Il Governo vuole distruggere l’economia italiana. Dobbiamo fermarli ripartendo dai comitati civici ‘Ritorno al futuro’
“Non ho più parole per dire quanto la #Leopolda9 mi abbia commosso, colpito, convinto. Grazie a chi c’era, di persona e in streaming. Grazie a chi ci crede, oggi più di ieri. Abbiamo un Governo che vuole distruggere l’economia italiana e i valori europei. Dobbiamo fermarli a partire dai comitati civici ‘Ritorno al futuro‘.

Inizia una strada nuova, facciamola insieme. Grazie alle migliaia di persone che condividono questo progetto”.

Così Matteo Renzi ha concluso la kermesse di due giorni svoltasi a Firenze, giunta alla nona edizione.

Renzi durante il suo intervento di chiusura ha voluto ricordare il lungo applauso che ha tributato Pier Carlo Padoan, nel corso della Leopolda9.

“Migliaia di persone si sono alzate in piedi per dire grazie a chi in questi anni ha aiutato il Paese a passare dalla recessione alla crescita. E questo è avvenuto proprio nelle ore in cui, per colpa dell’arroganza di questo Governo, l’Italia riceveva la bocciatura delle agenzie di Rating”.

 Salvini e Di Maio regalano pezzi di Italia alla speculazione internazionale
“Proprio quando al Governo ci sono quelli che ci hanno fatto declassare, proprio quando Salvini e Di Maio regalano pezzi di Italia alla speculazione internazionale è più facile riconoscere il valore di persone come Padoan. La competenza contro la cialtronaggine, la serietà contro le bugie, la politica contro il populismo. Anche questa è la #Leopolda9″.

 #Leopolda9: cinquanta tavoli che discutono per sul futuro di questo meraviglioso Paese
“La Leopolda non si spiega, si vive – aveva dichiarato Matteo Renzi dal palco aprendo i lavori -. E vivendola si incontrano persone diverse. Sindaci che curano la propria comunità, un professore che combatte l’ignoranza e difende i vaccini, uno scienziato che costruisce il futuro, giornaliste che difendono la libertà e lottano. Un uomo di spettacolo che sceglie di stare al gioco e alterna battute a riflessioni profonde, serie, sulla vita. Cinquanta tavoli che discutono per ore sul futuro di questo meraviglioso Paese. E centinaia di persone pronte a lanciare i comitati civici in ogni angolo dell’Italia”.

La Leopolda da nove anni è un miracolo, che ogni anno sorprende
“Mi scuso con le oltre mille persone rimaste fuori dai cancelli. Migliaia di persone dentro, migliaia di persone fuori: e meno male che ci considerano morti, altrimenti avremmo bloccato il viale e la tramvia. Non vi arrabbiate se anche domani troverete sui media retroscena che non hanno alcun legame con quello che abbiamo vissuto, gossip correntizio, ricostruzioni poco credibili: è che la Leopolda è difficile da spiegare anche per noi. Perché la verità è che i miracoli non si spiegano”.

“E la Leopolda, da nove anni, è un miracolo. Che ogni anno sorprende. E appassiona persone incredibili. Io posso solo dirvi grazie, anche stasera.
E aspettarvi qui domani per un finale che sarà un nuovo inizio”.

 

Intervista a Gianni Pittella di Carlo Fusi Il Dubbio

Sciogliere il Pd. Anzi, no: rifondarlo. Fare un congresso subito: macché, dopo le elezioni europee. Trovare un candidato alternativo a Nicola Zingaretti: però a cena a casa di Carlo Calenda, assieme a Renzi, Gentiloni e Minniti. E il segretario Martina? Non c’è spazio, magari nel dopocena… Il Pd prova a scrivere il suo futuro ma è come se non sapesse più leggere la realtà e si consegnasse al metodo Braille. Gianni Pittella, a lungo capogruppo del Pse nel Parlamento europeo e ora senatore, una sua ricetta per risollevarsi ce l’ha. Questa: una grande lista con sopra scritto Pse che si presenti alle Europee e che unisca da Macron a Tsipras.

Senatore, c’è già chi vuole cambiare il simbolo al Pd. Ci si mette pure lei?

«Non sono d’accordo a cambiare simbolo al Pd. Piuttosto è il messaggio alternativo a quello gialloverde che deve arrivare, chiaro e forte. Per questo, se potessi, nel simbolo ci aggiungerei “PSE” per testimoniare l’appartenenza ad una famiglia politica europea. Dalla quale dobbiamo partire, nonostante le difficoltà del momento, per costruire una grande alleanza che vada da Macron a Tsipras».

