretario?
«Abbiamo ancora due settimane davanti: ci ascolteremo tutti e troveremo la soluzione migliore».

Renzi si è dimesso ma c’è chi lo critica perché vuole continuare a dare le carte.
«Si è dimesso da segretario, non da politico, dà il suo contributo alle decisioni che prendiamo collegialmente. Io penso che questo tentativo che qualcuno mette in campo di individuare sempre in lui il problema del Pd sia un modo per non affrontare i problemi, oltre che per scaricare tutte le responsabilità sulla sua sola persona».

Non siete stati un po’ frettolosi a dire di no a Di Maio?
«Intanto io credo che questo sia un finto dibattito. Non so quanti veramente nel Pd pensino che sia possibile passare sotto i banchi del governo e dire sì alla fiducia a un esecutivo Di Maio. Credo pochissimi, forse nessuno. Dopodiché con i 5 Stelle e con la Lega siamo agli antipodi su tutto e la loro campagna elettorale è stata orientata a dire e promettere cose alternative a quelle fatte dai governi del Pd».

Ma se Di Maio facesse un passo indietro?
«Non capisco perché dobbiamo metterci a discutere di cose che non sono in campo. Penso che noi dobbiamo avere la schiena dritta e rivendicare le nostre ragioni, le nostre posizioni politiche e, visto che siamo convinti che i nostri governi abbiano fatto bene al Paese, dobbiamo rivendicare le cose fatte, ammettendo gli errori e indicando le possibili correzioni, senza voler fare a tutti i costi un governo con chiunque».

Come si spiega questa pressione, anche mediatica, nei vostri confronti ?
«Perché è più semplice: essendo noi l’ultimo partito che ha ancora una dialettica interna si cerca di alimentarla. E poi perché sono in tanti quelli che stanno al gioco di Di Maio che ci vuole usare come arma di pressione su Salvini. Molti commentatori filo grillini che ci descrivevano come il male dell’Italia ora ci fanno la corte. Non fanno altro che continuare il loro lavoro di filo-grillini».

E se ora fosse il centrodestra a cercarvi?
«Non credo. E poi ho una convinzione, cioè che Lega e 5 Stelle abbiano già fatto l’accordo. Resta da sciogliere il nodo importante di cosa fare di FI, ma l’intesa tra Salvini e Di Maio per me è solida. Peraltro è stata già cementata durante l’elezione degli uffici di presidenza di Camera e Senato che mai come questa volta ha visto in azione spartitoria della maggioranza ai danni della rappresentanza delle opposizioni».

Nella direzione avevate promesso di dare il vostro appoggio a Mattarella. Però poi vi siete arroccati all’opposizione…
«Ricordo i tempi della quasi occupazione delle Aule da parte dei grillini mentre noi eleggevamo Grasso e Boldrini e al confronto con il nostro stile e i nostri applausi a Fico e Casellati. C’è opposizione e opposizione. Ma comunque l’opposizione non è un oggetto d’arredamento: è un pezzo decisivo dell’assetto democratico dello Stato. La faremo con saggezza e in maniera propositiva».

Come rispondete alle critiche di chi a sinistra dice che arroccandovi consegnate il Paese alle destre?
«Noi ci siamo candidati per governare dopodiché l’esito elettorale ci ha collocati in minoranza e comunque il governo non si fa a prescindere, si fa su dei contenuti e delle proposte. E su questo terreno la sintonia tra 5 Stelle e Lega mi sembra palese».

Richetti: «Ora le primarie per il leader»

Il Pd può ritrovare il suo popolo solo ripartendo dall’opposizione, con una «traversata nel deserto» e un segretario incoronato dalle primarie. Intervista di M. Guerzoni – la Repubblica

«Il Pd rischia l’estinzione» e può ritrovare il suo popolo solo ripartendo dall’opposizione, con una «traversata nel deserto» e un segretario incoronato dalle primarie. E’ la ricetta del senatore Matteo Richetti, pronto a correre per il Nazareno.

 
Il Pd è fuori dai giochi, o un dialogo con i 5 Stelle sul governo può riaprirsi?

«Sia il M5S che la Lega usano il Pd, per mandarsi i messaggi. Io non mi riconosco nelle letture bizzarre di chi, nel mio partito, dice che gli elettori ci hanno mandato all`opposizione. Noi dobbiamo fare opposizione perché il nostro progetto di Paese è alternativo e incompatibile rispetto a quello di Grillo e Salvini. Come si fa a pensare che il Pd possa condividere un solo giorno di governo con chi vuole l’abolizione della Fornero, il reddito di cittadinanza, o il superamento dell’obbligo delle vaccinazioni?».

