Margiotta: Ripensare il Pd senza più dogmi

Salvatore Margiotta sugli scenari nazionali e regionali dopo la sconfitta dei democratici alle politiche
Intervista di Leo Amato e Rocco Pezzano - Il Quotidiano del Sud (Basilicata)

La partita dei capigruppo  in Parlamento, il rischio di spaccature a livello nazionale e la necessità di reinventare un partito sconfitto alle elezioni del 4 marzo, che in Basilicata non può perdere altro tempo data l’incombenza delle regionali. Il senatore Pd Salvatore Margiotta ha risposto a tutto campo nel forum che si è tenuto ieri nella redazione del Quotidiano.

Quanto conta la partita su chi guiderà i gruppi dei democratici alla Camera e al Senato?

«La partita dei capigruppo è molto importante. Qui in realtà c’è una nostra necessità dell’area renziana, così definita con un termine un po’ antipatica, di insistere per l’elezione di due capigruppo che in qualche modo possano rappresentare il nostro pensiero. Ciò anche a maggior ragione dopo la scelta di Matteo Renzi di stare un po’ in disparte, di lasciare il partito, senza ovviamente lasciare la politica. Quindi proprio in quanto lui non sarà protagonista della fase che stiamo vivendo, noi più vicini a lui insistiamo molto perché i capigruppo siano della nostra area. I numeri dicono che ciò è possibile. So che il tentativo di queste ore è cercare di arrivare a designazioni di questo tipo, senza però arrivare alla rottura del gruppo. Per cui come sempre si fa in politica si sta cercando una quadra utilizzando anche le vicepresidenze di Camera e Senato, dato che almeno una dovrebbe andare al Pd, e poi altri incarichi di importanza come presidenti di commissione, questori e segretari d’aula. In modo da uscirne unitariamente. La mia opinione personale, ovviamente, è che il meglio è uscire con soluzione unitarie, quindi utilizzando tutte le postazioni per coinvolgere tutte le aree del partito. Ma senza che questo significhi cedimento. Nel senso che a mali estremi io questa volta sarei anche d’accordo a una conta. Le conte sono sempre antipatiche ma sono anche il sale della democrazia. Soprattutto se per non contarsi bisogna subire diktat o veti. Peraltro i due nomi messi in campo sono di persone degne e capaci.

Gli altri chi sarebbero?
«Martina dice giustamente di voler anteporre al nome il metodo. Ecco, quindi niente diktat. Quando Zanda dice dopo un caminetto notturno al Nazareno che i due capigruppo
non possono essere entrambi di area renziana, ecco, io non capisco perché se proponiamo  le persone più adatte devono esserepregiudicate perché sono renziani.Lorenzo Guerini che è unodei due è sempre stato incline al dialogo».

Per Martina sembra un esame di maturità da traghettatore?
«Sono 24 ore importanti, perché in questo momento il Pd è chiaramente a metà del guado ed eventi traumatici possono fare soltanto male. Quindi mi auguro che Martina svolga il suo lavoro all’insegna della collegialità. E’ altrettanto chiaro che un’esperienza quale quella di senatori e deputati che si ispirano e continuano a Renzi non può essere messa da parte. Più si trova una soluzione unitaria più facile che anche l’assemblea nazionale che si terrà dopo le consultazioni per il governo si svolga in maniera positiva. Se in questi prossimi mesi le cose si svolgeranno in maniera unitaria dai renziani non credo che ci sia una preclusione su Martina».

