Intervista a Matteo Renzi di Goffredo De Marchis – La Repubblica

Senatore Matteo Renzi, partiamo dai funerali di Genova. Salvini e Di Maio hanno ricevuto applausi, i vertici del Pd fischi. Possibile sia solo effetto di fake news?

«Se il governo passa la settimana a dare la colpa ai governi di prima, come è possibile che due ex ministri quali Martina e Pinotti siano accolti con le ovazioni? Ma questo clima giacobino rischia di ritorcersi contro i presunti rivoluzionari. E secondo me accadrà molto prima del previsto. Per questo la comunità civile deve reagire subito».

L’impressione è che la nuova maggioranza si sia presa il Paese.

«Non è così. La nuova maggioranza ha strumentalizzato in modo squallido un evento tragico. I commentatori che fanno desumere da quella scena l’inizio di una nuova stagione della politica italiana sono superficiali come quelli che facevano il tifo per un’alleanza innaturale Pd-M5s. Impossibile allearsi con questi: Salvini e Di Maio sono la nuova destra populista e demagoga. Però l’opposizione deve smettere di tirare di fioretto. È arrivato il momento di ribattere colpo su colpo, di combattere a viso aperto, di non lasciargliene passare più una. L’avversario è forte, ma la partita è tutta da giocare».

Da ex premier cosa ha pensato quando ha visto il crollo del ponte?

«Ho reagito come tutti: incredulo prima, indignato poi. Non è possibile morire così, nel 2018. Chi ha sbagliato deve pagare. Pagare fino all’ultimo euro, fino all’ultimo giorno».

Mattarella dice che per accertare davvero le responsabilità l’unità è l’unica via. Realizzabile?

«Spero, ma non credo. Il governo Salvini-Di Maio ha scelto di
radicalizzare. A loro non interessa la verità, basta un capro espiatorio: non cercano soluzioni, fabbricano colpevoli. Questo è lo stile da sempre. Lo hanno fatto per le banche, per Consip, dopo Macerata, con il JobsAct. Davanti a problemi reali loro scelgono i presunti responsabili e manganellano sul web senza pietà. Lo facevano quando erano opposizione. Su Genova hanno iniziato a farlo da maggioranza. Mi sembra un atteggiamento pericoloso: non c’è unità possibile, senza rispetto per la verità».

La vostra reazione davanti alle accuse contro Delrio e i governi del Pd è la più giusta?

«L’attacco a Delrio, ma anche a Letta su Abertis o ai presunti finanziamenti al Pd, è falso e infame. Difendo Graziano come difendo Enrico, pur avendo rapporti umani ben diversi con loro. Ma non è un fatto personale, è la difesa della verità. La convenzione con le autostrade è stata fatta dal governo Berlusconi: nessuno dice che il deputato Matteo Salvini votò a favore e il Pd contro. I soldi da Autostrade li hanno presi la Lega come contributo elettorale e il premier Conte nella veste di avvocato. Il no alla Gronda, che pesa come un macigno in questa storia, viene da Beppe Grillo e Toninelli. Chi tace, pensando di guadagnare consenso stando in disparte, deve sapere che il suo silenzio oggi sarà considerato complicità domani. Dobbiamo andare all’attacco, non stare sulla difensiva».

La concessione ad Autostrade è troppo lunga e troppo segreta? Non potevate fare qualcosa quando eravate al governo?

«Delrio ha desecretato gli atti. Gentiloni ha allungato la concessione dal 2038 al 2042 per avere il via libera alla Gronda: sono scelte corrette. Poi, certo, si può sempre fare di più. Ma dare la colpa al Pd per il ponte è ridicolo prima che vergognoso».

Non vede un eccesso di garantismo da parte di esponenti dem nei confronti dei concessionari?

«Nessuno difende Autostrade, ma il governo gestisce le cose come fosse al Bar Sport. Si annunciano procedure senza studiare le carte. Tutto è finalizzato a prendere un like su Facebook, sperando che la gente poi dimentichi. Paradossalmente revocare la concessione rischia di essere un regalo a Autostrade: significa andare in causa per decenni, pagare 20 miliardi di danni e tenere Genova divisa in due. Per me Autostrade oggi deve pagare, non ricevere regali».

Che giudizio dà della reazione di Autostrade e della famiglia Benetton?

