Intervista all’ex Ministro dei Trasporti di Roberto Giovannini – La Stampa

"Alitalia nazionale al 51%? Mi pare non sia una novità: era così anche con Etihad, e sono le regole europee che lo impongono. Direi che il governo giallo-verde sta continuando le trattative che già avevamo avviato noi".

Graziano Delrio, presidente dei deputati Pd ed ex ministro di Infrastrutture e Trasporti, il vicepremier Di Maio annuncia di star discutendo con tante aziende del  settore. Non è forse una novità?

«Ho l’impressione che stiano prendendo tempo. Discutiamo seriamente quali siano i partner giusti per Alitalia».

Le offerte ricevute erano di Lufthansa, Easyjet e WizzAir.

«Sono quelle che erano state consegnate ai commissari Alitalia. Il guaio è che a un certo punto il prestito ponte che ha tenuto in vita l’azienda si interromperà. Non c’è tanto tempo a disposizione».

Lei come giudica queste proposte?

«Quella di Lufthansa la giudicammo insufficiente, comportava troppi sacrifici per i lavoratori. Direi che nel complesso nessuna delle tre offerte aveva le caratteristiche per permettere un rilancio vero, un serio piano di investimenti e un mantenimento dell’occupazione. Bisogna migliorarle, o trovare nuovi interlocutori. Alitalia non va venduta a tutti i costi, c’è un mercato che cresce. Ho il timore che il governo, come su Ilva, stia solo rinviando».

E se invece ci fosse un interlocutore, che farà il Pd?

«Noi stiamo dalla parte dei lavoratori e delle aziende italiane. Politica non è polemica, e se ci sono soluzioni buone lavoreremo per favorirle. Speriamo però che il governo smetta di fare annunci».

Cambiamo tema: la fusione tra Fs e Anas. I sottosegretari Rixi e Siri hanno detto che l’operazione – che tra l’altro farebbe uscire Anas dal perimetro pubblico – potrebbe essere stoppata. Che pensa?

«Aspettiamo di sentire cosa dice il ministro Toninelli. Ma non capisco quale sia il vantaggio di smontare un’operazione che aiuta gli investimenti italiani: portare Anas in Ferrovie è un progetto industriale con un fatturato di 11 miliardi di euro, più di 100 miliardi di investimenti già programmati per i prossimi 10 anni. Un progetto fondamentale per il Paese, specie per il Sud».

L’obiezione principale è che sono due aziende che hanno missioni molto differenti.

«Non è vero: quando si costruisce una ferrovia o una strada si hanno gli ingegneri che costruiscono i ponti e le interferenze tra le opere. Quindi c’è una grande potenzialità di sinergie e risparmi per centinaia di milioni. E per Anas è l’opportunità per entrare in una grande azienda come Fs, che ha migliaia di ingegneri e 81.000 dipendenti, per essere meno ingessata. Si sta creando una grande industria italiana delle infrastrutture e dell’intermodalità ferro-gomma, un salto in avanti sul fronte della logistica. Tra l’altro, mi chiedo, come vorrebbero tornare indietro? La fusione è già completata. E perché tornare indietro di venti anni? Sono allibito, non riesco a capire la logica. Non è un caso che i sindacati la pensino come noi, e siano contrari».

Presentato il rapporto della Flai Cgil: 30 mila aziende agricole si avvalgono ancora del ‘caporalato’. Il segretario del Pd chiede un impegno straordinario per potenziare e mettere a frutto i risultati della legge 199 approvata dal governo Renzi

“Serve impegno straordinario contro il business criminale dei caporali. I dati del rapporto Flai Cgil lo confermano. Su dignità e legalità non si tratta. La legge contro il caporalato ha aperto una stagione di difesa più forte dei lavoratori. Non si tocca!”: così il segretario del Partito Democratico Maurizio Martina ha commentato i dati del rapporto “Agromafie e Caporalato“, a cura dell’Osservatorio Placido Rizzotto della Flai Cgil, illustrato oggi a Roma.

Il rapporto fa il punto sull’economia illegale nel settore alimentare e i dati sono ancora sconfortanti, nonostante la buona legge 199 del 2016 su cui proprio Martina lavorò come ministro dell’Agricoltura: un’azienda agricola su quattro in Italia ricorre all’intermediazione del ‘caporale’ per reclutare la forza lavoro, in tutto sono 30 mila sul territorio nazionale.