Qualche commentatore parla già di Pd diviso in due partiti. Anche Marcello Pittella ha parlato di una possibile chiamata alla responsabilità del Presidente della Repubblica a cui soltanto una parte del Pd potrebbe rispondere. Lei che ne pensa?
«Non bisogna arrivare a tanto. Ma il Pd deve essere profondamente ripensato. Ci troviamo di fronte a due questioni gigantesche. La prima è che in tutto il mondo occidentale
i partiti di sinistra non riescono più a rappresentare le classi che storicamente hanno rappresentato. Il risultato del Pd al confronto con quello dei 5 stelle al Sud va di pari passo con quello del Pd a Milano. E’ come a New York dove vincono i democratici mentre il resto degli Stati Uniti elegge Donald Trump. In Inghilterra la Brexit perde a Londra e vince nel paese. C’è un fenomeno mondiale, provocato dalla globalizzazione. Ci sono masse popolari in grande sofferenza che non si fidano più del centrosinistra e votano partiti sovranisti. Qualche volta i partiti razzisti come quello della Le Pen in Francia. Io in Basilicata avevo previsto un risultato della Lega tra il 7 e il 10%. Il simpatico avvocato Pepe, al primo giorno di scuola in Senato, che per me è stato il quarto, mi ha riconosciuto di averglielo previsto durante la campagna elettorale. Conoscendo la Basilicata vedevo questo fenomeno strano, anche se un anno fa avrei dato del pazzo a chi me lo avesse detto. Quel 7% da quei signori che io ho incontrato girando i paesi e mi dicevano: “Non vi votiamo perché avete portato gli immigrati. Voteremo Salvini”. In questo scenario il Pd non è riuscito a dare risposte al disagio. Abbiamo vinto ai Parioli, a Roma centro.  E poi che cos’è il Pd? Siamo nati dalle grandi tradizioni del ‘900: pensiamo a Margiotta e a Vincenzo Folino, Margiotta e Luongo in Basilicata. Qui la cosa funziona bene, si fa l’Ulivo e a lungo abbiamo campato di rendita. Perché l’idea di mettersi insieme entusiasmava. Dall’elezione di Raffaele Di Nardo alla Regione. Adesso però sono passati 23 anni e i giovani non sanno neanche più quali sono le grandi tradizioni: socialista, comunista e democristiana. Il fascino che questa operazione ha creato si è esaurito. Allora da dove ricominciare? Certo non trasformando il partito più a sinistra, come si è visto dall’insuccesso di Liberi e uguali. Io penso che ci sia spazio per reimmaginare il Pd senza arrivare a una scissione. Se però qualcuno pensa che basta derenzizzarlo perché le cose vadano bene fa un grosso errore. La mia analisi è molto diversa. In direzione nazionale intervenendo dopo Martina, anche in rappresentanza di un’area, l’ho detto chiaramente. Il Pd ha iniziato a perdere nel 2013. L’effetto Renzi delle europee del 2014 con il 40% è dovuto a una forte leadership che ha nascosto quella perdita di consensi, con l’entusiasmo e l’empatia che aveva creato. Adesso bisogna ricominciare. La rigenerazione di Zingaretti mi convince poco. Ci vogliono molte teste. Sperando che si possa fare insieme senza spaccature come si potrebbero creare nei prossimi mesi di fronte a un aut aut sull’appoggio al governo. Se manteniamo fede al mandato elettorale che ci ha messo all’opposizione e al primo comportamento parlamentare che è stato quello di votare i nostri candidati alle presidenze delle camere, il partito può restare unito. Altrimenti inizieranno le polemiche tra chi vuole appoggiare i 5 stelle e chi vuole appoggiare il centrodestra e i gruppi parlamentari rischiano di scoppiare. E se questo dovesse succedere scoppia anche il partito. Anche solo per questo, oltre che una continuità di valori che non c’è con quelle forze politiche, io credo che sia giusto che noi restiamo all’opposizione. Parlare di Aventino è solo una caricatura della nostra posizione. L’opposizione è opposizione ed è diverso. E’ anche divertente: significa studiare le leggi, fare emendamenti, proposte. Così si rigenera il partito. Se si riesce a mettere insieme le menti e a fare una buona opposizione io sono ottimista. Anche se, parafrasando Silvio Berlusconi, è chiaro che sarà comunque
una traversata nel deserto».