Nell’attesa, il segretario Martina ha annunciato le primarie per febbraio. Concorda?

«Le primarie si facciano quando è stato deciso ma non trasformiamole in una conta su nomi o filiere. Su questo Orfini esprime una preoccupazione legittima. Il congresso, meglio se unitario, deve farsi sulla politica, su ciò che una moderna forza progressista deve fare per restituire fiducia ad una comunità in cui prevale paura e rancore».

Tuttavia il refrain più gettonato nel Palazzo e nel Paese è che “manca l’opposizione”. Nel mirino c’è soprattutto il Pd. Poche idee o leadership inadeguate?

«Il Pd è come un pugile che ha subito un colpo tremendo sul ring e sta faticando a riprendersi. A volte insegue scorciatoie, altre volte, e questa è una critica che faccio anche a me stesso, consumiamo le giornate in guerre di tweet mentre serve presentare al Paese una proposta alternativa a quella gialloverde. Faccio un esempio. Il governo gialloverde proverà a fare una finta flat fax e una piccola elemosina ai giovani. Noi dovremmo proporre misure alternative come il finanziamento di infrastrutture materiali e immateriali e la loro manutenzione, soprattutto al Sud, dove è prioritario allungare l’Alta Velocità da Salerno a Reggio Calabria e fino in Sicilia, altrimenti non saremo mai la piattaforma logistica del Mediterraneo e le navi provenienti da Oriente preferiranno sbarcare i loro prodotti nei porti spagnoli e greci».

Scusi, ma sul congreso devo insistere, per chiarezza. Quando sarebbe giusto farlo, prima o dopo le elezioni europee? Lei appoggia la candidatura Zingaretti o pensa che debba tornare Renzi?

«Come ho detto, il congresso si faccia ma con assunzione solenne di responsabilità a non trasformarlo in una guerra fratricida per acquisire posti di comando senza proporre idee ai cittadini. Altrimenti è meglio non farlo. Chiamiamo comunque i nostri iscritti e tutti gli italiani che lo vorranno a un grande referendum sulle proposte che il Pd vuole lanciare alle prossime elezioni europee per archiviare le politiche di austerità, per istituire il Ministero delle Finanze europeo, per lanciare gli eurobond, per creare un’indennità di disoccupazione europea, per tassare i giganti del web, per eleggere direttamente il Presidente della Commissione Europea. Apriamo una discussione su questi punti, facciamo le primarie delle idee più che la corsa per questo o quel candidato, e soprattutto concentriamoci nello smascherare il vuoto e le contraddizioni di chi oggi governa il Paese. Anche per questo è importante una grande partecipazione alla manifestazione a Roma del 30 settembre».

È convinzione unanime che le prossime elezioni europee segneranno uno spartiacque: o con i sovranisti o contro. I primi viaggiano alla grande mentre i pro-Ue ansimano…

«Noi possiamo e dobbiamo vincere contro i sovranisti perché il nazionalismo è un virus pericoloso. Mitterrand diceva: «Il nazionalismo è la guerra». Ma possiamo farlo a condizione di non proporre la difesa dogmatica di questa Europa. Loro vogliono distruggerla. Noi per salvarla dobbiamo profondamente cambiarla. Serve un’Europa che privilegi i bisogni e i diritti delle persone».

Perché la sinistra, europea e mondiale, non riesce più ad essere attrattiva?

«Dobbiamo essere severi con no istessi. Non abbiamo compreso pienamente che la globalizzazione e lo sviluppo tecnologico avrebbero portato non solo benessere ma anche sacche di grave ingiustizia, un’ingiustizia geografica tra centro e periferie e un’ingiustizia tra chi ha competenze professionali compatibili con i cambiamenti in corso e chi non ce li ha. Se ripartiamo da dove siamo nati, e cioè dalla battaglia di giustizia e di libertà, e dalla difesa dei più umili e degli ultimi, noi torneremo a essere una forza vincente. Non dobbiamo però neanche trascurare il danno che divisioni pregiudiziali e personalistiche ci hanno fatto dove, a cominciare dal referendum sulle riforme costituzionali del 2016, le divisioni interne hanno oscurato buoni risultati e il potenziale riformatore dei Governi Renzi e Gentiloni».