Come hanno scritto qualche giorno fa sul Fatto Quotidiano le avvocatesse Monica Rota ed Eleonora Morosini, “gli effetti positivi prodotti da tale legge risultano evidenti dal rapporto annuale dell’attività di vigilanza in materia di lavoro e legislazione sociale dell’Ispettorato nazionale del lavoro del febbraio 2018: sono stati infatti individuati 5mila 222 lavoratori irregolari durante le ispezioni effettuate nel 2017 e 387 vittime di sfruttamento in agricoltura per mezzo dell’attività di polizia giudiziaria; sono, inoltre, stati emessi 360 provvedimenti di sospensione di attività imprenditoriali, di cui 312 successivamente revocati a seguito di regolarizzazione. La normativa si è dunque rivelata efficace sul piano repressivo e ha favorito percorsi di regolarizzazione; si auspica da più parti un potenziamento degli strumenti di prevenzione in grado di eliminare alla radice un fenomeno criminale che, oltre a violare la dignità e i diritti dei lavoratori, altera il mercato nazionale, affossando le imprese virtuose”.

 

L’intervista al segretario del Pd di Tommaso Ciriaco – la Repubblica

«Dobbiamo rilanciare la sinistra europea. Partendo dalla frontiera più avanzata, quella del Mediterraneo. Per dare una risposta ai nazionalisti, ai Salvini, gli Orban e ai sovranisti dell’Est Europa».

Il segretario del Pd Maurizio Martina è appena atterrato in Italia, reduce dalla missione a Madrid. È stato ricevuto dal premier socialista Pedro Sànchez. Hanno discusso dell’unità dei socialisti europei, che il leader dem immagina come un’internazionale antisovranista.

«In vista delle Europee del 2019 abbiamo deciso di iniziare un percorso che coinvolga i socialisti spagnoli, l’esperienza greca di Tsipras, il Pd, il premier Costa in Portogallo. E ancora, i socialdemocratici svedesi e tedeschi. E poi, se non prima delle elezioni, certamente dopo i riformisti ed europeisti francesi. Per essere avanguardia di un cambiamento che parta dal Mediterraneo».

Il Mediterraneo, teatro della battaglia più feroce dei sovranisti sulla pelle dei migranti. E voi sembrate afoni, incapaci di organizzare una risposta, non è così?
«Oggi questo mare è la frontiera europea. Frontiera di valori su migranti, cittadinanza, sicurezza, sovranità, politiche economiche. È qui che si gioca la sfida a Salvini e ai suoi amici».

Il problema è che la destra colpisce nel segno con slogan come “porti chiusi”. Qual è lo slogan della sinistra europea?
«La sfida è complicata, però necessaria. Dobbiamo guardare in faccia la destra nazionalista e dire: più umanità, più Europa. Immaginare una cittadinanza europea. Una politica seria per l’Africa. Lanciare un’agenda sociale Ue per la lotta alle diseguaglianze. Quando gli operai che incontro mi dicono che non hanno paura dei migranti che fuggono dalle guerre, ma delle imprese che chiudono per la delocalizzazione, ci indicano un nodo cruciale. Nessuno deve rimanere solo, troviamo insieme in Europa le risposte. E poi ha visto cosa è accaduto alla nave di Pozzallo?».

Cosa intende?
«Sono stati i governi progressisti ed europeisti a trovare una soluzione, non quelli di destra che piacciono a Salvini. Ecco, rendiamo evidente tutto questo. La sinistra non deve essere timida verso i nazionalismi».

La sinistra, dice lei. E pensa al Pse. Quindi niente patto con Macron, come vuole Renzi?
«Tutti i partiti socialisti sono consapevoli che servirà un rapporto permanente nel prossimo Europarlamento anche con le altre forze riformiste. Come costruirlo è il lavoro che abbiamo davanti, ma non si può prescindere dal Pse».