Il Pd la sa ancora fare l’opposizione?
«Tra il 2008 e il 2011 la facemmo così bene che Berlusconi cadde. Certo si ruppe l’alleanza di centrodestra, ma l’azione dell’opposizione fu fon damentale. Se la sapevamo prima la sappiamo fare anche adesso».

Quindi per lei Renzi non ha sbagliato nulla?
«Solo chi non opera non sbaglia. Qualche volta ha sbagliato qualche scelta su qualche nome, ha sopravvalutato qualche persona. Credo che la sconfitta elettorale non è stata provocata da Renzi ma da alcune contingenze, anche strumentali, che si sono create. Perché ad esempio non siamo andati a votare nel 2017, dopo il referendum, quando una legislatura nata per fare le riforme era già finita. A quel punto non dico che avremmo mantenuto tutto il 40% che aveva votato a favore del referendum ma qualcosa in più del risultato del 4 marzo sarebbe arrivato. Il Pd è andato diminuendo sempre nei sondaggi nell’ultimo anno. C’è stato un picco solo con la conferma di Renzi alla segreteria del partito. Per la verità un po’ di mondi anche all’interno del partito, un po’ perché legati al governo in carica, un po’ perché non piaceva il “consultellum”, un po’ perché si pensava a demolire la leadership di Renzi, hanno congiurato perché le elezioni non si tenessero».

Non è che proprio il Pd che è un po’ invecchiato?
«Bisogna ripensarlo dalle fondamenta e anche come strumento partito. Bisogna trovare modo diverso e nuovo di suscitare entusiasmo e speranza. Non basta avere tutte le carte in regola per le buone azioni di governo messe in campo. Sui diritti civili abbiamo fatto cose molto importanti, ma sono temi ed esigenze specificamente borghesi. Chi soffre e ha
problemi per sé, i propri figli e la propria famiglia non ne è attratto. Pensa a soddisfare i suoi bisogni primari».

Intendo il nome, il simbolo?
«Io nel mio ripensare il partito non mi sottrarrei dal ripensarlo fino in fondo. Non prenderei nulla come dogma. Sono affezionato al nome “Partito democratico” perché mi ricorda esperienze internazionali come quella degli Stati Uniti, però si sono superati nomi e loghi ben più radicati nella storia del Paese, come quelli che hanno dato luogo proprio al Partito democratico. C’è anche il paradosso che noi che siamo accusati di essere il partito di Renzi siamo gli unici che non hanno messo nel simbolo il nome del candidato premier. Io penso che questa campagna elettorale andasse fatta con un’esposizione maggiore della sua leadership, ma s’è detto che bisognava proporre Gentiloni come premier, quindi siamo rimasti a metà del guado. Detto questo, sarebbe cambiato poco. Però con un paio di punti in più Renzi sarebbe ancora segretario del partito».

Non è stato un errore anche chiudere i  circoli?
«I circoli di un tempo non ci sono più. Ricordo un periodo in cui era più importante il segretario di sezione della Dc del sindaco. Ma oggi non è così. Io stesso non conosco, colpevolmente, i segretari di circoli. Con l’elezione diretta dei primi cittadini i segretari hanno perso molto. Ora, in quest’ultima campagna elettorale grande attivismi dei circoli non s’è visto. Forse anche perché siamo stati due anni senza segretario di partito. Anche adesso qui in Basilicata ci sono ancora da fare i congressi provinciali. Abbiamo 40 paesi senza circoli. Però sono strumenti. Hanno un peso ma non sono decisivi. Quello che conta è avere un pensiero e provocare un’emozione. Poi è chiaro che servono uomini per fare camminare le idee. E qui in Basilicata ci sono esigenze impellenti per le regionali di fine anno».

In direzione regionale ha detto di aver percepito l’arrivo della sconfitta dopo un incontro con gli amministratori locali. Perché?
«Ho avvertito che molti non si volessero impegnare in un a battaglia a perdere. Ma è stato un ragionamento sbagliato perché i voti non si lasciano mai in libertà. Il sindaco o il segretario di partito che si illude che quelli che hanno votato 5 stelle verranno recuperati quando sarà lui candidato fanno una sciocchezza. Perché la prossima volta i 5 stelle faranno le liste in tutti i comuni. Qualcuno lo hanno già conquistato e sull’onda di questo successo ne prenderanno altri. Chi ha pensato che questa è la battaglia di Renzi,Pittella, Antezza e Margiotta ha fatto un grave errore».