Lo scoglio più grande su cui l’Europa sembra essersi incagliata è la gestione dell’immigrazione. Perché è così difficile affrontare in modo adeguato questa vicenda? E perché in particolare la sinistra appare priva di strategie e visione?

«La mobilità delle persone è un fenomeno fisiologico esistito in tutti i tempi, ma in Occidente è stato percepito come minaccia drammatica per una serie di ragioni. Perché nel frattempo gli standard di servizi pubblici scuole, sanità, trasporti, sicurezza – venivano ridotti, cresceva la disoccupazione, si ripetevano sul suolo europeo episodi tragici di terrorismo. Si è creato un clima di paura e di avversione anche alimentato da una propaganda violenta e vergognosa della destra razzista europea. La nostra risposta non deve essere soltanto accoglienza e diritti, ma anche sicurezza per la nostra comunità. Le prove muscolari di Salvini non servono a nulla se non a pacificare la pancia di una parte del Paese, mentre invece serve da parte del Pd una visione a medio-lungo termine che proponga lotta ai trafficanti di esseri umani, distribuzione di richiedenti asilo in tutti i paesi europei, canali legali e concordati per i migranti economici e un patto di sviluppo e investimenti con l’Africa».

In Italia, la maggioranza gialloverde è sempre più divaricata e anche in Europa Lega e M5S votano in modo difforme. Significa che siamo alla vigilia di una esplosione che porterà alla crisi oppure i due partiti continueranno a governare assieme per anni?

«Io credo che al di là di singole espressioni di una cultura di sinistra, la Lega e i Cinquestelle abbiano un collante ideologico assai forte che è costituito da una concezione molto particolare della democrazia. Quando si dice anche nelle aule di Camera e Senato alle opposizioni “voi non potete parlare perché avete perduto le elezioni” si mostra il vero volto di una cultura della rappresentanza nella quale si può eleggere per sorteggio il Parlamento e si può fare a meno delle regole costituzionali perché si è investiti del mandato popolare.

 

«La nostra opposizione sarà durissima». Graziano Delrio ripete due volte quell’ultima parola. La seconda volta quasi sillabandola.

«Durissima perché questa manovra rischia di spingere l’Italia nel baratro. Durissima perché le scelte di Lega e M5s porteranno un disastro sui conti».

Il presidente dei deputati del Pd si prepara alla battaglia parlamentare.

«La manovra deve cambiare. E noi faremo ogni cosa possibile per centrare questo obiettivo. Per strappare il Paese dalle sabbie mobili dove lo sta spingendo questo governo».

Da dove partiamo?
Da Piazza del Popolo. La nostra gente gridava “unità-unità”. Ho pensato a quel messaggio. Ho pensato alla “lezione” di Camillo Prampolini, un grande socialista nato a Reggio Emilia nella seconda metà del XIX secolo: «Uniti siamo tutto, divisi non siamo nulla». Ora serve un miracolo di generosità, ora tutto il centrosinistra deve capire che le differenze possono essere ricchezza e che la sintesi va assolutamente trovata.

Qual è la sintesi?
Il lavoro. La piena occupazione era, è e dovrà essere la nostra ossessione. Lavoro per ridurre le disuguaglianze. Lavoro per dare dignità all’individuo. E invece questo governo ci regala solo messaggi culturali sbagliati. Un regalo agli evasori fiscali con un inspiegabile condono. Un reddito di cittadinanza che spingerà tanti nostri ragazzi a restare sul divano perché c’è un governo che li premia per questo. È tutto così folle. Il lavoro deve essere molto di più di uno stipendio e il governo, invece, punta su una manovrina elettorale solo perché ci sono le elezioni europee alle porte. Questo mi rattrista e mi indigna.

Che direbbe al ministro dell’Economia?
Pensi a quelli che verranno dopo di noi. Ai nostri figli. Riduciamo le tasse alle imprese che assumono a tempo indeterminato. Pensiamo sul serio all’occupazione. Tria rifletta: con questa manovra rischiamo di perdere migliaia di posti di lavoro. Ci ha pensato? E poi ha sempre dello che la strada era un’altra. Perché ora ha cambiato idea? Perché ha accettato una manovra che aumenta la spesa e che fa male al Paese? Perché sta sostenendo misure sbagliate che tra l’altro non verranno mai realizzale?