Per essere ancora più chiari: immagina un patto solo dopo le Europee con Macron? O è possibile anche prima?
«Non sono in grado di dire oggi se ci sono le condizioni per un patto pre-elettorale, ma credo sia necessario dialogare prima e lavorare insieme dopo il voto. Non c’è volontà di autosufficienza».

Ma così il Pse non rischia di arrivare quarto e certificare la sua crisi irreversibile?
«L’esperienza di Sànchez o Costa non mi sembra portino alla certificazione di questa crisi. Ma comunque penso sia giusto aprire il confronto con le altre forze riformiste. Ci saranno altri appuntamenti. Vedremo come si concretizzerà, ma europeisti e socialisti devono comunque marciare insieme se non prima, certamente dopo le Europee».

E intanto c’è il congresso Pd. Slitta a dopo le Europee?
«Ma no, siamo chiamati a rispettare le decisioni assembleari, non c’è nessuna novità. Ora lavoriamo per mettere il partito nelle condizioni di rafforzarsi sul fronte delle idee, poi ci occuperemo delle persone. Ci saranno primarie per il nuovo segretario, prima delle Europee».

Si sente delegittimato dalle critiche di parte della sinistra dem, dei renziani, di Calenda che parla di harakiri?
«Leggo le critiche. Troppe arrivano da chi parla stando fuori. Mi concentro sul lavoro per rilanciare il Pd. Riuniremo la segreteria a Tor Bella Monaca. Lavoreremo assieme, tutti. Con meno discussioni, che ci distanziano dai cittadini».

 

Emanuele Fiano (Foto di Alessandro Paris / Imagoeconomica)

Intervista al deputato Pd sugli uffici giudiziari che rischiano di finire in un edificio di proprietà di un imprenditore che prestava soldi al clan: “Le spiegazioni date dal ministro non sono sufficienti”, La Repubblica

È stato il deputato pd Emanuele Fiano a chiedere di sospendere i lavori della Camera, chiamata ad analizzare il decreto legge sulla sospensione dei termini processuali a Bari, finché il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, non fosse andato in aula a chiarire quanto raccontato da Repubblica.

Onorevole Fiano, gli uffici giudiziari di Bari rischiano di finire in un edificio di proprietà di un imprenditore che prestava soldi al clan.
«I fatti denunciati sono gravissimi e le spiegazioni date dal ministro non sono sufficienti. Non ha tenuto conte dei fatti emersi e che dovrebbero essere oggetto di indagine. Prudenza avrebbe consigliato il ministro di venire prima in aula e accettare le proposte degli emendamenti di Pd e Forza Italia».

Cosa chiedevate?
«Di nominare un commissario straordinario per l`emergenza. Anzi, di assumere il ministro stesso il ruolo di commissario: speriamo che si fidi almeno di se stesso. La ricerca di mercato si è conclusa e con quei poteri straordinari il ministro potrebbe modificare la procedura messa in atto e bloccarla».

La ricerca di mercato andrebbe sospesa?
«Troviamo inconcepibile che la procedura vada avanti. Invece il ministro ha detto che si è conclusa, come se nulla fosse».

Da commissario, come dovrebbe muoversi il ministro?
«Con la requisizione eventualmente di un edificio pubblico, che sarebbe la cosa migliore ed eviterebbe ambiguità»

Bonafede, però, ha annunciato approfondimenti sul caso.
«Che il ministro della Giustizia annunci che farà verifiche successive all`emersione di fatti così gravi è abbastanza singolare. Ci auguriamo che un ministro debba essere a conoscenza prima, di fatti questo tipo. Il rischio, altissimo, è che ora i tempi si allunghino».

Avete preso in prestito lo slogan dei 5 Stelle e avete gridato «onestà, onestà».
«Siccome la bandiera ostentata dal Movimento è l`onestà, è incredibile che di fronte a fatti, che se confermati sarebbero di una gravità inaudita, i componenti del governo tacciano: il giustizialismo vale soltanto per altri».