«Che Autostrade abbia poco da difendere e molto da chiarire è evidente: ma tocca ai giudici, non a noi. Spero che i Benetton facciano la loro parte: per le famiglie colpite, per rifare subito il ponte e per fare finalmente la Gronda, opera fondamentale per Genova. A forza di dire no a tutto, il Paese crolla a pezzi».

Il Procuratore di Genova dice: lo Stato ha abdicato ai controlli. È così?

«Dei giudici non commento le sentenze, figuriamoci le interviste. Pieno rispetto per la Procura di Genova e per il suo capo. Sono stati accusati un mese fa in modo squallido da Salvini, per la vicenda dei 49 milioni di euro rubati dalla Lega. Noi rispettiamo quei magistrati sempre, non a giorni alterni».

Il selfie di Salvini ai funerali è grave?

«È squallido ma coerente. Davanti alle tragedie ci siamo sempre uniti tutti. Stavolta il governo ha scelto lo scontro. Lo ha fatto Toninelli a caldo con un’intervista al Tgl. Lo ha fatto Di Maio con commenti infamanti. Salvini va in scia. Se trasformi una tragedia ín attacco all’opposizione, se vai al funerale di Stato come fosse un derby, se giochi a dividere anziché a unire, paradossalmente il selfie in chiesa ai funerali è una naturale conseguenza di questo approccio».

Ma la strada delle vie legali davanti alle accuse che vi lanciano M5S e Lega non è molto debole?

«La strada maestra è la politica. Abbiamo le elezioni europee alle porte e serve un disegno alternativo allo sfascio europeo che propongono i sovranisti. Tuttavia davanti alla montagna di falsità dei grillini, chiediamo ai tribunali se esiste ancora uno stato di diritto o se membri del governo come Di Maio possono mentire in modo spudorato, senza alcuna conseguenza. I soldi del risarcimento saranno destinati a un fondo per Genova».

Le privatizzazioni italiane sono state fatte male?

«Stiamo parlando di scelte fatte molti anni fa, in un quadro del tutto diverso. Col senno di poi possiamo dire che sono state troppe, anche rispetto ad altri Paesi europei. E forse troppo in fretta. Ma il passato non cambierà. Cambiamo il futuro, invece, e facciamolo da subito. Dare la colpa di Genova alle privatizzazioni è assurdo: colpevole è chi non ha sistemato quel maledetto ponte».

Il punto è che il Pd appare all’angolo. Come riparte?

«Non tocca a me definire la linea del Pd: c’è un altro segretario, ci sarà un congresso. Chiunque lo vincerà dovrà contare sul sostegno degli altri, senza avere mai più fuoco amico. Ma scommetto che si faranno sentire anche tanti cittadini fuori dal Pd che non ne possono più di un governo di sfascisti con ministri della paura e della disinformazione. Da qui a Natale nasceranno in tutti i comuni comitati civici contro questo governo. E prima del previsto nell’angolo ci saranno Salvini e Di Maio, non noi».

Non teme che le riprese del suo docufilm, iniziate ieri, riaccendiamo il dibattito sul doppio ruolo di autore tv e senatore.

«Per i social sono colpevole di tutto: tra poco diranno anche che sono il vero mostro di Firenze. Non ho tolto una sola seduta al Parlamento per questo lavoro: ho rinunciato alle ferie. E per farlo è sufficiente il consenso di mia moglie e dei miei figli non importa quello di Instagram. Ho deciso di raccontare cosa sia Firenze perché qualcuno si emozioni. L’Italia ha fame di, cose belle, non di odio e di urla. In tempi di barbarie mediatica, la cultura e la bellezza servono anche alla politica».

Intervista a Graziano Delrio di Massimo Minella – La Repubblica

«Non si può ragionare soltanto con la matematica, bisogna tener conto del beneficio economico e sociale. Se tutto si riduce ai numeri per valutare il destino delle grandi opere allora è la fine».

Graziano Delrio, capogruppo Pd alla Camera ed ex ministro dei Trasporti, non riesce nemmeno ad arrabbiarsi, dice, di fronte all’impostazione che il suo successore, Danilo Toninelli, e il vice premier Luigi Di Maio scelgono sulle infrastrutture: riesame complessivo, valutazione di costi e benefici e verdetto finale di prosecuzione o bocciatura. In lui sembra quasi prevalere lo sconforto.