Si spieghi.
C’era solo una bandierina da sventolare, un applauso da prendere. Che brutta immagine: il governo sul balcone e cento parlamentari della Lega e dei 5 stelle sotto ad applaudire. Ma applaudire cosa? Scommetto che a marzo non ci sarà nessun reddito di cittadinanza. Se poi ci sarà e se Di Maio dimostrerà con i numeri che questa scelta fa bene ai nostri giovani sarò il primo a stringergli la mano. Purtroppo non credo che andrà così.

Insisto su Tria: lei al suo posto che cosa farebbe?
Io al suo posto non mi ci sarei mai trovato. Ma mi era sembrato che Tria avesse chiaro il fatto che lui, il ministro dell’Economia, fosse la sola garanzia per chi deve prestarci denaro. Oggi quella garanzia non lo è più. E sia chiaro, io e tutto il Pd non tifiamo per lo spread, ma solo per le famiglie e per le imprese italiane.

Parlava di situazione drammatica. Quanto?
Negli ultimi cinque anni abbiamo fallo passi avanti per consolidare la crescita. L’Italia oggi è più solida, il nostro sistema bancario è più solido. Il sistema Paese c’è, ma certe fragilità fanno ancora paura. Non siamo guariti, siamo convalescenti e non possiamo scherzare. La crescita sta rallentando, l’occupazione rischia di frenare. Serve solo tanta serietà e tanta saggezza.

Il Pd per mesi e mesi ha girato a vuoto. Che succede ora? Lei si candida a guidarlo?
Le parlavo della necessità di un miracolo di generosità. Noi abbiamo giocato una partita, ma la nostra stagione è finita. Non mi candido a guidare il Pd, ma al cento per cento sosterrò un gruppo dirigente nuovo.

Intervista al segretario PD sull’iniziativa lanciata da QN: “Parte tutto dalla scuola. I nuovi cittadini si formano lì, l’Italia di oggi e di domani passa per la riscoperta del ruolo civico dell’insegnamento”, di Veronica Passeri, QN – Il Giorno- Il Resto del Carlino- La Nazione

Sui social «c’è un livello di odio mai visto» e nella scuola deve tornare, con ore dedicate, l’educazione alla cittadinanza perché «è il migliore investimento per il futuro».
Ne è convinto il segretario del Pd Maurizio Martina.

Segretario lei ha firmato lo legge di iniziativa popolare – che il nostro giornale ha lanciato e sostenuto – per il ritorno dell’educazione alla cittadinanza, con ore ad hoc, nella scuola italiana. E una priorità per il Pd e perché?
«Parte tutto dalla scuola. I nuovi cittadini si formano lì, l’Italia di oggi e di domani passa per la riscoperta del ruolo civico dell’insegnamento. Per questo è giusto sostenere la proposta presentata dal sindaco di Firenze Nardella, assieme a molti altri amministratori, per l’introduzione dell’ora di educazione alla cittadinanza. E il migliore investimento sul nostro futuro».

Quali valori, secondo lei, in questo momento sono a rischio?
«Se fai una legge per rendere più facile la vendita di armi che segnale mandi ai giovani? Se cresce l’intolleranza, il senso di insicurezza, la solitudine, anche tra i più piccoli, come reagisci? Per noi ci vuole più cultura, più scuola, più educazione civica. Che nelle scuole si apprendano diritti e doveri dei cittadini. La grandezza delle idee della nostra Costituzione, ad esempio».

Esiste la necessità di un’educazione alla cittadinanza anche sui social?
«Sì, sui social c’è un livello di odio mai visto. Tra i ragazzi sta diventando un problema sociale. Ci vuole di sicuro un impegno forte nelle scuole, ma anche le piattaforme come Facebook, Twitter e Instagram devono mettere in campo strumenti di sicurezza. Non si può morire di cyberbullismo».

I circoli del Pd promuoveranno la raccolta firme e in che modo? E una volta in Parlamento?
«Chiederò ai circoli Pd in tutta Italia di sostenere la raccolta firme a sostegno di questo provvedimento, promuovendo anche delle iniziative per raccogliere più adesioni possibili. L’obiettivo è raccogliere le 50mila firme necessarie, per poter condividere questa proposta con tanti cittadini e portarla così all’attenzione del Parlamento. Una legge popolare che mi auguro che la maggioranza sappia valutare, anzi sappia approvare in tempi rapidi».