 

Parla il segretario del Pd: “Su migranti ed economia servirebbero scelte diametralmente opposte. Le scelte di Salvini e Di Maio minano l’interesse nazionale, come si vede in queste ore”, di Carlo Bertini, La Stampa

Anche Maurizio Martina, come Matteo Salvini, spera che stasera vinca la Croazia, «la novità merita e la storica nostra rivalità con i francesi ci impone questa scelta». Ma le assonanze si fermano qui. Il neo-segretario Pd intende costruire l’alternativa sul tema più sensibile per il leader del Carroccio, quel «prima viene l’Italia» che è la bussola del vicepremier: «Gli interessi nazionali si difendono con scelte economiche e sui migranti opposte a quelle di Salvini e Di Maio».

Al Pd sembra però mancare un suo progetto e una direzione di marcia. Cosa intende fare lei di qui a un anno?
«Non ci dobbiamo nascondere la fase storica che stiamo vivendo, un conflitto che mette a durissima prova la sinistra. Come ha detto bene Arturo Parisi, dobbiamo avere il coraggio della profondità, di rimettere in discussione fino in fondo noi stessi e di farlo riorganizzando le forze del campo progressista».

Cosa significa?
«Di qui all’autunno apriremo un grande lavoro di confronto sul progetto: quale prospettiva di Europa, quale idea di sviluppo, lotta alle nuove disuguaglianze, la questione generazionale e il grande tema della cittadinanze. Cinque sfide che i progressisti devono giocare all’attacco».

Come?
«Costruendo un’agenda di cambiamento, cercando di rovesciare il confronto con i nuovi nazionalisti, per dimostrare che la tutela dell’interesse nazionale può stare meglio nelle mani di altri: perché le loro scelte minano l’interesse nazionale, come si vede in queste ore. Quando un ministro dell’Interno predica più sicurezza e poi si scopre che con le sue scelte l’Italia resta più isolata e altri Paesi scaricano il problema anziché condividere responsabilità, si mina l’interesse nazionale. O quando si negano gli accordi di libero scambio in quel modo, si mettono a rischio migliaia di imprese e tanti territori, che su quelle esportazioni costruiscono un pezzo del nostro futuro. Sono convinto che ci sia uno spazio vero di lavoro per noi».

Fatto sta che Pagnoncelli sul Corsera mette in luce che molti italiani non ritengono vi sia un’opposizione incisiva. Sbagliano?
«Me ne rendo ben conto che non siamo al massimo delle nostre energie. Ma in nessun paese dopo una sconfitta così dura l’alternativa si costruisce in qualche mese».

Il suo primo atto, la formazione della segreteria, ha creato una sarabanda di proteste. Tutte le correnti si sono rivoltate contro. Non è un bell’inizio per una segreteria che voleva essere collegiale e unitaria, o no?
«Sono grato alle persone che hanno accettato questa sfida di costruire una segreteria plurale. So bene che quando si fanno queste scelte si scontenta qualcuno. Ho cercato di fare una segreteria di competenze e novità che lavori con me all’agenda del Pd. La mia scommessa è un impegno quotidiano nel paese reale: voglio un partito di strada che abbia un rapporto diretto con i bisogni degli italiani. Va rilanciata un’idea di radicamento ovunque».

Sul decreto dignità il Pd andrà in ordine sparso? Ognuno voterà ciò che crede?
«No, il Pd andrà unito, il nostro giudizio tanto più dopo le vicende di queste ore, con Di Maio che scopre che i suoi stessi uffici certificano la drastica riduzione dell’occupazione con 80 mila posti a rischio e grida al complotto, provano la irresponsabilità del ministro in ansia di prestazione con Salvini sul fronte della propaganda. Noi sfidiamo la maggioranza sul lavoro stabile: e proporremo il taglio permanente dei costi previdenziali per i contratti a tempo indeterminato».

Su articoli specifici, come la causale per i contratti a termine o la pubblicità per i giochi d’azzardo, sono possibili convergenze con i cinque stelle?
«Valuteremo nel merito, è chiaro che ci sono alcuni punti su cui si può ragionare, di certo su molte questioni ci saranno emendamenti alternativi».

Cercate agganci con i grillini per sostituire i leghisti nel caso Salvini voglia andar all’incasso alle europee?
«Anche in virtù di quanto accaduto, non vedo le condizioni perchè M5s scarti questa situazione con un briciolo di autonomia e cambiando rotta. So che un’opposizione all’altezza del suo ruolo deve lavorare per aprire contraddizioni nella maggioranza…»

Ma non vede all’orizzonte un governo Pd-M5s?
«No, siamo molto distanti. E poi penso che il M5s si sia legato mani e piedi a questa esperienza, egemonizzata dalla Lega. E che al momento non ci sono segnali di ravvedimento».