 
Il fronte dialogante del Pd si è arreso?

«Con tutto il rispetto trovo aberrante pensare che, se il M5S non trova i voti della Lega, noi dobbiamo metterci i nostri. La sola idea che una forza politica possa indifferentemente allearsi con noi o con Salvini è la fine della politica come progetto».

 
L’ostacolo è Renzi?

«No, il M5S che la pone nei termini “liberatevi di Renzi e siete potabili” deve capire che c’è una soglia di dignità e decenza sotto la quale non si va. Renzi si è dimesso davvero. L’elezione dei capigruppo dimostra che il Pd oggi decide in maniera molto libera».

 
Per placare la rissa sui capigruppo, Martina ha dovuto minacciare le dimissioni.

«Io non ho visto Renzi imporre nomi e non lo vedo imporre la linea politica. Nessuno ancora si è alzato per dire facciamo un governo con Di Maio. Io penso ci sia uno spazio vero per una intesa tra lui e Salvini. Ci dicono, perché non salite anche voi su quell’autobus? Perché va in una direzione pericolosa per l’Italia».

 
E un governo di scopo?

«Con tutta l’ammirazione e il rispetto per il capo dello Stato, non credo che gli atteggiamenti di responsabilità del Pd si possano tradurre nella partecipazione a un governo. Che lo chiamiamo di scopo, a tempo o di larghe intese, sarebbe sempre politico e ci porrebbe un drammatico problema di coerenza».

 
Renzi ha segnato un punto sul fronte dialogante di Franceschini e Orlando?

«Nessuno si è spinto a ipotizzare la partecipazione del Pd al governo. Sarebbe residuale sul piano dei numeri e non farebbe fare al Pd la cosa più utile. La traversata nel deserto, una vera e propria ricostruzione del partito».

 
Orfini è contrario a cambiare lo Statuto, e lei?

«Penso che il premier del Pd non debba mai più fare anche il segretario».

 
E le primarie?

«Trovo surreale che un pezzo forse maggioritario del Pd dica che le primarie non servono più. E lo strumento con cui abbiamo eletto Prodi, Veltroni, Bersani, Renzi e dato un profilo al partito. Far concludere il mandato della segreteria Renzi con una assemblea senza primarie sarebbe un errore clamoroso. Se vuoi ricostruire dopo il risultato peggiore dal dopoguerra, devi rivolgerti al tuo popolo».

 
Lei si candida?

«Sabato 7 aprile sarò a Roma con un grande appuntamento all’Acquario Romano, per dare voce a chi voce non ha. Il rischio estinzione del Pd esiste, perché altre forze oggi stanno assumendo le istanze della sinistra. Non possiamo stare fermi, dobbiamo rimetterci in cammino subito».

 
Il reggente Martina ha deluso i renziani?

«Sta facendo un lavoro generoso per portare il Pd all’assemblea, che dovrà  individuare un segretario con un mandato definito nel tempo per svolgere il congresso».

 
E Delrio capogruppo?

«È un punto di forza. Una parte del Pd lo vedrebbe candidato alla segreteria, il che dimostra che si sta puntando su profili fortemente unitivi».

Martina: Chi ha vinto sia responsabile. Non ci sono ipotesi di governo che ci riguardino

“L’esito elettorale per noi negativo non ci consente di formulare ipotesi di governo che ci riguardino”. Chi ha vinto le elezioni, quindi, “si faccia carico della responsabilità” di governare. Noi avvertiamo come certi atteggiamenti siano più figli di un secondo tempo della campagna elettorale che di una responsabilità nuova”.
 
Chi ha vinto le elezioni si faccia carico della responsabilità di governare

“Il tempo della campagna elettorale è finito e queste forze farebbero bene a tornare con i piedi per terra anche rispetto a soluzioni” di governo. È quanto ha detto Maurizio Martina, segretario reggente del Pd al termine delle consultazioni al Colle.
 
“Abbiamo segnalato – ha detto ancora- come l’avvio della legislatura ha fatto emergere una potenziale maggioranza che si è espressa in ambito istituzionale dall’elezione dei presidenti di Camera e Senato fino alla definizione delle commissioni, sono scelte che non hanno previsto un nostro coinvolgimento e di certo non fatte casualmente, sono scelte di natura politica e per noi si tratta di capire se queste scelte compiute da queste forze coerentemente siano in grado di avanzare un’ipotesi di governo“.
 