«Ma come si fa a ragionare così, che senso ha? si chiede il parlamentare Dem. In questo modo non si farà mai niente, perché è in prospettiva che si deve guardare, non al presente. Seguendo questa logica, Cavour non avrebbe mai fatto il traforo ferroviario del Frejus, visto che non c’era altro».

Dalla Tav al Terzo Valico, fino alla Gronda autostradale, tutto torna sotto esame. E il verdetto non arriverà prima della fine dell’anno, nella migliore delle ipotesi.

Ma voi non l’avevate già fatta la valutazione sui costi e i benefici, onorevole Delrio?

«Già fatta? Il nostro lavoro è durato anni, abbiamo iniziato nel 2014 e consegnato un project review molto accurato da ogni punto di vista, ambientale prima di ogni altra cosa, poi sostenibile dal punto di vista economico. E abbiamo raggiunto risultati notevoli, validati dall’Unione Europea. E mi creda la commissaria Vestager è stata una superguardiana».

Costi tagliati per far pendere la bilancia dalla parte dei benefici?

«Non ho mai ragionato sul semplice rapporto fra costi e benefici, è una visione sbagliata, miope. Ma trovare il modo di contenere i costi era una nostra esigenza. Il tunnel della Torino-Lione, dopo la revisione, è sceso da 4 a 1,9 miliardi. La gronda autostradale di Genova, che ne costa quasi 5, verrà ripagata con un allungamento di quattro anni della concessione e un lieve innalzamento delle tariffe, senza incidere sulla spesa pubblica».

Come dovrebbe comportarsi il governo secondo lei?

«Innanzitutto non dovrebbe assolutamente abbandonare il lavoro fatto da noi che ci siamo affidati a un gruppo molto qualificato di esperti. Ne tenga conto, lo utilizzi e poi ne tragga le conseguenze. Ma mi creda, solo pensare di arrivare a sospendere la Torino-Lione o fermare la gronda, che può aprire a fine anno con i cantieri, o il terzo valico ferroviario, che è già interamente finanziato, sarebbe drammatico».

In che senso?

«Sarebbe come ributtare l’Italia indietro nel tempo, isolarla, emarginarla, quando invece ha finalmente la possibilità di tornare protagonista. La partita che si sta giocando in campo internazionale oggi passa dalla logistica. Solo chi sa governare al meglio il movimento delle merci e delle persone può vincere questa sfida. Noi abbiamo tutte le carte in regola per connettere attraverso le infrastrutture la rete dei trasporti. Se rinunciamo perché valutiamo che oggi i costi sono superiori ai benefici è la fine. Bisogna avere invece la forza di valutare queste opere guardando avanti, a quello che potranno restituire in termini di economia e di lavoro alla gente».

 

Intervista a Maurizio Martina di Vincenzo Spagnolo – Avvenire

Il caporalato va sradicato, perché va garantita la dignità dei lavoratori. E se davvero il governo è in grado di mettere in campo ulteriori interventi contro il caporalato, li sosterremo senza se e senza ma. Ma a patto che siano azioni concrete, non slogan…».

Il segretario del Pd Maurizio Martina è in treno, diretto a Bologna. Al telefono la sua voce va e viene, fra una galleria e l’altra. Proviene da Foggia, dove ha incontrato le organizzazioni dei lavoratori: «Sono stato in ospedale a trovare uno dei sopravvissuti al primo incidente. In tutto, sono 16 le vite di braccianti stranieri spezzate in questi giorni in quel territorio, una vera tragedia».

Da ministro dell’Agricoltura nel governo Renzi, lei volle fortemente l’attuale legge anti caporalato.

«La legge 199 del 2016 contro il caporalato è una buona legge. Non va cambiata, va applicata».

Ma, a giugno, il ministro dell’Interno Salvini ha detto che quella normativa «invece di semplificare, complica». Critiche ingiustificate?

«Mi auguro che, tanto più dopo la tragedia di Foggia, si riconosca che quella legge è stata un punto di svolta. Ha consentito un aumento dei controlli e una capacità di repressione che oggi viene riconosciuta da tutti: magistrati, forze dell’ordine e associazioni. Sono aumentati i casi denunciati, gli arresti, le confische e, di converso, anche le regolarizzazioni delle aziende pizzicate in situazioni irregolari. Non lo dico io, ma dati ufficiali».

Quali?