E il Pd dov’era?
«Mario Polese ha fatto tanto da dicembre, ma gennaio è andato perso per intero per le candidature».

Pensa che basti quello resta fino a novembre?
«Se si procede spediti sì».

Ma in Basilicata c’è solo il segretario regionale o Margiotta rappresenta anche la segreteria nazionale quando parla del bis di Marcello Pittella in Regione? Il Pd ha due segretari?
«E’ eccessivo dire che qui ci sono due segretari. Il mio intervento è stato tutto a sostegno di Polese, poi se c’è qualcuno che ha un po’ di autorevolezza la mette in campo. E’ vero che io ho detto a Marcello Pittella che se vede il partito nella  palude deve muoversi in autonomia e non farsi logorare come avvenuto a Renzi. Ma Marcello marcia con l’idea che la scelta sul suo  profilo per la candidatura a un secondo mandato debba essere collegiale. Fa bene a fare come sta facendo, a rilanciare il suo ruolo da presidente. Mi è piaciuto Mario quando ha detto che si parte da Marcello. Per me si parte e si arriva a Marcello. Lui fa bene a far riprendere smalto al suo lavoro. Se anche il partito riprende tono si possono affrontare bene le regionali. Sulle liste c’è uno studio da cui emerge che la Basilicata è la regione dove le preferenze pesano di più. Ma al contempo pensare che si risolva il problema della coalizione moltiplicando le liste è un errore. Lo pensavano anche in Sicilia eppure siamo arrivati terzi contro i 5 stelle che hanno fatto una sola lista. Questi sono tutti strumenti ma se non ricreiamo emozione e fiducia e si arriva con la stessa sfiducia, alle regionali non sarà avere 10 liste a salvarci. L’altro calcolo che abbiamo fatto sulla loro mancanza di classe dirigente è sbagliato. Di Maio, a parte l’incidente Caiata, ha dimostrato di saper trovare persone capaci e i 5 stelle troveranno qualcuno anche qui. Se poi ci si aggiunge che probabilmente saranno al governo, e capita sempre a chi è al governo di essere un po’ più affascinanti per le classi dirigenti...»

Quindi il programma annunciato dal governatore nell’assemblea cittadina del Pd di Lauria la convince?
«Sì, e non capisco perché la Cgil non perda mai occasione per attaccare quello che fa. Mi pare che abbia un legame di collateralismo con Liberi e uguali come non si vedeva da tempo. Non mi è mai capitato di vedere una posizione diversa tra loro. Osservo comunque che la Cgil ha scelto di essere collaterale. Non perde occasione per attaccare. Ma quello che trovo veramente sbagliato è criticare unaproposta come quella che prevede più lavoro nella pubblica amministrazione e attenzione agli ultimi.

Parliamo di lavoro per i giovani.
L’ho detto anche in direzione: se l’80% dei giovani laureati va via siamo in emergenza. Io non credo che assorbire tutta la forza lavoro intellettuale sia possibile, ma non
assorbire nessuno è emergenza. Dare possibilità anche nella pubblica amministrazione è una cosa importante. Non possiamo dire ai giovani lucani di creare impresa, inventarsi il lavoro. Se uno non è a Milano è difficile riuscirci. E senon si mettono un po’ di giovani nella pubblica amministrazione anche questa soffre. Perché l’energia che si ha a 25 anni non ce l’ha chi ha 50, o 60 anni. Quindi ben venga questo programmma. E’ una cosa che ci viene chiesta. Non si può attaccare perché non c’è lavoro e criticare quando lo si crea perché è una misura elettoralistica. Altrimenti dovremmo stare fermi per 6 mesi. Marcello faccia queste operazioni. Abbiamo toccato con mano la sofferenza di tanti giovani in Basilicata. I prossimi mesi devono essere dedicato a questo».