Pd protagonista per rafforzare il lavoro fatto

 
“Noi siamo in campo da protagonisti -ha poi aggiunto- per rafforzare in coerenza con il lavoro fatto dal governo tutti gli interventi di sostegno sociale. Sui quattro snodi di interesse generale il Pd eserciterà fino in fondo la sua funzione nel suo ruolo di opposizione. E cioè su taglio del costo del lavoro e reddito di inclusione; controllo della finanza pubblica; gestione del fenomeno migratorio; rafforzamento del quadro internazionale.
 
“La prima questione – ha proseguito Martina – è quella sociale con la lotta alle disuguaglianze. Penso poi al taglio del costo del lavoro, la riduzione del cuneo fiscale e più in generale il percorso di stabilizzazione dei lavoratori”.
 
Lotta alle diseguaglianze

 
“Siamo pronti – sottolinea ancora – a proporre il reddito di inclusione che consente a tanti di avere un primo sostegno di contrasto alla povertà, è meglio fare questo piuttosto che vagheggiare soluzioni irrealistiche. Presenteremo una proposta per l’assegno universale per i figli che integra il lavoro fatto con il reddito di inclusione”.
 
Si devono confermare le alleanze internazionali

 
Il reggente del Pd sottolinea poi che un altro intervento va fatto per il “controllo della finanza pubblica. Lo Stato – dice – deve essere amministrato come si amministrano le famiglie. Dobbiamo poi continuare a lavorare sul tema della gestione del fenomeno migratorio, servono interventi precisi e non soluzioni propagandistiche. Infine noi dobbiamo confermare il quadro di alleanze internazionali e rafforzare il quadro europeista“.
 
“Vogliamo ringraziare il presidente Mattarella per l’ascolto di questa mattina -ha concluso- noi continueremo a fare il nostro lavoro”.

Guerini: Martina ha lavorato per costruire una convergenza ampia

Intervista a Lorenzo Guerini di Tommaso Ciriaco – La Repubblica


Lorenzo Guerini, come ci si sente ad essere vittima del durissimo scontro interno nel Pd?
«Io non mi sento vittima. Semmai, sono uno che ha dato una mano a far fare un passo avanti al Partito democratico. Il momento era complesso, non lo nego. Pericoloso. E rischiava di essere motivo di rottura del partito. Ho ritenuto che fosse giusto far prevalere l’unità del partito rispetto al mio percorso».

 
Il braccio di ferro sui capigruppo alla fine ha favorito Graziano Delrio, che lei frequenta tantissimo. Bell’amico, potrebbe dire qualcuno.
«Io e Graziano ci conosciamo da tempo, siamo amici e abbiamo la stessa linea politica. Nulla cambia sulla linea, dunque, rispetto all’ipotesi di una mia elezione alla guida del gruppo».


La verità è che tutto accade perché Renzi si impunta e decide di non mollare Andrea Marcucci a Palazzo Madama. È andata così?
«Non c’è stata un’impuntatura di Renzi al Senato. E infatti sono stati presi in esame anche altri nomi. Credo che chi si opponeva all’elezione di Marcucci abbia sbagliato ad esasperare i toni. E conoscendo la storia e le capacità di Andrea, credo sia stato giusto salvaguardare la sua posizione».

Resta il fatto che gli avversari di Renzi volevano la testa di Marcucci e hanno ottenuto la sua. Che tra l’altro non avevano chiesto, giusto?
«No, assolutamente. Anzi, anche oggi ho ricevuto parole di stima da parte di tutti, dalla maggioranza come dalla minoranza del partito. C’era un passaggio politico da affrontare, l’abbiamo affrontato così: non drammatizzerei, davvero».

 
Due renziani comunque alla guida dei gruppi. E normale, dopo il drammatico 18,7% del 5 marzo?
«Dal punto di vista politico abbiamo lavorato per avere due capigruppo espressione della mozione che ha vinto il congresso. L’abbiamo fatto costruendo l’unanimità di consensi, quindi è andata bene».

Il reggente Martina è uscito indebolito, a suo avviso?
«No, con Maurizio abbiamo lavorato per costruire una convergenza ampia. La sua proposta iniziale comprendeva il mio nome. Ho scelto io il passo indietro per sbloccare una situazione pericolosa».