«Quelli dell’Ispettorato nazionale del lavoro. L’ultimo rapporto, del 2017, riferisce ad esempio di 360 provvedimenti di sospensione di attività imprenditoriali, di cui 312 poi revocati per la regolarizzazione delle imprese. Sul fronte della manodopera, le ispezioni hanno permesso di individuare 5.222 lavoratori irregolari (di 3.549 in nero). E l’attività di polizia giudiziaria ha permesso di riconoscere, fra i braccianti, 387 vittime di sfruttamento in agricoltura».

Può essere utile aumentare gli ispettori, come promette il ministro del Lavoro Di Maio?

«Sì. Ma ricordo che il nostro governo aveva già varato l’assunzione di altri 150 ispettori in più. Ora, se l’attuale esecutivo intende passare dalle parole ai fatti, aggiungendo risorse per aumentare ancora l’organico, noi sosterremo l’intervento. Ma spero proprio che non provino a rivendersi scelte già fatte da altri, parlando degli stessi ispettori “assunti” da noi… ».

Oltre agli ispettori, cosa si può fare?

«Gli strumenti per la repressione ci sono, ma quelli per la prevenzione andrebbero rafforzati subito, senza perdere tempo in polemiche sterili».

In quale modo?

«Avevamo impostato un lavoro, ma bisogna accelerarlo. Le questioni fondamentali sono due: alloggi e trasporti. Nel primo caso, mi riferisco ad alloggi legali per i braccianti stagionali, che consentano di superare la realtà dei ghetti e delle baraccopoli. Riguardo ai trasporti, occorre una gestione che faccia uscire dall’illegalità il sistema di spostamento dei braccianti dai luoghi di riposo a quelli di lavoro. Come governo, avevamo avviato un lavoro con gli enti locali su reti di trasporto sicure. A Foggia, ad esempio, si potrebbe rafforzare il tavolo al quale lavora un prefetto, Iolanda Rolli, nominata nel 2017 commissario di governo per il contrasto al caporalato nella zona di Manfredonia».

I «ghetti» dei braccianti non piacciono neppure al ministro Salvini, che promette di «svuotarli progressivamente». Cosa ne pensa?

«Intanto continuo a trovare incomprensibile, a due anni di distanza, il fatto che solo la Lega, in quel Parlamento, non abbia votato la legge anti caporalato. Ciò detto, ascoltando le dichiarazioni del ministro dell’Interno in conferenza stampa a Foggia, non mi pare di aver sentito alcuna proposta operativa, concreta. Peccato».

Lettera di Sandro Gozi al direttore de La Repubblica

Caro direttore,
l’appello di Massimo Cacciari e di altre personalità, assieme alla risposta di Gianni Cuperlo, sono contributi essenziali per comprendere la portata della sfida che abbiamo dì fronte. Da tempo sono convinto che non viviamo tempi ordinari: ci troviamo in un passaggio eccezionale, forse decisivo, della nostra storia.

Crisi del modello Europa dopo 70 anni

Il voto del 4 marzo è solo l’ultimo episodio di una lunga serie che sta trasformando il sistema occidentale, minacciando le basi delle nostre comunità dopo più di 70 anni di pace. In Italia ci sono i nazionalisti al governo, ma prima abbiamo avuto le elezioni in Austria, la vittoria di Trump, la Brexit.

Una risposta debole da parte dei progressisti

La risposta dei progressisti e dei democratici è stata debole. Sia nel merito, che nel metodo.

Nel merito: di fronte all’estrema destra di Salvini e al qualunquismo dei M5S serve radicalità di pensiero, serve rimettersi in cammino e presentare un’idea di Paese nitida. Solo così potremo recuperare ì voti di chi ha scelto i grillini o di chi si è rifugiato nell’astensione.

E nel metodo: tra 10 mesi avremo un appuntamento fondamentale per questo percorso, le elezioni europee, il primo test della nostra capacità di reagire. Se non vogliamo finire fagocitati dagli estremisti, e quindi grillizzati e leghizzati, lepenizzati, dobbiamo elaborare. una nuova proposta politica.

Un grande spazio centrale, riformatore, europeista, liberale

Dobbiamo e possiamo occupare un grande spazio centrale, riformatore, europeista, liberale, sociale e democratico e costruire nuove alleanze, andando oltre il campo della singola famiglia socialista, come giustamente scrive Cuperlo.