Che rapporti con Liberi e uguali?
«Io credo che con loro si debba assolutamente creare un alleanza. Dobbiamo sederci a un tavolo senza pregiudizi apprezzando l’apertura del segretario regionale che non ha detto “o Marcello o morte”. Ho troppa stima per loro per pensare che abbiano voglia di fare una battaglia di minoranza come in Lombardia. Avremo due avversari molto forti alle prossime regionali: un centrodestra ringalluzzito dalle elezioni dei parlamentari e probabilmente dal governo, e i 5 stelle ringalluzziti dall’elettorato. Sarà una battaglia vera. Non posso pensare che non sia chiaro che se non uniamo le forze il risultato è complicato. Parliamo di una converganza naturale, perché aldilà delle scaramucce Renzi sì - Renzi no abbiamo governato assieme fino a un anno fa. Hanno anche appoggiato Zingaretti nel Lazio. Dove vanno se non fanno la coalizione con noi? Sono altri voti che si disperdono. Non possono ambire ad eleggere un governatore, ma sono a indebolire il centrosinistra. Parliamo di come fare le liste, di programmi. Utilizziamo questi mesi per arrivare a una convergenza».

E i socialisti?
«Resto convinto che da un investimento politico forte come quello fatto sui socialisti, e soprattutto sui socialisti di Melfi, ci si aspettava un ritorno maggiore. Non sopravvaluterei il peso di personalità politiche che già alle politiche si sono misurate. Li terrei assieme, certo, ma senza nessun padrone del vapore perché il vapore non c’è».

Sull’analisi del voto ci sono ancora idee molto contrastanti. Soprattutto sul legame tra voto locale e voto politico.
«Io credo che il Pd sia stato danneggiato dall’avere tutti i governatori del Sud. Se poi in Basilicata non ci fossero stati i problemi su Potenza, i partiti alleati avessero avuto un risultato migliore, come la lista di Viceconte, se tutto il nostro partito avesse votato senza nascondersi, se le candidature fossero state diverse, forse un paio di punti in più l’avremmo preso. Lo so bene che quando arriva lo tsunami si viene spazzati via. Mi ricordo il 1994. Ma i dati di Potenza e Matera sono frutto anche di scelte sbagliatissime che abbiamo fatto. Sui sindaci Valvano avrà pure ragione a dire che loro non c’en - trano, ma se Valluzzi a Castelmezzano riesce a portare il 30% al Pd forse qualche altro comune con un’azione vera sull’elettorato si poteva avere qualche voto in più. Forse se il sindaco di Potenza fosse stato schierato con noi, se la giunta fosse stata schierata con noi avremmo avuto un risultato migliore. Non drammatico come questo».

A Potenza però qualcosa s’è mosso, mentre a Matera le sue riflessioni sono state criticate non poco.
«Sono arrivate critiche da un esponente di un altro partito che ha detto che dovrei occuparmi soltanto del Pd di Potenza, dimenticando che da senatore rispondo a un collegio che comprende tutta la Basilicata. Sì a Potenza ci sono state le dimissioni di un assessore, Donatella Cutro, che peraltro non era nemmeno iscritta al partito, ma credo sia soltanto un primo passo e ora si debba ragionare se andare verso la chiusura anticipata della legislatura».

E sulla legge elettorale?
«Non mi convince l’idea dell’abolizione a tutti i costi del listino. Anzi credo che soprattutto alle prossime elezioni potrebbe essere utile per portare in Consiglio regionale le migliori esperienze che rischiano di restare soffocate dai signori delle preferenze. Penso, per esempio, a una rappresentanza femminile. Si potrebbero mettere due donne ai primi 3 posti. E poi non bisogna più pensare che la candidatura nel listino sia un’elezione sicura. Questa volta è diverso. Essere nel listino potrebbe essere più rischioso».