Beh, comunque anche oggi è emerso un Pd diviso. Quasi due partiti in uno, no?
«No. L’applauso che ha sancito l’elezione dimostra che non è così. Noi siamo un partito dove non c’è un capo che impone i due capigruppó, ma dove una normale dialettica trova poi un punto di incontro».

 
Sempre diplomatico. Ma oggi non è più duro del solito esserlo, Guerini?
«(ride) Ma no, davvero. Non sono una vittima collaterale, semmai un protagonista per un passo avanti del Pd».

Delrio: «Tra Pd e Cinque Stelle la distanza è sostanziale»

Intervista al capogruppo dei deputati Pd: «Per ora 5stelle e destra sono stati molto abili a spartirsi le poltrone. Se per trovare convergenze propongono la flat tax per far pagare meno tasse ai ricchi togliendo risorse a scuole e sanità pubblica, l’argomento è chiuso», di Monica Guerzoni, Corriere della Sera

Graziano Delrio è pronto al dialogo con i due vincitori, ma sulle riforme e non sulle poltrone. Al Quirinale il capogruppo alla Camera porterà la determinazione del Pd a tenere conto del voto degli italiani: «Non siamo minoranza per scelta o per capriccio, non si può fare finta che il risultato delle elezioni sia stato un incidente».

Di Maio vi rimprovera di sottrarvi alle convergenze. Siete pronti a parlare di governo con il M5S?
«Se per trovare convergenze propongono la flat tax per far pagare meno tasse ai ricchi togliendo risorse a scuole e sanità pubblica, l’argomento è chiuso. E se vogliono cancellare la legge Fornero io dico che è pericoloso, perché minando il sistema rischiamo di non pagare più le pensioni».

Lascerete che nasca un governo Di Maio-Salvini?
«La nostra linea è chiara, vogliamo rispettare il risultato del 4 marzo e su questo siamo d’accordo con Salvini e Di Maio. La democrazia si rafforza quando si rispetta il voto, non tenerne conto invece può essere pericoloso. Non tifiamo per nessun governo con programmi che danneggiano l’Italia».

Continuerete a disertare i tavoli di confronto?
«Ci possiamo sedere sempre, ma mi sembra impossibile che le differenze siano scomparse a venti giorni dal voto. Se siamo seri dobbiamo dire che le distanze programmatiche, tra noi e la Lega e tra noi e i 5stelle, su molti temi sono sostanziali. Non è questione di renziani o non renziani, ma di contenuti».

I vincitori volano nei sondaggi, voi siete fermi. Eppure lei come Renzi pensa che l’opposizione gioverà al Pd?
«Fa bene al Paese una minoranza ricca di proposte per il benessere di famiglie e imprese. Accusarci di immobilismo prima ancora che parta la legislatura è ingeneroso. Dobbiamo fare un’analisi profonda della sconfitta e mettere in campo la nostra agenda programmatica, non possiamo solo contrastare quella altrui. Sulle cose che interessano gli italiani non staremo a guardare, saremo protagonisti».

Intanto M5S e Lega si prendono tutte le cariche. Non hanno ragione Franceschini, Emiliano, Orlando e gli altri che spingono per il confronto?
«La nostra serietà non sia presa per debolezza. Noi abbiamo rifiutato confronti per rispetto alle consultazioni e al ruolo del presidente della Repubblica. Per ora 5stelle e destra sono stati molto abili a spartirsi le poltrone, più che a garantire le regole e il buon inizio della legislatura».

Un pontiere come lei non ha la tentazione di allearsi con il M5S contro la destra?
«Dialogo sempre con tutti quelli che si impegnano a risolvere i problemi, come ridurre le diseguaglianze e aumentare la giustizia sociale. Non abbiamo preclusione al confronto sui temi che aiutano la vita delle persone, ma le loro ricette sono sbagliate».

E se Mattarella vi proponesse un governo di scopo?
«Il presidente troverà nel Pd ascolto, attenzione e la massima collaborazione, come ha deciso all’unanimità la direzione del Pd. Ma io non so cosa voglia dire governo di scopo».

Un governo che fa la legge elettorale, ad esempio.
«Sì, ma quale legge? La politica italiana è ammalata di formule e liturgie, io vorrei che parlassimo di contenuti».

II Pd rischia l’estinzione?
«No, se ripartiamo dai principi e dai valori e ricostruiamo una identità più forte in una società che è cambiata. In questa traversata, che non sarà nel deserto perché abbiamo con noi sei milioni di elettori, dobbiamo giocare un ruolo. Ritroviamo uno slancio partendo dalla sofferenza delle persone e poi vediamo cosa succede».