Possiamo veramente marciare divisi prima delle elezionL ognuno chiuso nei limiti e nelle insufficienze delle rispettive famiglie politiche europee, che hanno detto poco in passato e non dicono più nulla nel presente, per poi fare accordi di potere dopo le elezioni nel Parlamento europeo?

Facendo finta che il mondo sia quello di ieri, che i cambiamenti siano marginali, che possiamo proseguire sui binari del passato? Perché, e su questo è bene essere più chiari possibile, qui non si tratta di vincere la prossima tornale elettorale.

Una nuova piattaforma politica a tutti i progressisti e i liberali

La posta in gioco è la difesa del sistema della democrazia liberale, quello che Orbàn vuole smantellare. Di fronte a ciò, il Pd deve giocare un ruolo di frontiera in Europa, deve proporre una nuova piattaforma politica a tutti i progressisti e i liberali. Rípartire dai fondamentali – stato di diritto, libertà pubbliche, lotta alle diseguaglianze.

Ripartire da un’Europa che moltiplichi sicurezze, protezioni e opportunità ad una società impaurita e sfiduciata. E federare una nuova alleanza transnazionale rivolta a tutte le forze democratiche, liberali, ecologiste, a nuovi movimenti fortemente europeisti come En Marche, a tutti coloro che vogliono cambiare l’Europa per salvarla.

Deve presentare questa proposta politica prima delle elezioni del 26 maggio 2019, organizzare una campagna elettorale transnazionale e transpartitica, mobilitare la società civile europea.

Alternativa per i moderati egemonizzati dalle destre estreme

Rivolgendosi anche a quei moderati che si troveranno sempre più spaesati in un Ppe trasformato in Partito Pigliatutto Europeo, egemonizzato dalle destre estreme, sempre più orbanizzato. Di fronte a neo nazionalisti che vogliono distruggere l’Europa, attaccando Schengen, cioè attaccando le nostre libertà fondamentali, rifondare l’Europa deve essere il nostro grande progetto e la nostra proposta nel 2019.

 

Perché è importante?
La scienza e la medicina indicano con chiarezza la direzione di marcia da seguire, al di là delle posizioni politiche di parte, per garantire sempre meglio la difesa della salute di tutti i nostri bambini, anche di quelli immunodepressi che non possono vaccinarsi, e sconfiggere malattie gravi e mortali. I risultati della Legge varata dal governo Gentiloni già si vedono e sono di segno positivo.

Aderiamo in pieno all’appello “Io Vaccino” delle mamme dei bambini trapiantati e quindi, in conseguenza dei farmaci post-trapianto, immunosoppressi.

Sono loro, i più deboli, ad avere bisogno di una copertura vaccinale piena ed estesa. Condividiamo la seria preoccupazione dell’Ordine dei medici il cui presidente ha affermato: “l’emendamento approvato non risponde all’evidenza scientifica circa la necessità delle vaccinazioni. Lanciamo un appello al Parlamento perché rispetti la scienza”.

È inaccettabile che oggi chi governa lasci spazio alla disinformazione antiscientifica giocando con la salute dei cittadini e dei bambini in particolare. È inaccettabile l’approssimazione con cui si giustificano scelte pericolose per la salute di tutti.

Non si combatte la scienza, si combattono le malattie. Il diritto alla salute dei bambini non si rinvia. Deputati e senatori, vi chiediamo di non dividervi su un tema come questo e, qualunque sia il vostro orientamento politico, di tutelare la salute dei nostri figli.

Firma la petizione #iononrinvio

Intervista al segretario del Pd: «Gli imprenditori veneti hanno ragione, è il decreto disoccupazione. Rai, se forzano pronti alle denunce. Crimini di odio: Fontana si dimetta», di Alda Vanzan, Il Gazzettino

Lo chiama «decreto Disoccupazione». E dice che «la Lega ha tradito il Nord». Così il segretario del Pd, Maurizio Martina, ieri a Verona per incontrare una delegazione di imprenditori.
«Capisco le voci critiche che arrivano dal mondo produttivo del Veneto. Abbiamo cercato in questi giorni di far cambiare rotta a Lega e Cinquestelle, ma purtroppo sono stati sordi a qualsiasi modifica migliorativa. E un decreto Disoccupazione, altro che dignità. Il rischio di vedere più precarietà, più disoccupazione, la fine di tanti contratti a tempo determinato e un aggravio di costi e di burocrazia per le imprese, purtroppo è molto alto. Per me si assiste al tradimento dei ceti produttivi del Nord da parte di chi, come la Lega, ha predicato bene e adesso razzola malissimo».