Quando si farà il congresso Pd?
«Si farà prima delle europee, come indicato dall’Assemblea Nazionale».

Lei sa se si candiderà alle primarie?
«Sinceramente non ci ho pensato, quando avremo chiaro il percorso e le primarie indette, ciascuno farà le proprie valutazioni».

Photo © Velerio Portelli/Imagoeconomica

Il deputato del Pd: non possiamo sottrarci al confronto. Dobbiamo incalzare il governo ma alcuni emendamenti sono da approvare. Intervista di Alessandro Di Matteo – La Stampa

 Francesco Boccia, il Pd torna a spaccarsi sul “decreto dignità”. Maria Elena Boschi e i renziani dicono che è «assurdo» pensare di votarlo.

Lei è tra quelli tentati?
«Siamo alle solite, il nodo non è votare o no il decreto. Anche Maria Elena sa benissimo di cosa stiamo parlando. Non esiste che qualcuno del Pd voti il decreto, il punto è confrontarsi o no. Non rifacciamo l`errore della serata infausta da Fazio lo scorso 29 aprile (quando Renzi in tv stoppò il governo Pd-M5s, ndr). Dobbiamo entrare nel merito. È evidente che il decreto è un mix di cose contraddittorie, dalle cosiddette semplificazioni fiscali alle delocalizzazioni, passando per il lavoro e la pubblicità del gioco d`azzardo. E non c`è niente per i lavoratori della “Gig economy” (i lavori “on demand” tipo i “riders”, ndr) Ma se dobbiamo parlare di lavoro, vediamo quali sono i nodi…»

Ma non significa, di fatto, rinnegare il Jobs act?
«È inutile che alcuni miei compagni di partito vadano in fibrillazione difendendo a prescindere il “totem” del Jobs act. C`è il tema della durata dei contratti a tempo determinato: la riduzione della durata ha senso solo se parallelamente riduci le imposte sul lavoro a tempo indeterminato. Poi ci sono cose come la reintroduzione della causale… Temi sui quali non ci possiamo sottrarre, il confronto dobbiamo farlo ed è probabile che alcuni emendamenti dobbiamo anche approvarli».

Cioè potreste votare non l`intero decreto, ma singole misure?
«Alcuni punti, integrati e corretti, seconcto me, meritano di essere sostenuti. Un grande partito incalza il governo. Dobbiamo anche farci carico di mediazioni: se non avete i soldi per abbassare il costo del lavoro a tempo indeterminato, almeno si approvi una norma transitoria per evitare di colpire i lavoratori che hanno un contratto in essere, che altrimenti da precari rischiano di diventare disoccupati».

È ancora Renzi che dà la linea al partito?
«Io penso che lui debba dare una mano, e che tutti dobbiamo aiutare il segretario Maurizio Martina eletto sabato scorso. Confrontiamoci tra di noi. È la mancanza di confronto che ci ha ridotti così. Ora c`è un altro segretario, aiutiamolo. Sennò tanto vale fare il congresso».

Alla fine, la discussione è quella di due mesi fa: che fare con il M5s. Per Renzi si tratta della “vecchia destra”…
«È illusorio sperare di ritrovare appeal aspettando il fallimento totale M5s, una strategia folle. Lega e M5s non sono la stessa cosa. M5s – sbagliando – ha sostenuto questo governo anche perché il Pd guidato da Renzi non si è manco seduto al tavolo. Ripeto, non dico che dobbiamo votare il decreto, ma confrontarci. Chi non vuole toccare nulla è Fi, per capirci! È possibile che dobbiamo avere le stesse posizioni di Fi?».

L’obiettivo è provare a separare M5s dalla Lega nei prossimi mesi?
«Ma certo, parliamo di un movimento che ha preso il 32 per cento e molti nostri elettori erano lì. C`è un po’ di destra, ma anche tanta sinistra che oggi è sorpresa e
disorientata. Dobbiamo tornare a parlarci e non lo faremo offendendoli».

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