Renzi esercita un potere di interdizione sul Pd?
«No. Marcucci e io non abbiamo un capo o una società esterna che ci dà ordini. A differenza del M5S il nostro regolamento è aperto alla pluralità, non c’è uno che decide per tutti. Io mi confronto con Matteo sui contenuti e lui, avendo fatto il passo indietro, vuole che il Pd faccia il suo percorso con serenità. Ma è un senatore e non gli si può chiedere di non essere un dirigente del Pd».

Perché allora, sull’elezione dei capigruppo, Martina ha minacciato le dimissioni?
«C’è stato un confronto in un gruppo dirigente allargato e poi il reggente ha fatto la sintesi».

La leadership di Maurizio Martina è stata intaccata?
«Ho governato il Paese per cinque anni e non credo che la leadership si eserciti sulle nomine. Il congresso ha disegnato un’area di maggioranza che va da Martina a Orfini e dialoga con la minoranza. L’unità nella diversità è un valore».

Il Pd sembra già in pieno congresso. Lei si candida?
«Il Pd ha intelligenze migliori e io, anche per ragioni familiari, non sono disponibile».

Gentiloni può essere il traghettatore?
«Non lo so. Non ci serve un capo, ma un orizzonte. Con metafora pasquale direi che dobbiamo lavare i piedi, servire i tanti smarriti in questa società. Io come Grillo sono gaberiano, sono contro le ideologie, ma non si può dire che destra e sinistra non esistano più. C’è una destra nazionalista, cattiva, che divide la società e mette in pericolo la pace. Su questioni sostanziali come la democrazia i 5stelle hanno una visione molto diversa dal Pd, che deve far circolare idee di sinistra».

Non è il caso che si dimetta da ministro?
«Sto chiudendo gli ultimi atti per i territori. Sono pronto».

Minniti: “Italia, la jihad mai così pericolosa”

Intervista a Marco Minniti di Francesco Bei – La Stampa


Il quadro che è venuto fuori dall’inchiesta sull’imam di Foggia «non ha eguali in Occidente». Gli investigatori italiani sono riusciti a penetrare un «cuore di tenebra» del terrorismo islamico, che aveva trasformato un centro culturale in una madrasa di Raqqa. Di questo parla il ministro Marco Minniti e di quello che lascerà in eredità al suo successore: dal patto per l’Islam, all’antiterrorismo fino al «modello» di gestione dei flussi migratori dal Nord Africa. Ne parla mentre sullo schermo del computer scorrono le agenzie che raccontano della scelta dei nuovi capigruppo del Pd. L’occhio ci cade, ma la bocca resta sigillata.
 
Sembrava che l’allarme terrorismo stesse scemando, ce ne eravamo quasi dimenticati. E invece in pochi giorni prima l’attentato a Carcassonne, poi la caccia all’uomo a Roma, infine scopriamo che a Foggia un imam insegnava in italiano ai bambini come «sgozzare» gli infedeli. Non è finita dunque?

«Nessuno ha mai detto che fosse finita. Il quadro della minaccia di Isis rimane radicalmente immutato. Anzi, la caduta di Raqqa e Mosul, se da una parte fa venir meno l’elemento “territoriale” del Califfato, dall’altro aumenta la pericolosità dell’altra componente, quella terroristica».
 
Possibile?
 
«Sì, perché lo Stato islamico è stato capace di arruolare 25-30 mila foreign fighters da circa 100 Paesi diversi. La più importante legione straniera che la storia moderna ricordi. Molti sono morti, ma i sopravvissuti stanno cercando rifugio altrove. Anche qui in Europa».
 
Teme che ci siano altre «Al Dawa» in Italia come quella di Foggia?
 
«La cosa importante oggi è soffermarci su questa indagine esemplare, che ha dimostrato con prove solari uno scenario assolutamente agghiacciante. Una cosa che non ha eguali in Occidente. L’unica cosa che si può associare alla “scuola” di Foggia sono le immagini che provenivano dal profondo dell’Iraq e della Siria, quelle di bambini addestrati a usare la pistola o utilizzati per esecuzioni capitali».
 
«Occorre rompere i crani dei miscredenti e bere il loro sangue», diceva l’Imam. Come recuperare dei bambini e anche forse dei genitori a cui è stato fatto questo lavaggio del cervello?
 