La Buona scuola è stata in parte smontata nelle sue principali caratteristiche: eliminato la chiamata diretta, si vuole ora modificare anche l’alternanza scuola/lavoro. Cosa ne pensa?
«Pur avendo annunciato ai quattro venti che la nostra riforma fosse la peggiore del mondo, l’impianto è stato confermato anche da questo governo. Con umiltà voglio ricordare che abbiamo assunto 160mila insegnanti e speso 5 miliardi nella sicurezza degli edifici scolastici. Il governo Conte? Sta lasciando a casa 43 mila insegnanti col decreto disoccupazione e ha bloccato 5 miliardi chiudendo l’agenzia Italia sicura che seguiva gli interventi per la sicurezza nelle scuole».

“Il decreto approvato dal Consiglio dei Ministri, che mette insieme per scelta politica di Salvini il tema della sicurezza e quello dell’immigrazione, è l’emblema di una sintesi culturale che noi non potremo mai accettare. Sappiamo bene, quanto la sicurezza sia un tema reale, particolarmente per chi essendo più debole è più esposto a rischi, ma sappiamo anche distinguere la propaganda dalle soluzioni.

Intervista a Maurizio Martina di Carlo Bertini – La Stampa

Segretario Martina, il presidente francese Macron vara le sue misure contro la povertà, ma che ispirazione hanno? È la stessa linea seguita dai grillini o no?

«Le vedremo nel dettaglio, ma già emerge lo sforzo comune al nostro di non avere misure solo assistenziali. E l’attenzione riservata all’infanzia e alla povertà educativa su cui noi abbiamo lavorato».

Vi siete pentiti di non aver investito di più sul Rei con l’esecutivo Gentiloni?

«Quando i governi del Pd hanno iniziato a lavorare, lo Stato investiva solo 40 milioni contro la povertà. Ce ne siamo andati lasciando 3 miliardi ogni anno. Finalmente l’Italia ha una misura strutturale di contrasto alla povertà che ora chiediamo di raddoppiare subito. La nostra proposta è chiara e fattibile: il governo stanzi altri 3 miliardi per estendere così il Reddito di Inclusione a tutti i 4 milioni di cittadini in condizione di povertà».

Come finirà la sfida fra Tria e Salvini – Di Maio? Vinceranno loro e si andrà a sforare il deficit per poter varare il reddito di cittadinanza?

«Se stiamo alla propaganda quotidiana dei due vice premier, il loro libro dei sogni costa quasi 30 miliardi di euro. Temo che continueranno a vendere tutto a tutti e presto il Paese si troverà di fronte a un bivio delicato tra la loro ansia di promesse e la realtà».

Il suo partito sembra sempre all’inseguimento e non riesce a imporre un’agenda di opposizione come sapevano fare i grillini. Siete giunti impreparati a questo ruolo?

«Sono passati tre mesi dall’avvio del governo, lei si ricorda i grillini a cento giorni dall’inizio dei governi Pd? Noi in questi mesi abbiamo certamente dovuto prendere le misure del nostro nuovo ruolo. Ma abbiamo anche iniziato a fare passi utili, come costringere il governo a trattare coi sindaci sulle risorse per le periferie, e certo dobbiamo fare di più e meglio per essere un’alternativa forte».

Cosa pensa del piano di riforme annunciato dal ministro Fraccaro col taglio dei parlamentari e il referendum propositivo? Vi opporrete come fecero loro?

«Per noi la democrazia rappresentativa va qualificata sempre di più e non certo svuotata con l’ideologia del ‘uno vale uno” che in realtà nasconde la logica “nessuno vale niente”. La riduzione dei parlamentari e i referendum propositivi erano nella nostra proposta di riforma, ora anche i M5S se ne accorgono. Domando io a loro perché hanno votato contro. Detto ciò, loro si dimenticano sempre l’articolo 49 della Costituzionee la legge necessaria per la democrazia e trasparenza dei partiti. Noi rilanceremo anche questo fronte».

Pif, attore e regista, dice che oggi è facile essere del Pd se si è ricchi. Dunque viceversa no. Perché?

«Io giro in lungo e in largo il Paese e incontro un sacco di gente popolare che ha voglia di dare una mano e lavora con noi. La Festa nazionale de L’Unità di Ravenna ne è stato un esempio lampante. Certo per noi il cuore della sfida è tornare a rappresentare con forza chi sta peggio e ripartire dai problemi delle fasce popolari».

Come le sembra la ricetta di rilancio del Pd e del centro sinistra di Zingaretti? Assomiglia molto alla sua…

«Zingaretti è senz’altro una risorsa per il Pd, penso che sia prezioso il suo contributo di idee per la ripartenza e per la fase nuova che abbiamo davanti».

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