Dopo il sì della Camera che possibilità ci sono di intervento?
«Io temo che Lega e M5s anche al Senato riproporranno il muro di gomma. Quindi bisogna prepararsi allo scenario peggiore e cioè il fatto che questi provvedimenti dopo la conversione verranno confermati. Peraltro, essendo un decreto, alcuni effetti sono già in vigore e così abbiamo già imprese che non rinnovano contratti a tempo determinato. E a questo si aggiunge l’altro fatto molto preoccupante per il Nordest».

Quale?
«Quando hai davanti un governo che vuole bloccare tutte le grandi opere e infrastrutture per la mobilità e la viabilità, hai davanti un altro grandissimo rischio. La cosa grave per me è che ci sono ministri, come il ministro Toninelli, che non pesano le dichiarazioni, non valutano gli effetti di alcune idee di bloccare infrastrutture che si stanno aspettando da anni sul territorio. Questo è un governo che più che costruire, distrugge».

Gli italiani però hanno votato M5s e Lega.
«Io penso che gli italiani non li abbiano votati per complicare la vita alle imprese, per generare più disoccupazione, per bloccare le infrastrutture. In realtà l’accordo di potere tra Cinquestelle e Lega non è figlio del voto degli italiani: è figlio della loro intesa dopo il voto, di un contratto di governo che è già lettera morta».

Nomine Rai, si sbloccherà lo stallo?
«Io spero che non facciano ancora forzature. L’idea della lottizzazione che hanno avuto della funzione del presidente senza un profilo alto, riconoscibile e rassicurante è stata bocciata. Spero che adesso ragionino e non si facciano prendere dall’ansia di potere e di occupazione anche di cariche di garanzia come la presidenza Rai».

E se la maggioranza restasse ferma su Foa?
«Io credo che non abbiano le condizioni per forzare dal punto di vista giuridico. Se forzassero, noi siamo pronti a percorrere qualsiasi via, anche quella legale, per tutelare le funzioni di garanzia di una grande azienda pubblica com’è la Rai».

Come giudica la proposta del ministro leghista Fontana di abrogare la legge Mancino contro i crimini di odio?
«Si tratta di una gravissima presa di posizione da parte di un ministro che ha giurato sulla Costituzione e che dovrebbe dimettersi per quello che ha detto. È l’ennesima provocazione, anche per spostare l’attenzione da un altro fatto grave: l’attacco sui social network da parte di soggetti stranieri durante passaggi delicati della nostra vita democratica. E incredibile il silenzio del governo».

Uno degli aggressori di Daisy Osakue, l’atleta colpita a un occhio, è figlio di un consigliere comunale Pd. Sbagliato gridare al razzismo?
«Trovo completamente sbagliato banalizzare un fatto che rimane grave e segnalo che in queste ore in Toscana come in Campania assistiamo a fatti gravi di violenze contro immigrati. La questione c’è, sarebbe un errore minimizzare».

Olimpiadi invernali 2026, cosa pensa della scelta unitaria, Cortina, Milano e Torino tutte e tre assieme?
«La mia idea è che il governo si sia mosso male perché il potenziale di queste tre città rischia di non essere espresso a dovere. Capisco le perplessità e i dubbi di alcuni amministratori locali, però adesso dobbiamo tutti lavorare per migliorare questa proposta».

Il Pd andrà a congresso l’anno prossimo prima delle elezioni europee: lei si ricandiderà a segretario?
«Questo per me non è ancora un tema, vedremo più avanti. Adesso l’importante è continuare il lavoro che abbiamo impostato già in questi primi due mesi, ricostruire un percorso vero di lavoro dal basso per il Pd. Questa settimana siamo stati a Scampia a Napoli, a Palermo, ora a Verona, poi Toscana, Lazio. L’importante è ripartire dai bisogni, dai temi sociali e sfidare il governo rispetto alle scelte pericolose che sta facendo per il Paese».

Elezioni regionali del 2020, in Veneto per il Pd sarà sempre una partita persa?
«No, c’è sempre lo spazio dell’alternativa e della proposta. Sono convinto che in Veneto possiamo costruire le condizioni per essere competitivi a partire dal lavoro che si deve sviluppare sul territorio».

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