«Certamente gli educatori e gli psicologi dovranno lavorare molto. Ma l’importante è che, grazie a un’indagine svolta da personale super-specializzato, siamo stati capaci di penetrare un “cuore di tenebra”. Lì veniva utilizzato il vocabolario tipico dell’Isis e di Al Adnani, il ministro della propaganda del Califfato. L’elemento di novità assoluta è che tutto questo avviene qui, non a Dacca o nei territori dell’Isis. Nel cuore dell’Europa».
 
Il patto che lei ha siglato con l’Islam non ha funzionato?
 
«Al contrario, questa inchiesta rende evidente quanto ci fosse bisogno di quel patto e richiama lo stesso Islam italiano a una responsabilità ancora più forte. Il primo punto del patto era fare delle moschee dei luoghi pubblici, dove ci fosse una conoscenza pubblica degli imam. E i sermoni in italiano».
 
Ma questo imam di Foggia parlava in italiano. Questo non gli impediva di predicare odio.
 
«L’italiano non protegge dal reato, rende però tutti quelli che ascoltano immediatamente consapevoli. Non hai bisogno di aspettare la traduzione di un’intercettazione ambientale per sapere se si sta commettendo un reato».
 
Oltre al patto per l’Islam, qual è lo strumento più importante di prevenzione del terrorismo religioso che lei lascia a chi verrà?
 
«Il rimpatrio per ragioni di sicurezza nazionale. Lo scorso anno abbiamo fatto 132 rimpatri, quest’anno già 29. Riportare questi soggetti nei Paesi di origine consente di intervenire all’inizio di una radicalizzazione prima che diventi un progetto terroristico. Questo ci pone all’avanguardia rispetto ad altre situazioni europee che purtroppo abbiamo sotto gli occhi in questi giorni».
 
Con il cambio di governo cosa si dovrebbe fare per non disperdere queste capacità? Ha dei consigli per il suo successore?
 
«L’Italia è l’unico Paese ad aver sconfitto prima un terrorismo politico, poi un terrorismo mafioso, senza mai ricorrere a uno stato d’eccezione. Questo è uno straordinario patrimonio del sistema Paese. Quell’idea, quel modo di mettere in campo le forze, è oggi importantissimo sia per la magistratura che per le forze di polizia. È questo che ha fatto la differenza, non Minniti».
 
La politica non c’entra nulla?
 
«C’entra molto. L’altro elemento di forza nella lotta al terrorismo è stata l’unità delle forze politiche. Pensiamo a forze contrapposte e diversissime come il Pci e la Dc. Possono cambiare i governi, come è giusto che sia, ma l’Italia non dovrà mai disperdere questo patrimonio della democrazia».
 
Le viene riconosciuto anche dagli avversari di aver fatto calare gli sbarchi di clandestini. Dal primo gennaio di quest’anno siamo a -72 per cento. Ma, dicono, adesso ricomincia la bella stagione e il mare ridiventa calmo.
 
«Non c’entra niente il mare calmo, è infantile dirlo. Siamo al nono mese consecutivo di riduzione degli sbarchi, che c’entra il meteo? È il frutto di un lavoro che non può essere banalizzato».
 
La criticano anche per questo, per come operano i libici.
 
«Due settimane fa la procura generale di Tripoli, in cooperazione con la Direzione antimafia e antiterrorismo italiana, ha emesso 200 mandati di cattura per trafficanti di essere umani. L’anno scorso nessuno ci avrebbe creduto. Qualcuno in Italia l’ha raccontato?».
 
Si parla invece, e molto, della condizione dei migranti in Libia. L’Italia cosa sta facendo?

«Con Oim e Unhcr si è potuto stabilire, in Libia, chi ha diritto alla protezione internazionale. E questi rifugiati sono arrivati in Italia attraverso corridoi umanitari gestiti dal governo italiano. Chi scappa dalla guerra non lo devono portare qui gli scafisti, ce ne occupiamo noi. L’Oim ha fatto più di 22.500 rimpatri volontari assistiti dalla Libia ai Paesi d’origine. L’Italia è stato il primo Paese ad aver organizzato un corridoio umanitario da Tripoli direttamente in Europa. Controllo dei confini, aiuti umanitari, intervento per gestire i rimpatri volontari, aiuto a chi ha diritto alla protezione internazionale. Può diventare un modello, che tiene insieme umanità e sicurezza Forse l’unico possibile».